"La vita, la liberta', e la proprieta' di ogni uomo sono in pericolo quando il parlamento e' riunito."

(Postulato di Jacquin sui governi democratici)

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Articolo  "Comunque vada, sarà un successo" 

Di Claudio Franco (del 19/09/2014 @ 12:29:58, in Scozia, linkato 238 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione da parte di ANFeL (Autodeterminazione delle Nazioni Friulane e Litorale)

* * * 

E' il concetto attorno al quale si può riassumere il referendum indipendentista scozzese, appena conclusosi con una vittoria di misura del "NO".

L'indipendentismo ha perso questa battaglia, ma questo non deve distrarre dal vero significato dell' avvenimento. 

Questo referendum è già di per se una vittoria, una vittoria della democrazia e della libertà di un popolo di decidere il proprio futuro.

Gli Scozzesi hanno votato, hanno deciso, hanno scelto. Liberamente.

E questo Londra lo ha permesso, dimostrando di essere un governo di gran lunga più civile e democratico rispetto a paesi come Spagna ed Italia, in cui il solo chiedere la possibilità di esprimersi democraticamente è considerato un crimine di lesa maestà nei confronti di uno Stato innalzato al ruolo di un dio intoccabile ed incontestabile.

Gli Scozzesi hanno comunque ottenuto un risultato importante.

E' importante non solo perché ben il 46% degli elettori ha votato per l'indipendenza, ma è ancor più importante perché hanno votato oltre il 90% degli aventi diritto in un paese in cui, tradizionalmente, le elezioni politiche registrano una affluenza alle urne attorno al 30%.

Questo è ciò che rende veramente pesante quel 46% di "SI", il fatto che corrisponde realmente al 46% dell'elettorato scozzese.

Non come in Italia, dove ci si vanta di governare con il consenso della maggioranza, mentre in realtà aver ottenuto il 40% sul 50% dei votanti significa avere il voto di solo il 20% degli elettori.

E la vera forza dell'indipendentismo scozzese è anche nel fatto che a votare sono stati chiamati tutti i residenti in Scozia; non un indipendentismo etno-nazionalista e xenofobo, ma aperto a tutti quelli che da stranieri hanno scelto la Scozia come proprio paese, che non sono stati lasciati in disparte ma, anzi, sono stati invece coinvolti attivamente perché il futuro della Scozia passa anche per le loro mani.

Nulla sarà più come prima.

Perché ora Westminster non potrà ignorare lo scontento di quasi la metà degli abitanti della Scozia, per cui sarà costretta comunque a trattare con Edimburgo una nuova forma di devolution che garantisca alla Scozia libertà economiche e legislative molto maggiori di quelle attuali.

E' insomma sostanzialmente inconcepibile, in un paese democratico, che la vittoria del "NO" significhi l'autorizzazione al Governo centrale ad ignorare gli indipendentisti sconfitti ed a spadroneggiare in Scozia come se nulla fosse.

Perché in un paese civile, "democrazia" non significa "dittatura della maggioranza".

Questo referendum è di per se' un simbolo, l'esempio di un percorso pacifico e democratico, fatto di collaborazione, riflessione, dibattito sereno ed apertura mentale; l'esempio di come un popolo possa avere la possibilità di scegliere liberamente il proprio futuro senza odio, faziosità ideologica e demagogia.

Per la prima volta nell'era della globalizzazione, un voto democratico, seguito in tutto il mondo attraverso tv ed internet, ha spazzato via il tabù Otto-Novecentesco dei "confini sacri ed inviolabili della Patria", dimostrando che gli Stati non sono altro che un insieme di persone intenzionate a vivere assieme, e che quando questo interesse a stare assieme viene meno, gli Stati possono venire cambiati dando alla parte scontenta della popolazione la possibilità di decidere se restare o andare per conto proprio. Questa è la vera rivoluzione del voto scozzese!

E questo è l'esempio che possiamo e dobbiamo prendere noi.

Sappiamo che il referendum per l'indipendenza è possibile, è giusto, ed è un nostro diritto, perché è nostro diritto scegliere il nostro futuro e far sentire la nostra voce quando siamo scontenti di come vanno le cose.

Senza odio, senza scontri ideologici. Solo libertà di essere persone e non schiavi dello Stato.



Articolo  Il Collettivo Avanti in Regione Lombardia 

Di Alex Storti (del 17/09/2014 @ 23:22:59, in Europa, linkato 220 volte)

Lunedì 15 settembre ho avuto il piacere di essere ricevuto al grattacielo Pirelli, insieme ad una delegazione del Collettivo Avanti, presso gli uffici del Vicepresidente del Consiglio Regionale della Lombardia, Fabrizio Cecchetti. L’incontro si è svolto a margine del dibattito sul referendum scozzese, in calendario la sera stessa presso il Belvedere di Palazzo Lombardia.

L’occasione è stata scelta per presentare al Vicepresidente il “Manifesto per l’Autodeterminazione in Europa” [qui il link al testo integrale], redatto dal Collettivo Avanti e lanciato per la prima volta in occasione della Diada milanese, lo scorso 11 settembre.

Cos’è questo manifesto?
E’ un documento che incorpora due parti:
nella prima si espongono le ragioni storiche e politiche che propendono per un riconoscimento ampio, in ambito eurocomunitario, del diritto di autodeterminazione. Tale diritto dev’essere garantito a qualsiasi comunità politica istituzionalmente organizzata -in primis, quindi, le attuali Regioni facenti parte degli stati membri-. Il Manifesto si richiama simbolicamente al centenario della Prima Guerra Mondiale: “2014 non 1914”, questo il titolo del documento, a voler rimarcare il fatto che le controversie territoriali in Europa sono state spesso, e in particolare un secolo fa, sinonimo di guerre e che, proprio per questo motivo, è tempo di voltare pagina: il conflitto in corso fra Ucraina e Nuovarussia dovrebbe in tal senso costituire un monito.

La seconda parte del Manifesto consiste invece in un vero e proprio appello personale e diretto, indirizzato al ...

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Articolo  Go Scotland, Avanti Scozia! 

Di Stefano Crippa (del 16/09/2014 @ 17:57:45, in Scozia, linkato 284 volte)

Non agitatevi (mi rivolgo ai politici di Roma) il 19 mattina non cambierà niente, perché tutto è già cambiato il 15 ottobre del 2012 con la firma del trattato anglo-scozzese, che apriva la strada al referendum che si svolgerà giovedì.

Molti di noi, me compreso, non avevano capito la portata di quel trattato, ma ora possiamo benissimo affermare che la rivoluzione indipendentista e la caduta degli stati-nazione, con tutto il loro monopolio legale della violenza, garantito dalle relative costituzioni, sono iniziati con la firma del trattato sopra citato.

Quel giorno, per la prima volta dal 1789, uno Stato dell’Europa occidentale ha riconosciuto ai cittadini di una parte del territorio soggetto alla propria giurisdizione il diritto di decidere sulla permanenza all’interno della struttura statale: il diritto di secessione, per lungo tempo negato in occidente, entra con prepotenza nel dibattito europeo.

Con quel trattato, come dicevo, coscientemente o no, si è provocata la “fine” della Gran Bretagna per come noi la conoscevamo fino a 2 anni fa, Londra con quella firma ha rinunciato alla propria sovranità assoluta non solo in Scozia, ma anche su tutto il resto del “proprio” territorio, contee inglesi comprese.

In Gran Bretagna oramai ogni territorio, inteso come gruppo di individui organizzato istituzionalmente, è di fatto indipendente e in qualsiasi momento può convocare un referendum per confermare o no la propria permanenza all’interno del “Paese”. ...

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Articolo  La Scozia è abbastanza grande per andare da sola? 

Di Redazione (del 15/09/2014 @ 12:55:00, in Scozia, linkato 403 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una traduzione essenziale di questo articolo del Ludwig Von Mises Institute [link], curata da Enrico Andrian.
Buona lettura.

* * *
Un punto fondamentale del dibattito è se la Scozia sia troppo piccola e troppo insignificante sul piano internazionale per esistere da sola come Stato indipendente.

Durante il referendum in Québec ci fu un dibattito pressoché identico, con i secessionisti sostenitori del fatto che il Québec avesse una popolazione maggiore della Svizzera ed una estensione territoriale maggiore della Francia, mentre i federalisti preferirono confrontare il Québec con gli Stati Uniti o il resto del Canada.

Per una curiosa coincidenza, la Scozia nel 2014 ed il Québec nel 1994 hanno quasi la stessa popolazione: circa 5-6 milioni di abitanti.
All'incirca la stessa popolazione di Danimarca o Norvegia, e mezzo milione in più dell'Irlanda.

Anche sul piano dell'estensione la Scozia non sfigura: ha le stesse dimensioni di Olanda o Irlanda, ed è tre volte più grande della Giamaica.
Il fatto che nessuno abbia da obiettare sulla "sostenibilità" dell'esistenza di Irlanda, Norvegia e Giamaica in qualità di Stati indipendenti è un argomento importante a favore dei separatisti.

Stati così piccoli sono possibili. Ma è una buona idea?

La risposta, forse sorprendente, è clamorosamente "Sì!" 
Statisticamente parlando, almeno.
Perché? ...

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Articolo  In Scozia i Lombardi votano YES 

Di Redazione (del 13/09/2014 @ 08:02:03, in Scozia, linkato 380 volte)

Riceviamo da Marco Belloni, indipendentista bresciano emigrato in Scozia, questa vivida testimonianza di quanto sta accadendo in quelle terre, così lontane eppure a noi così vicine, almeno in questi giorni di entusiastica attesa.
Buona lettura


13 settembre 2014, mancano 5 giorni al referendum per l’indipendenza della Scozia.
Una scheda referendaria molto semplice, riportante la seguente domanda: “Do you agree that Scotland should be an indipendent country?” (trad. Sei d’accordo che la Scozia dovrebbe essere un paese indipendente?).
Sotto ci sono due opzioni “YES” or “NO”. Una croce, una scelta, un’opportunità, un futuro in entrambi i casi.

Mi chiamo Marco, un lombardo emigrato in Scozia un anno fa. Ho scelto di portare la mia famiglia in un paese diverso dall’Italia, per concedere loro più opportunità e uno stile di vita sereno e civile.
Ho vissuto quindi la campagna referendaria di questo ultimo anno sulla mia pelle. 
Queste ultime settimane hanno visto, e stanno vedendo tutt’ora, una intensificazione, ovvero un “bombardamento” ad ogni livello della propaganda per il “Yes”.
Alle finestre delle case ci sono bandiere della Scozia e bandierine “Yes”, sulle automobili adesivi “Yes”, per le strade adesivi “Yes” e persone di ogni età che fermano chiunque proponendo svariati volantini, nelle cassette postali quasi ogni giorno arrivano volantini “Yes”, quotidiani dibattiti pubblici per le strade, in TV e in radio, e ovviamente un sito web dedicato, decine di blog e migliaia di pagine sui social più conosciuti.

A qualcuno questo “bombardamento” sembra “aggressivo”, ed effettivamente considerate le proporzioni della sua diffusione potrebbe apparire come tale, tuttavia, per quanto mi riguarda, non ho mai visto né sentito di atti di violenza o di intolleranza di nessun genere tra i sostenitori delle due correnti.

Credo sia semplicemente l’esplosione finale, prima del voto, della voglia di indipendenza degli Scozzesi.

Per molti Scozzesi questo referendum non è solo una questione di scelta politica, o di opportunismo, è qualcosa di più radicato, è qualcosa che nasce dall’angolo più profondo del loro cuore, è qualcosa che hanno marcato a fuoco nel loro DNA. Le persone che sono per il “Yes” sono incredibilmente un “corpo unico”, possono avere 70 anni oppure 16, non importa … a prescindere dai ricordi e dalle conoscenze personali di ognuno di loro, il pensiero è comune, unanime e profondo: INDEPENDENCE…!!!

Credo che chi non è Scozzese dalla nascita non può capire cosa significa realmente questo referendum per uno Scozzese doc. Facendo un salto indietro nella storia vedremmo antiche popolazioni che hanno difeso strenuamente il loro territorio dall’invasione dell’Impero Romano, che peraltro non è mai riuscito a conquistare quei territori, anzi ha dovuto costruire il famoso “Vallo di Adriano” per difendersi dalle continue incursioni degli antenati Scozzesi.

È dalla fine XIII secolo che la Scozia è assoggettata all’Inghilterra, sono otto secoli che gli Scozzesi sognano questo momento. Ci sono state innumerevoli battaglie, eroici combattenti, decine di migliaia di morti, poeti e scrittori che hanno narrato di eroi, di sconfitte e di vittorie con le loro pagine. Insomma, sono ottocento anni che le famiglie raccolte attorno al focolare raccontano ai propri figli la voglia di indipendenza. 

Chi non è Scozzese, me compreso, difficilmente può comprendere il vero significato di questo referendum…!!!

Tutti gli immigrati, come il sottoscritto, che hanno acquisito il diritto di voto, prima di votare dovrebbero fare una profonda riflessione su questo fatto e concedere qualche punto di vantaggio al “Yes” riconoscendo il giusto rispetto e onore alla storia e cultura Scozzese. 

Questo è un grande Paese, possiede importanti risorse economiche, finanziarie, culturali, petrolifere, energie rinnovabili (la prima nazione in Europa per impianti di produzione di energia alternativa dallo sfruttamento delle maree e la terza per la produzione di energia da impianti eolici), ricerca, allevamento e turismo, un Paese composto da una popolazione fiera e orgogliosa....

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Articolo  Il 14 di settembre, a Trieste 

Di Alex Storti (del 06/09/2014 @ 19:50:16, in Trieste, linkato 334 volte)

Domenica prossima, 14 settembre 2014, il movimento indipendentista triestino Territorio Libero-Svobodno Ozemlje, ha indetto una manifestazione che si preannuncia tanto affollata quanto attesa.

E’ trascorso un anno da quando, il 15 settembre del 2013, le vie del centro di Trieste vennero letteralmente invase da una marea umana. Circa ottomila cittadini della capitale emporiale mitteleuropea e del suo territorio si ritrovarono, quasi a sorpresa, per reclamare il rispetto del Trattato di Pace di Parigi del 1947: con questo storico atto conclusivo della Seconda Guerra Mondiale, le Potenze Alleate avevano fatto di Trieste e di una discreta fetta del Litorale adriatico un piccolo, ma potenzialmente ricchissimo, stato indipendente.

Non è questa la sede per ripercorrere nuovamente le vicende che portarono la città a perdere tale status particolarissimo. Basti dire che, dopo 60 anni esatti di riannessione allo stato italiano (1954-2014), Trieste è una città in piena crisi imprenditoriale, occupazionale, demografica. Una città ripiegata su se stessa, nonostante possegga doti straordinarie in ogni ambito: territorio multiforme, cultura cosmopolita, spirito mercantile che freme sottopelle, posizione strategica quale porta orientale d’Europa. E tante altre cose ancora, di cui magari un giorno vi parlerò.

Ma torniamo al settembre dello scorso anno. Cosa chiedevano concretamente i manifestanti di allora? Chiedevano che il Territorio Libero di Trieste -questo il nome dell’originario stato indipendente- venisse ripristinato. Secondo i neo-indipendentisti triestini, infatti, le fonti giuridiche succedutesi dall’istituzione del TLT, nel ’47, alla sua apparentemente definitiva cancellazione, nel ’75, con il Trattato italo-jugoslavo di Osimo, non avrebbero rispettato gli Allegati del suddetto Trattato di Pace di Parigi, con cui il TLT veniva creato e definito.

Lungo tale tortuoso sentiero giudiziario l’indipendentismo triestino si è mosso con caparbietà e coraggio, per molti mesi già prima del settembre 2013 e per molti altri ancora dopo quella manifestazione, tentando pressoché ogni strada possibile per disconoscere la pretesa sovranità italiana sulla città e sul suo territorio. Con molta onestà, bisogna riconoscere che si è trattato di ...

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Articolo  Avanti, Ara és l'Hora 

Di Admin (del 05/09/2014 @ 11:45:39, in Lombardia, linkato 185 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato di presentazione della manifestazione convocata a Milano per il prossimo 11 settembre da Avanti - Collettivo Indipendentista Lombardo

*   *   *

 

L’11 settembre 2014 sarà la data d’inizio del 21esimo secolo.

Per il terzo anno consecutivo, la popolazione catalana si riverserà nelle strade di Barcellona, questa volta per riempire i due enormi viali che formano la “Diagonal” e dar vita così ad una colossale “V”, con i colori della bandiera catalana. La lettera “V” sta per “Votare”, “Volontà”, “Via”, “Vittoria” e vuole essere l’immagine forte della Diada, la festa nazionale di quest’anno, un’immagine con cui ribadire alla Spagna, all’Europa e al Mondo il concetto chiave della campagna referendaria indipendentista: poter scegliere liberamente il proprio status istituzionale -e, con esso, una parte del proprio avvenire- è un diritto di ogni comunità; tale diritto non può essere messo in discussione, e tantomeno vietato, sulla base di vincoli arcaici e antidemocratici come quelli sulla pretesa “indivisibilità” degli stati attuali.

Prima ancora che la deliberi in via ufficiale il Parlamento della Generalitat de Catalunya, saranno quindi i cittadini catalani stessi, l’11 settembre 2014, a convocare la consulta referendaria sulla propria indipendenza. E, come ci hanno ricordato con le gigantografie rivolte ai principali leaders mondiali -un’altra geniale idea dell’ANC (Assemblea Nazionale Catalana)-, i Catalani non rinunceranno all’obiettivo che si sono dati di votare il 9 novembre. Voteranno per la libertà. Voteranno perchè sono uomini liberi, non schiavi.

Sostenere i Catalani, soprattutto l’11 settembre 2014, non è quindi una questione di tifo, di folklore o di appartenenza partitica. Sostenerli significherà difendere la democrazia sostanziale, quella della partecipazione e del voto, dei diritti e del buonsenso, contro la democrazia formale, quella di chi governa “a prescindere” e non vuole che la popolazione si mobiliti, quella di chi vuole ingabbiare la forza vitale delle persone con lacci artificiali e legami inventati o imposti con la forza. Significherà difendere davanti al mondo il diritto di qualsiasi comunità politica istituzionalmente organizzata di assumersi le proprie responsabilità e determinare una parte importante del proprio futuro.

Per difendere queste idee, e possibilmente vederle applicate anche nella nostra Lombardia, è nato il Collettivo Avanti, un’organizzazione politica fondata sulla collaborazione spontanea di cittadini lombardi di ogni provenienza. E sempre per difendere queste idee il Collettivo Avanti organizza, in contemporanea con la Diada di Barcellona dell’11 settembre, una manifestazione di sostegno alla Catalogna, alle sue istituzioni e ai suoi cittadini.

Ci ritroveremo GIOVEDI’ 11 SETTEMBRE alle 18 in Piazza Cavour, alle porte del centro storico di Milano. Lanceremo il nostro manifesto per l’autodeterminazione in Europa, un appello a credere nella democrazia, nella pace, nella libertà. A cento anni da quel 1914 che tanto male ha portato all’Europa, siamo convinti di poter dare anche noi il nostro piccolo ma significativo contributo perchè abbia inizio una nuova epoca di pace, di prosperità, di partecipazione, di libertà in Europa.

L’11 settembre 2014, a Barcellona, i catalani diranno: “Ara és l’hora”. L’11 settembre 2014, a Milano, noi diremo, con loro: “Adesso è il momento”. Non mancate, partecipare è importante.

 

(maggiori informazioni sul sito di Avanti - Collettivo Indipendentista Lombardo ( www.collettivoavanti.org ) e sulla pagina Facebook dell'evento
 



Articolo  La forza del voto 

Di Paolo Amighetti (del 04/09/2014 @ 10:26:08, in Catalogna, linkato 236 volte)

di Carme Forcadell (presidentessa dell'Assemblea Nacional Catalana)

Ricorre l'11 settembre di quest'anno il trecentesimo anniversario della capitolazione di Barcellona: fu allora che perdemmo, assieme alle nostre istituzioni, le nostre libertà nazionali. Ma questo non sarà un 11 settembre come gli altri, e non soltanto perché stavolta si tratta del terzo centenario della nostra rovina e della perdita della nostra sovranità. No. Quest'anno quella sovranità siamo sul punto di riconquistarla, ed è perciò che voteremo il 9 novembre. Decideremo come organizzarci politicamente: questo solo fatto, al di là dell'esito della consultazione, basterà a dimostrare che siamo tornati un popolo sovrano del proprio destino.

Il 2014 è diventato un autentico simbolo, e di fatto uno degli anni più importanti della nostra storia. Non possiamo più permettere che altri decidano delle nostre vite, del nostro futuro; non perderemo una volta ancora la nostra sovranità, che ci è costata tante fatiche e che il nostro Parlamento ha solennemente proclamato il 23 gennaio 2013.

Noi, e non altri, dobbiamo decidere quale ordinamento darci, che forma di Stato adottare: perché siamo cittadini, non sudditi. In democrazia, i cittadini prendono parte alla vita politica, decidono sui vari aspetti della vita pubblica, e se ne assumono per intera la responsabilità. Il conflitto che ci impegna è politico: nei Paesi democratici, gli scontri politici si risolvono politicamente, e non giuridicamente. Perciò nessun tribunale risolverà mai il nostro caso, e meno che mai lo potrà fare una Corte quale quella costituzionale, che è un tribunale politico, e pertanto gravemente compromesso. Di più: esso, nato per difendere sempre e comunque la Costituzione spagnola, ci considera cittadini di serie B perché non menziona né il nostro Paese, né la nostra lingua.
 
Non possiamo dimenticare la sentenza contro lo Statuto della Catalogna votato dal popolo catalano, una sentenza che dimostra ...

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Articolo  INDIPENDENZA DEL VENETO, LA RICERCA DELLA LIBERTÀ DEI POPOLI. 

Di Nicola Busin (del 03/09/2014 @ 23:53:11, in Indipendenza, linkato 240 volte)

INDIPENDENZA DEL VENETO, LA RICERCA DELLA LIBERTÀ DEI POPOLI.

Stiamo affrontando un periodo molto intenso sotto il profilo politico, sociale, istituzionale.

Da una parte il popolo Veneto che sta sempre più velocemente rendendosi conto della propria specificità, dell'esistenza di una vasta comunità che travalica i confini della penisola italica e arriva fino alle Americhe e non solo. La specificità di un popolo che nonostante 148 anni di continui interventi culturali finalizzati ad omologare, standardizzare, unificare le popolazioni italiche ha resistito ed ha mantenuto la propria identità sociale, la propria lingua, l'attaccamento al proprio Santo protettore come nessun altro al mondo.

Dall'altra le forze repressive, che si materializzano nel governo centrale romano, che noncuranti del grido di un popolo, desiderano solo mettere a tacere ogni anelito di sopravvivenza, ogni desiderio di autogoverno, ogni ricerca di libertà. Perché è proprio questo il tema di fondo: la libertà di un popolo. Un governo che si sta dimostrando assolutamente liberticida, oppressivo, un governo “canaglia” come sono definiti adesso i governi che non rispettano la democrazia.

Probabilmente chi ora dirige la politica da Roma ha una conoscenza limitata, lontana, insufficiente degli eventi storici avvenuti dopo la caduta dell'impero romano d'occidente. Il primo Doge eletto fu Paolo Lucio Anafesto nel 697 e fino al 1797 per ben 1.100 anni la prima Repubblica al mondo resistette ad ogni attacco e sviluppò nelle proprie terre benessere e ricchezza ineguagliabili. Si dirà la terraferma arrivò più tardi: ci si dimentica che nonostante la scarsa ingerenza della Serenissima le terre delle Venezie erano indubitabilmente legate alla città lagunare, le genti parlavano la stessa lingua e condividevano le stesse usanze, la stessa cultura. Venezia preferiva lasciar libere le città venete che solo nel '400 si unirono politicamente a Venezia per loro libera scelta (la dedizione).

Venezia porto di libertà, di giustizia, di ricchezza, di arte e di cultura immense, culla di una civiltà che ...

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Articolo  Scozzesi al voto il 18 settembre: beati loro 

Di Paolo Amighetti (del 03/09/2014 @ 08:52:13, in Scozia, linkato 226 volte)

Ripropongo ai lettori di Diritto di Voto un mio pezzo uscito di recente sul blog The Road to Liberty. Il referendum sull'indipendenza della Scozia è imminente: mancano, ad oggi (3 settembre) solo due settimane. Urge un aggiornamento: secondo le stime più fresche, i favorevoli al "Sì" raggiungerebbero ora il 47%, a fronte comunque di una lieve maggioranza ancora contraria all'ipotesi di una Scozia sovrana. Vedremo come andrà a finire questa piccola, grande storia. Nel segreto dell'urna, si sa, ogni pronostico può andare in fumo: molti scozzesi potrebbero accettare le sostanziose offerte di Westminster e accantonare le coraggiose proposte degli indipendentisti. Salmond parla al cuore degli scozzesi, Cameron al loro portafogli: ecco perché una vittoria dei "Sì" sarebbe, in fondo, sorprendente. Il fatto è che i bisnipoti di William Wallace non sono schiavi fiscali come noi, lombardi e veneti. In Scozia piove denaro pubblico. Molti, anche tra coloro che si dicono a favore del "Sì", potrebbero crocettare il "No" sulle schede: per difendere interessi più concreti e immediati. Da noi avverrebbe il contrario: ormai quasi tutti hanno capito che poche regioni pagano per un Paese intero e che così non si può andare avanti. Moltissimi elettori nostrani, se venissero chiamati alle urne per decidere del proprio futuro, voterebbero "Sì" all'indipendenza veneta e lombarda (e vent'anni fa, avrebbero votato "Sì" a quella padana): anche se non lo ammetterebbero mai. Chi comanda in Italia, queste cose le sa bene: ecco perché Presidenti del consiglio, Ministri, segretari, sottosegretari e pennivendoli fanno e faranno di tutto per negarci il referendum. Di recente, hanno "impugnato" e quindi bocciato il progetto di legge regionale veneta che ne indiceva uno consultivo. Ma se credono che basti a scoraggiarci, s'illudono. La via maestra è segnata: dopo gli scozzesi e i catalani, voteremo anche noi. A Roma se ne facciano una ragione.

          


Il 18 settembre, gli scozzesi saranno chiamati alle urne. Finalmente. Il referendum è in programma da due anni; e da mesi si susseguono previsioni, stime, sondaggi sull'orientamento (altalenante) dell'elettorato. Fino a qualche tempo fa, era data del tutto per scontata la vittoria dei "No" alla piena indipendenza da Londra, nonostante la caparbietà del separatista Scottish National Party; ma le ultime rilevazioni danno in rimonta i "Sì", vicini al 42% e non troppo distanti dal 48% degli unionisti. Se Braveheart conquistasse l'11% degli indecisi, il First Minister scozzese Alex Salmond diverrebbe Primo ministro di una Scozia indipendente. Ma è ancora troppo presto per fare previsioni: la caccia al voto è ancora aperta, e aperto è il dibattito sui pro e i contro del  "sì" e del "no".


Il comitato Yes Scotland ricorda agli elettori che la Scozia, nazione ormai "matura", potrebbe benissimo fare da sola, puntando sulla sua green economy e sul suo petrolio. Che la Scozia "prenda in mano il proprio destino" è l'auspicio di Salmond, che può far leva sul fascino patriottico della riconquista, dopo tre secoli, dell'indipendenza. Il cartello unionista Better Together invita (più cinicamente?) gli scozzesi a rispondere: "no, thanks" alle suggestioni, anche un po' "folkloristiche", della completa sovranità: meglio l'ombrello di Londra, meglio uno sviluppo sicuro entro il Regno Unito. Meglio rimanere assieme, insomma, anche perché, ad oggi, gli scozzesi sono in maggioranza tax-consumers: cioè danno a Londra meno di quanto la politica welfarista britannica non restituisca loro. E recentemente i partiti unionisti (conservatori, laburisti, liberaldemocratici) hanno promesso di destinare agli scozzesi ancora più risorse, se solo votassero per rimanere nel Regno Unito. Saranno forse queste avances a spingere gli indecisi ad evitare l'avventura (esaltante, ma rischiosa) dell'indipendenza, e a lasciar la Scozia così com'è: cioè sotto Londra, anche se con ampi margini di autogoverno.

La posta in palio, si capisce, è altissima. L'esito del voto danneggerà ...

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Articolo  Immigrazione: il modello Singapore 

Di Admin (del 30/08/2014 @ 15:26:07, in Singapore, linkato 372 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la traduzione di un articolo di Nathan Smith dedicato all'esempio di Singapore in tema di immigrazione, quote di ingresso e tributi di permanenza. La versione in lingua italiana è a cura di Salvo De Zena. Buona lettura

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Ho sostenuto da anni 1 una proposta politica, il cosiddetto DRITI (“Don’t Restrict Immigration, Tax It”) 2 , perchè anziché limitare coercitivamente l’immigrazione, la si potrebbe tassare usufruendo dei relativi introiti e compensando i cittadini. Principles of a Free Society 3  è stato scritto come un manifesto di una filosofia politica per il sostegno dei principi DRITI. Ormai è uno standard a favore di frontiere aperte. Bryan Caplan scrive in “Meant for Each Other: Open Borders and Western Civilisation” 4 :

“Ci si preoccupa che frontiere aperte minino i salari dei cittadini (nativi)? C’è un rimedio più economico e più umano invece di tenere fuori gli stranieri: esigete una quota d’ammissione o un’addizionale, usando questi mezzi per aiutare i nostri lavoratori”

Si tratta della stessa idea di DRITI. Non sto accusando Caplan di essersi appropriato della mia idea senza riconoscermelo. Caplan sa che sono favorevole a una quota d’ammissione 5 . Ha pure contributo a Principles of a Free Society. Gary Becker aveva proposto in una ricerca nel 2010 per il think tank londinese Institute for Economic Affairs una quota d’ammissione.  Quattro anni dopo rispetto a quando ho pubblicato quest’idea, va detto però che Becker in un suo saggio negli anni ottanta scrisse su questo tema. Recentemente in una conferenza di Association of Private Enterprise Entrepreneurs a Las Vegas dell’anno scorso, perfino Richard Vedder si è detto a favore di una quota d’ammissione. L’idea è di per sè evidente. È una semplice e attuale applicazione della ...

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Articolo  Oggi come cento anni fa: il "NordEst" è una colonia 

Di Admin (del 30/08/2014 @ 10:50:53, in Friuli, linkato 269 volte)

Riceviamo una riflessione di Enrico Andrian, dell'A.N.F.eL. (Autodeterminazione delle Nazioni Friulane e del Litorale), e volentieri pubblichiamo (qui potete leggere l'articolo da cui origina il pezzo)

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"PERDE IL LAVORO PERCHÉ FRIULANA"

Succede anche questo nella colonia romana chiamata "FRIVLI VENETIA IVLIA".

Questa è solo la prima vittima, ma siamo certi che non tarderanno ad essercene altre.
Non c'è alcun dubbio che questa sia una forma di discriminazione razziale coscientemente voluta e pianificata dallo Stato italiano, allo scopo di favorire le comunità che maggiormente contribuiscono alla sua solidità politica.
E sappiamo bene che il principale bacino elettorale di sentimenti nazionalisti e statalisti è il centro-sud.

E' infatti chiara ed evidente la doppia natura di questo programma di colonizzazione: etnocidio e voto di scambio.

Quello dei punteggi delle graduatorie è un grandissimo business sulle spalle dei precari che, pur di entrare nella “top ten” delle graduatorie, sono disposti a frequentare corsi molto costosi, i quali sono somministrati sia dalle pubbliche università che da associazioni private (ma tutt'altro che slegate dal mondo della politica), tra le quali una società già ben nota agli inizi del secolo per le attività di propaganda nazionalista e di supporto attivo dell'irredentismo sovversivo in terra asburgica.

Ma se, da delle regioni in cui la quantità degli insegnanti rispetto ai posti disponibili è sproporzionatamente elevata, in cui i dati su disoccupazione e tenore di vita ne fanno tra le più povere e disagiate dello Stato italiano, provengono così tanti insegnanti dai punteggi stratosfericamente migliori rispetto ai nostri, il sospetto che lo Stato italiano li favorisca in modi diversi per interesse politico (incentivi economici per fare master, medie di voto stranamente molto più alte rispetto a quelle delle regioni del nord), tende a non essere un semplice sospetto "razzista".

Se, quindi, da un lato c'è chi fa business milionario con i "corsi di aggiornamento" a spese dei nostri precari, dall'altro c'è il piano mai dismesso sin dal 1860: quello di "fare gli italiani".
Nel caso specifico, di farci diventare definitivamente italiani.

Questo non è altro che ...

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Articolo  Catalogna 2014: "Ara és l’hora" 

Di Admin (del 27/08/2014 @ 17:56:04, in Catalogna, linkato 329 volte)

Quando mancano soli 15 giorni all'atto multitudinario del prossimo 11 Settembre 2014, Diada de Catalunya, proponiamo ai nostri lettori il manifesto "Ara és l'Hora" (Adesso è l'Ora), che definisce i termini della campagna finale per l'indipendenza della Catalogna dallo stato spagnolo. Una campagna di massa, condotta nella società, tendente a portare al voto i cittadini il 9 Novembre, con l'obiettivo di far vincere l'ormai famoso doppio (affinché l'attuale Regione spagnola si trasformi in Stato e affinché quest'ultimo si dichiari indipendente). La traduzione è del nostro Stefano Crippa. A corredo del manifesto rilanciamo il bellissimo video "ufficiale" della campagna referendaria.

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Ara és l’hora. Uniti per costruire un nuovo paese

Gli uomini e le donne che fanno parte dell’Assemblea Nazionale Catalana e di Omnium Cultural danno inizio alla campagna “Ara és l’Hora” per giungere al conseguimento della consulta  referendaria che si celebrerà il 9 novembre del 2014.
Facciamo un appello alle altre identità della società civile catalana, alle organizzazioni politiche, sociali, economiche, e a tutta la cittadinanza, perchè si impegnino in questa campagna, basata  sui seguenti pilastri:

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Ci siamo. Mancano quattro settimane al 18 settembre 2014 e la Scozia, o meglio gli Scozzesi, saranno chiamati a decidere del proprio futuro, essendo riconosciuti come popolo e come territorio da un governo che sta dando lezioni di democrazia al mondo non da oggi, neanche da ieri.

Vorrei concentrarmi, in questo mio intervento, su di un documento appena messo in rete, dal Governo scozzese, che si chiama “The 2014 Scottish Independence Referendum Voting Guide”, di una dozzina di pagine. Si tratta di un documento tecnico, ove si indica chi ha diritto a votare, quando e come si vota, che cosa succedera’ nel caso di vittoria dei “si’”. Per questo, potrebbe a prima vista apparire come un documento anodino e anonimo, privo di interesse generale, auspicabile anche per l’Italia (quando andremo anche al “voto” ufficiale), il cui grado di civilta’ come stato democratico e’ pero’ manifestamente inferiore a quello britannico da sempre, ovvero da quando l’Italia unita, pur avendo tra le levatrici la stessa Gran Bretagna, e’ venuta sciaguratamente al mondo.

Alle pagine 8 e 9 del documento vi e’ una sezione che si intitola (trad. mia) “Dichiarazioni da parte delle due principali parti in causa ove si sostiene perchè esse pensano che si debba votare sì o no”. Ebbene, i grandi principi non hanno bisogno di immensi trattati, ma da sempre, almeno dal detto di Confucio “non fate agli altri quel che non vorreste fosse fatto a voi”, fondamento primo e norma base di ogni diritto successivo (che poi potrebbe pure non essere scritto e depositato in leggi e codici) si possono riassumere e cogliere in poche righe. E in poche righe, e due fotografie, i sostenitori del sì e quelli del no portano molto orgogliosamente, e con importantissimo materiale visuale, ovvero per ognuno una foto, i loro diversi (e si badi bene, non contrapposti ma appartenenti a domini logici diversi) argomenti. Vediamo di prenderli in esame....

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Articolo  Giochini politici 

Di Alessandro Zerbinato (del 17/08/2014 @ 00:44:31, in Veneto, linkato 356 volte)

Sigmund Freud nella sua analisi dei processi comportamentali definì due princìpi apparentemente contrapposti e cioè quello di piacere e quello di realtà secondo cui se è vero che si tende a cercare il piacere ad evitare il dispiacere è anche vero che questa tendenza alla soddisfazione del piacere viene condizionata dalle possibilità a realizzare le nostre aspirazioni che la situazione reale ci offre.
Questo è il pensiero di Freud ma io sono cattolico e penso che i sogni belli che gli uomini portano nel cuore li abbia posti Dio per la realizzazione personale e della società.
Dio non vuole toglierci meriti e libertà ed attende che siano gli uomini, suoi figli adottivi, a vincere con la volontà e l’impegno di ogni giorno gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione del suo disegno di amore e giustizia.

In questa cornice le aspirazioni per l’indipendenza del Veneto sono passibili di rischi e di fraintendimenti, di errori e di buoni risultati sprecati.

Parliamoci chiaro, gli indipendentisti veneti hanno contro l’intero apparato politico burocratico italiano che è tanto più immenso quanto esso abbia spogliato la società di ogni risorsa, è tanto più economicamente solido quanto abbia espropriato con la violenza della tassazione i produttori di ricchezza; controlla l’istruzione, i giornali, le televisioni, esercita potere dissuasivo e ricattatorio attraverso il monopolio quasi assoluto sulla sanità, finanzia una miriade di aziende parastatali o pubbliche o colluse con lo Stato.

A tutta questa messa in campo di mezzi atti a mantenere il potere i veneti hanno da opporre solo la purezza del proprio ideale e per la maggior parte dei casi la purezza dell’ideale è inversamente proporzionale alle possibilità economiche.

Il principio di realtà impone di tenere presente innanzitutto questo e cioè la mancanza di risorse per portare avanti progetti politici che implichino la partecipazione ad elezioni regionali o, almeno, che siano vincenti con percentuali vicine a quelle dell’effettivo desiderio maggioritario all’indipendenza.

Il principio di realtà impone di prendere atto della timidezza del Governatore Zaia nel portare avanti il progetto indipendentista; a Zaia ricordiamo che la Regione Veneto è inadempiente rispetto alla Risoluzione 44 approvata già il 28.11.2012, gli ricordiamo che basterebbero un paio di conferenze stampa da due capitali europee per portare all’attenzione del mondo ciò che si sta facendo in Veneto e ciò che l’Italia vuole anti democraticamente vietare a riguardo del referendum la cui indizione è stata approvata anche dalla legge Valdegamberi.

Un paio di conferenze di livello internazionale tenute da Zaia provocherebbero ricadute positive anche in Veneto in termini di consenso e rassicurerebbero i veneti sulla possibilità di ottenere la libertà da Roma che tanto stress da impotenza sta causando nella maggior parte della popolazione.

Se tuttavia molto spesso la posizione della Lega in alcuni dei suoi elementi a riguardo dell’indipendenza è opaca, contraddittoria e ambigua, tale da far venire il sospetto che l’argomento possa servire solo ad usare ancora una volta il Veneto come serbatoio di voti, si deve riconoscere che molta della base è autenticamente funzionale all’indipendentismo e che gli atti di governo finora espressi dalla Regione devono alla Lega il loro successo.

Questa però è la ragione per cui si deve cercare di affiancare una forza democraticamente eletta in Regione percentualmente significativa e formata da indipendentisti puri quale può essere il cartello “Noi Veneto” che ha in Chiavegato un ottimo front man.

Naturalmente accettare all’interno del cartello indipendentista una lista collegabile alla Lega toglierebbe vera capacità contrattuale agli indipendentisti che rinuncerebbero in partenza al ruolo di traino che dovrebbero avere una volta eletti in Consiglio Regionale.

Arriveremmo al paradosso che invece di infiltrare gli indipendentisti la Lega, sarebbe la Lega ad infiltrare gli indipendentisti.

No, così non va, sappiamo bene che vi sono persone navigate ed esperte di ogni gioco politico e che gli ultimi arrivati sono proprio gli indipendentisti puri, diciamo i meno preparati ai giochini politici, tuttavia deve essere la purezza dell’ideale il loro scudo e la forza della trasparenza la loro spada.

Se dovranno perdere perderanno da eroi ma se dovessero vincere sbaraglierebbero gli avversari e l’indipendenza si avvicinerebbe a gran velocità.

Ricordiamo le azioni positive del passato di tutti e tra queste svetta per popolarità raggiunta e per risonanza internazionale ottenuta quella di Plebiscito con il suo referendum autogestito e che ha avuto milioni di votanti, ricordiamo che questo successo è dovuto ad un manipolo di coraggiosi, che Gianluca Busato è stato il geniale ideatore, ricordiamo che tale iniziativa ha avuto costi elevatissimi e che sarebbe segno di generosità il mondo indipendentista accorresse a contribuire alla copertura dei costi, Lega in testa osiamo dire, che è il partito che può attingere alle risorse del finanziamento pubblico ed a quelle dei tesserati; se non ora e per questi nobili scopi quando usare dei soldi che devono servire al popolo veneto?

E’ di queste ore anche la notizia che l’assessore leghista in Regione Ciambetti ha dichiarato di voler procedere con l’indizione del referendum anche se la legge è stata impugnata dal Governo Renzi per mano del Ministro agli affari Regionali la calabrese Lanzetta. (LINK)

Si procederà quindi con l’istituzione di una associazione per la raccolta fondi necessari per lo svolgimento del referendum.

Concludo auspicando anche la presenza alle prossime regionali di una Lista di cattolici per l’indipendenza del Veneto che magari potrebbe essere guidata dall’ottimo Stefano Valdegamberi.

Avanti, avanti veneti, avanti, corajo, duri i banchi, se ghemo messo in marcia e non ghe molemo, no ghe molaremo più, fino all’indipendenza, fino alla libertà.



Articolo  La Scozia è indipendente. Adesso. 

Di Alex Storti (del 10/08/2014 @ 14:42:40, in Scozia, linkato 854 volte)

In questi giorni, un nutrito gruppo di personalità pubbliche inglesi ha firmato un significativo appello rivolto ai cittadini di Scozia. Ripensateci e non scegliete la strada della secessione, hanno scritto. "Let's stay together".

Vicent Partal, direttore del diario digitale catalano VilaWeb -da me citato così spesso che credo di potergli chiedere un caffè, quando passo da Barcellona-, ha sottolineato il tono conciliante e rispettosissimo del manifesto unionista firmato dalle celebrities.

Un tono ben diverso dalle farneticazioni nazionalfasciste spagnole e italiane a cui, come catalani, lombardi e veneti, siamo fin troppo abituati.
"La scelta di abbandonare il nostro paese [...] è assolutamente vostra, soltanto vostra". Queste le parole chiarissime dell'appello.

Non si tratta però soltanto di retorica. Si tratta della presa d'atto di un aspetto del processo secessionista scozzese che forse abbiamo tutti sottovalutato. Un aspetto che, a 40 giorni dal voto, voglio sottolineare. Con forza. Perchè si tratta di un fatto talmente grande da costituire, già di per sè, un precedente potenziale di portata enorme.

I cittadini di Scozia non andranno al voto per rendere indipendente la propria comunità politica e istituzionale, il 18 settembre prossimo. No. Essi andranno a votare per ...

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Articolo  Il Collettivo Avanti per la Scozia 

Di Admin (del 07/08/2014 @ 12:02:33, in Scozia, linkato 392 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato del Collettivo Avanti a favore del referendum scozzese, nella doppia versione italiano-inglese (traduzione Franco Paleari - elaborazione grafica Carlo Bernardoni). Buona lettura

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Il Collettivo Avanti sostiene il referendum per l'indipendenza della Scozia, in programma il prossimo 18 settembre e convocato grazie ad un evento storico di portata straordinaria: l'accordo bilaterale, raggiunto nel 2012, fra i governi di Londra e di Edimburgo. E’ grazie a tale accordo che oggi, nell'anno in cui si celebra il centenario dall'immane tragedia della Prima Guerra Mondiale, il futuro dei cittadini di Scozia viene pacificamente rimesso nelle loro mani. Non saranno forza e armi a decidere se la Scozia continuerà ad essere parte del Regno Unito o se diverrà, invece, uno stato indipendente nell'ambito dell'Unione Europea. Sarà infatti la libera e democratica scelta dei suoi stessi cittadini.

2014, non 1914: il voto scozzese, a prescindere dal successo o meno dell'opzione indipendentista, dimostra che è giunto il tempo di affermare concretamente il principio dell'autodeterminazione in Europa. E dimostra che tale principio non può essere interpretato sulla base delle vecchie logiche coloniali e post-coloniali. Qualsiasi Regione d'Europa deve poter decidere del proprio status istituzionale, senza dover dimostrare di essere territorio occupato, colonia o altro. L'autodeterminazione del resto coincide con la democrazia, nella sua forma più alta e pura. Se i confini amministrativi non possono essere oggetto del diritto di voto, allora non c'è democrazia, allora c’è sudditanza.

Il Collettivo Avanti auspica una vittoria del SI, nel referendum scozzese, per favorire il processo di decostruzione degli stati nazionali e per avviare la costruzione di un'Europa fondata su comunità politiche più piccole, più controllabili dai propri cittadini, più umane, maggiormente fondate sulla partecipazione civica e meno sulla delega alle caste partitiche e burocratiche; per un'Europa dell'autogoverno e della concorrenza normativa e fiscale fra stati; per una nuova Unione Europea, più simile alla Svizzera, e ben lontana dal modello di superstato omologatore che purtroppo ben conosciamo.

Il 18 settembre anche noi del Collettivo Avanti diciamo YES, SCOTLAND!

 

The Collettivo Avanti is endorsing the referendum on Scottish independence, scheduled for September 18. Its holding is the consequence of a historical event of extraordinary importance: the bilateral agreement reached in 2012 between the British and Scottish governments. Due to this agreement, today, in the year that marks the centenary of the World War I immense tragedy, the future of the citizens of Scotland is peacefully tendered in their hands. Force and arms won’t decide whether Scotland will continue to be a part of UK or will become, instead, an independent state within the European Union. This will be a free and democratic choice of its own citizens.

2014, not 1914: the Scottish vote, regardless of the success of the independence claim, shows that the time has come to affirm concretely the principle of self-determination in Europe. It shows that this principle cannot be interpreted on the basis of old colonial and post-colonial logic. Any Region of Europe must be able to decide on their own institutional status, without having to prove to be an occupied territory, a colony, or otherwise. Self-determination coincides with democracy in its highest and purest form. If administrative boundaries cannot be a voting matter, then there is no democracy, then there is subjection.

The Collettivo Avanti hopes for a YES victory, in the Scottish referendum, to facilitate the process of deconstruction of national states and to start the construction of a Europe based on smaller political communities: they would be more controllable by their own citizens, more human, more based on civic participation and less on delegation to parties and bureaucratic elites; a Europe of self-governance and competition between states about rules and taxation; a new European Union, more similar to Switzerland, and far from the leveler superstate structure which unfortunately we know well.

On September 18, we too of the Collettivo Avanti, say YES SCOTLAND!
 



Articolo  Matteo Renzi, premier o dittatore? 

Di Admin (del 05/08/2014 @ 16:43:58, in Europa, linkato 312 volte)

Riceviamo dall'amico Michele Brunelli e volentieri pubblichiamo

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The Italian government, which is holding the Presidency of the European Union since 1 July 2014, ultimately derives from an electoral system in which the protocol/regulation deprives the elector of any margin of choice of its representatives and acts with the confidence of a legislative assembly that has been instated under conditions ... such that they alter the representative relationship between electors and elected people...they coerce the electors' freedom of choice in the election of their representatives to the Parliament... and consequently they are at odds with the democratic principle, by affecting the very freedom of vote provided for by art. 48 of the Consitution (verdict no.16 year 1978) (le traduzioni sono mie)

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Andiamo per ordine. Un parlamento è un'assemblea le cui decisioni hanno forza di legge. Ma non tutte le assemblee sono parlamenti. Un'assemblea di condominio non è un parlamento. I parlamenti si formano con specifiche procedure di voto stabilite dalla legge. Nelle democrazie occidentali è generalmente accettato che il parlamento deve essere creato con elezioni segrete e libere, dando cioè all'elettore la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. In Inghilterra, il governo risponde ad una Camera dei Comuni eletta con voto libero e segreto. In Germania, Francia, Austria, il governo agisce con il supporto di parlamenti eletti con voto libero e segreto. Per contro, Cina, Vietnam e Siria sono dittature in cui il “parlamento” non è eletto con voto libero né segreto.

In Italia, la legge fondamentale – detta Costituzione –  stabilisce che il governo deve avere la fiducia del Parlamento e le elezioni devono avvenire con voto segreto e libero. Tuttavia, come ammesso dalla Corte Costituzionale nel 2013, l'attuale parlamento italiano scaturisce da una legge elettorale in cui alcune condizioni sono «tali da alterare per l’intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti. Anzi, impedendo che esso si costituisca correttamente e direttamente, coartano la libertà di scelta degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, che costituisce una delle principali espressioni della sovranità popolare, e pertanto contraddicono il principio democratico, incidendo sulla stessa libertà del voto di cui all’art. 48 Cost. (sentenza n. 16 del 1978). ...» (i grassetti sono miei)

La Corte Costituzionale è stata ancora più chiara, come mostrano questi altri tre passi fondamentali della sentenza: «...Una simile disciplina priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti...»; «...alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini...»; «... le disposizioni censurate, nello stabilire che il voto espresso dall’elettore, destinato a determinare per intero la composizione della Camera e del Senato, è un voto per la scelta della lista, escludono ogni facoltà dell’elettore di incidere sull’elezione dei propri rappresentanti ...».

Proprio questo parlamento ha nominato l'organo esecutivo attualmente capeggiato da Renzi. Per logica, quindi, l'esecutivo Renzi deriva in ultima analisi da una procedura che «priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti». Viene da chiedersi dunque dove sia la legittimità di questi organismi. Essendo stati creati senza rispettare la legge e i principi basilari delle democrazie occidentali, viene da chiedersi se il parlamento e il governo italiani abbiano attualmente la legittimità per creare leggi e per fare riforme.

Il voto per l'indipendenza, per allontanarci da questo stato di cose, diventa sempre più un voto contro la dittatura, un voto per le regole, un voto per la democrazia.

Ma dal primo luglio, l'Italia è un problema anche per l'Unione Europea. Dall'1 luglio 2014, infatti, l'Italia ha la presidenza dell'Unione Europea. Adesso “sopra” i governi tedeschi, francesi, inglesi ecc, si trova una istituzione italiana che in definitiva è stata insediata in contrasto con la libertà di scelta degli elettori e in contrasto con la legge. Tedeschi, Inglesi, Francesi, ecc. hanno ora lo stesso problema dei Veneti: quanto tollereranno di essere rappresentati da una istituzione statale creata fuori dalla legge e contro i principi democratici occidentali?

Michele Brunelli – Bassano del Grappa / Basan



Articolo  Trieste resistente: i portuali vogliono il Porto Franco 

Di Alex Storti (del 17/07/2014 @ 22:24:04, in Trieste, linkato 556 volte)

A partire da domani mattina, venerdì 18 luglio, alle 6, il Coordinamento Lavoratori Portuali di Trieste (CLPT) ha proclamato il blocco totale delle attività nel Porto. Come recita seccamente il volantino bilingue (italiano-sloveno, ma con finale in un triestino tanto stretto quanto netto), il CLPT invita la cittadinanza tutta a lottare al fianco dei portuali, “finché non verrà soddisfatta la richiesta di applicazione integrale dell’Allegato VIII come previsto dalle leggi, nazionali e internazionali, vigenti”.

Il ritrovo, previsto in Viale Campi Elisi al Buffet Vita, costituisce la risposta al silenzio delle autorità di fronte ad una serie di precise richieste, che lo stesso Coordinamento ha avanzato il 3 luglio scorso, con lettera protocollata, inviata all’amministrazione portuale e, per conoscenza, a Sindaco e Prefetto di Trieste. Nella stessa il CLPT, “visto il perdurare della situazione critica ed irrispettosa che stanno vivendo gli operatori delle varie società operanti al molo 7° di Trieste” chiedeva “la revoca immediata dei permessi di lavoro rilasciati agli operatori esterni (Livorno e Taranto) sia amministrativi che operativi; immediato reintegro degli operai ancora disoccupati della ex cooperativa sopraccarichi; attuazione immediata in toto dell’allegato VIII (dal punto 1 al punto 20) all’interno del Porto Franco Internazionale di Trieste”.

La lettera si chiudeva con il preannuncio dell’imminente azione: passati 15 giorni [senza fattive risposte da parte delle autorità, il CLPT] si riterrà in dovere di dimostrare il proprio dissenso per il non rispetto delle sue richieste”.

In apparenza queste ultime riguardano vicende estremamente specifiche dell’attività del bacino triestino, fatta eccezione ovviamente per il terzo punto, che attiene invece alla natura stessa del Porto Franco, secondo quanto previsto dal Trattato di Parigi del 1947. Tale Trattato, lo ricordiamo, è stato recepito nell’ordinamento italiano con il Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato n. 1430 del 28 novembre 1947 ed è stato quindi definitivamente ratificato con la Legge 3054 del 25 novembre 1952. Si tratta di norme tuttora vigenti, come dimostra fisicamente il fatto che sul sito ufficiale dello Stato italiano Normattiva se ne trovano i testi con pochi click (qui il Decreto e qui la Legge ).

Dicevamo che le richieste dei portuali sembrano unire rivendicazioni di piccola entità con altre che attengono alla storia con la “S” maiuscola. Sarebbe però una lettura ingenerosa. Infatti, ...

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Articolo  Venezia: una città, un universo 

Di Paolo Amighetti (del 17/07/2014 @ 15:54:18, in Veneto, linkato 448 volte)

Quanto segue è un piccolo brano tratto dall'opera dello scrittore inglese Peter Ackroyd, intitolata Venice: Pure City. Si tratta di un'appassionata storia della Repubblica di Venezia, vista con gli occhi incantati di uno straniero ammaliato dalla sua magia. Venezia è molto più di una città, sembra volerci suggerire Ackroyd: è un mondo piccolo, chiuso nella sua Laguna, che lo protegge da sempre, ma aperto al traffico delle genti e delle merci da e per l'Oriente e l'Europa, fino ed oltre gli orizzonti del ponente e del levante. La repubblichetta marinara dei sussidiari della scuola dell'obbligo viene riportata alla sua dimensione storica: quella di fiorente città affacciata sulle distese azzurre del Mediterraneo. Venezia fu mondiale anche perché vi si parlava il turco, l'armeno, il tedesco, il fiammingo, e perché vi si riversava tutto il mondo alla ricerca di rifugio, fortuna, opportunità (quand'anche si trattasse soltanto di diventar galeotti, cioè di riempire la pancia delle navi che uscivan dall'Arsenale per mettersi ai remi).  Era la New York dell'Evo medio e della prima modernità: le sue luci si spensero soltanto con Napoleone, che con atto di violenza cancellò la sua plurisecolare sovranità. Ma Ackroyd si sofferma, in questo brano, sullo splendore della città e sulla sua vocazione, sbalorditiva, allo scambio e al dialogo, e alla pacifica convivenza dei suoi abitanti con gli ospiti più disparati.  

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La città di Venezia è stata costruita a mo' d'imbarcazione, perché fosse adatta al mare... Per i primi che l'abitarono, fece da scialuppa di salvataggio: era il porto degli esiliati e dei pellegrini. Città aperta, digeriva ed assimilava chiunque vi giungesse. Un viaggiatore del Quattrocento notò che «vi risiedono quasi soltanto stranieri», e nel secolo successivo, un veneziano confermava che  «fatta eccezione per il patriziato e per i cittadini, tutti gli altri sono forestieri»; si riferiva probabilmente ai bottegai e agli artisti. Nel 1611, il diplomatico inglese sir Dudley Carlton descrisse Venezia come "un microcosmo", più che come una città. Il suo carattere era, più che cittadino, universale: e tale rimase per gran parte della sua storia. Ospitava francesi e slavi, greci e fiamminghi, ebrei e tedeschi, gente d'Oriente e spagnoli, assieme ad un discreto melting pot un po' da tutta Italia, tanto che alcune strade traevano dai loro inquilini stranieri il loro nome. Tutte le nazioni d'Europa e del Levante vi erano rappresentate: tutti i visitatori se ne rendevano conto non appena giunti in quella Babele che doveva essere piazza San Marco.

Un porto gestito da tante genti non aveva eguali al mondo. In vari dipinti dell'Ottocento, ai costumi severi dei nobili veneziani e ai loro cilindri si mescolano le palandrane dei mercanti ebrei, i cappelli fiammeggianti dei greci e i turbanti dei turchi. Si potrebbe dire che i veneziani abbiano dato forma alla loro stessa identità in eterno confronto e contrasto con quella di coloro che ospitavano. I tedeschi trovavano in città la loro Germania in minatura nel complesso noto come Fondaco dei Tedeschi, a Rialto, munito di due sale da pranzo e ottanta stanze singole. I mercanti erano sì sorvegliati dal governo, ma si diceva che amassero la città «più che la loro stessa patria». Nel Cinquecento i fiamminghi si riversarono a Venezia. Anche i greci avevano il loro quartiere, con la loro brava chiesa ortodossa. Dopo il crollo di Costantinopoli (1204) e la conquista turca della città (1453), molti greci bizantini -soldati, marinai, artisti, intellettuali alla ricerca di un patrono- fecero vela verso Venezia. Non mancavano il quartiere albanese né quello armeno, e a San Lazzaro fu eretto persino un monastero: qui Byron imparò l'armeno durante il suo soggiorno in città (che gli riserbò anche altri piaceri, meno intellettuali). ...

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