"Se in tanti secoli un governo italiano degno del nome non c'è stato, vuol dire che gl'Italiani sono individui straordinari (come dimostrano le arti e il pensiero) ma che l'Italia non esiste. È una brutta invenzione, perché è una illusione. L'Italia è balcanica, è levantina. Per pranzare, andare a letto insieme, far un viaggio nulla di meglio dell'Italiano; ma come compagno di società, come concittadino, meglio gli Zulù."

Giuseppe Prezzolini

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I falsi miti dell'indipendentismo etnonazionalista (seconda parte)
Prosegue l'analisi dei falsi miti dell'indipendentismo lombardo di matrice etnonazionalista
I falsi miti dell'indipendentismo etnonazionalista (prima parte)
Sulla natura e sulle prospettive dell'indipendentismo lombardo
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Il socialismo catalano e il referendum
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2014, via da Roma o morte
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Articolo  Lo statalismo non aiuterà il Ticino, la libertà sì 

Di Carlo Lottieri (del 03/03/2015 @ 23:39:45, in Dalla Svizzera..., linkato 111 volte)

Quella parte di Lombardia che si trova in territorio elvetico sta conoscendo (e certo conoscerà anche nel prossimo futuro) una fase non semplice. In primo luogo, si deve fare i conti con il franco forte o, meglio, con le conseguenze della decisione di mantenere per anni un cambio artificioso tra euro e franco: non inferiore al rapporto 1,20. Nel momento in cui la banca centrale ha dovuto arrendersi ai mercati e alla realtà, alcune imprese si sono trovate a fare i conti con una situazione nuova, dal momento che avevano orientato le proprie attività sulla base di un’informazione distorta. Ora ci vorrà tempo perché lavoro e capitali si dirigono dove sono più produttivi.
Per giunta, altre nubi sono all’orizzonte a seguito della sciagura decisione di abbandonare il segreto bancario.
Il rischio è che questo comprometta alcuni pilastri dell’ordinamento giuridico e dell’economia del Ticino. In particolare, è facile prevedere che cresca il consenso a politiche di chiusura. È sempre più forte ad esempio il sostegno alla tesi che per affrontare il problema dei 10 mila disoccupati basterebbe sbarrare la strada a una parte dei 60 mila frontalieri e il problema sarebbe risolto. Ovviamente non è così, ma demagoghi che sostengono tutto questo trovano oggi un terreno più fertile.
Sta anche prendendo strada l’idea che le nuove imprese che arrivano in Ticino debbano essere obbligate ad assumere almeno una quota di lavoratori locali: una regola che, se adottata, scoraggerà talune imprese a non spostarsi nel cantone. E poi si parla di salari minimi, contratti collettivi e altre soluzioni dirigistiche, che non favoriscono certo la crescita.
La Svizzera è diventata un modello perché, grazie alla competizione istituzionale tra cantoni e anche tra comuni, ha tenuto un livello relativamente basso di pressione fiscale e interventismo statale. In un recente studio condotto da ImpresaLavoro su dieci Paesi europei, la Svizzera si è collocata al primo posto, come il Paese meno illiberale, e il suo successo dipende da questo. Se ora inizierà a intralciare la libera contrattazione tra imprese e lavoro, se minerà il diritto di proprietà (che è anche il diritto di un’azienda ad assumere chi vuole), se sposerà soluzioni autoritarie e populiste… non ne verrà nulla di buono.
In questa congiuntura non facile, conseguenza di alcune scelte antiliberali compiute a Berna, sarebbe importante che i ticinesi si mostrassero saggi e prudenti. Sotto vari punti di vista la Svizzera resta un’isola felice, ma se sceglierà logiche nazionaliste e stataliste potrà trovarsi presto a fare i conti con difficoltà crescenti.


(Questo post è stato pubblicato anche nel blog di Carlo Lottieri de "Il Giornale", www.ilgiornale.it)



Articolo  La vera Indipendenza della Veneta Nazione di Franco Rocchetta 

Di Nicola Busin (del 03/03/2015 @ 22:34:14, in Veneto, linkato 136 volte)

Seguendo i tanti dibattiti nel web sui vari social network capita talvolta di cogliere tra quanto scritto dagli amici qualche raro momento lirico che fa comprendere il vero sentimento dell'indipendenza. Franco ha scritto con passione questo saggio, composto da vari brani che seguono un filo logico unico. Ho avuto la fortuna e la determinazione di salvare i vari commenti scritti sul tema dell'indipendenza e di unirli in questo saggio tutta espressione di Franco che mi raccomanda evidenziare essere stati scritti di getto, con il cuore, senza ripensamenti e quindi ricchi di quella immediatezza che il lettore sicuramente riconoscerà.

Nicola Busin

lveneto

 

Quel che risulta ben chiaro dallo studio e dall’osservazione della storia, delle dinamiche sociolinguistiche ed istituzionali, e delle cronache, è che se i Catalani ed i Québécois (che come i Veneti hanno subito per generazioni incessanti martellanti tentativi istituzionali di proibizione e soffocamento, di disarticolazione e sradicamento della propria lingua, di appiattimento, di ridicolizzazione e di messa al bando dei suoi tratti più salienti attraverso la disseminazione sistematica di dati falsi e fuorvianti, di censure alienanti, di notizie ingannevoli, di pregiudizi elaborati ad arte), se i Québécois ed i Catalani, dunque, ...

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Articolo  I falsi miti dell'indipendentismo etnonazionalista (seconda parte) 

Di Alex Storti (del 02/03/2015 @ 16:48:24, in Indipendenza, linkato 189 volte)

[dopo la prima parte, che potete leggere qui, prosegue l'analisi, da parte di Alex Storti, dei "falsi miti" che hanno finora relegato l'indipendentismo lombardo in una sorta di ghetto ideologico e comunicativo; falsi miti che però, è bene ricordarlo, il nuovo indipendentismo lombardo non-etnonazionalista si propone di superare]

*   *   *

Il falso mito della lingua

Avere una lingua diversa da quella dello stato di appartenenza è un fattore imprescindibile per il successo di un percorso indipendentista? No.

L'esperienza concreta di tantissime realtà statuali, resesi indipendenti nel corso degli ultimi secoli, dimostra che il fattore linguistico non è affatto decisivo.

In tutto il SudAmerica -con l'eccezione del Brasile- si parla spagnolo. Ciò non ha impedito agli stati latinoamericani di rendersi indipendenti dall'ex madrepatria e tantomeno di restare divisi e distinti, gli uni rispetto agli altri. Anzi, in più occasioni si sono avute guerre o spinte separatiste interne ad essi.  Non solo: nonostante una cultura di base ampiamente comune, tali stati non hanno dato vita a nulla che possa essere paragonato, nemmeno lontanamente, all'Unione Europea.

Un discorso analogo potrebbe essere fatto per Stati Uniti e Canada, oppure per Australia e Nuova Zelanda. Ma anche, naturalmente, per le tante comunità tedescofone europee: 44 anni dopo la seconda guerra mondiale, soltanto la Germania Est si è riunita ai vicini occidentali, non anche l'Austria...

I "dialetti" lombardi andrebbero comunque coltivati e rivitalizzati? ...

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Articolo  I falsi miti dell'indipendentismo etnonazionalista (prima parte) 

Di Alex Storti (del 25/02/2015 @ 20:37:29, in Indipendenza, linkato 398 volte)

La recentissima approvazione del referendum su una maggiore autonomia della Lombardia sta generando un fecondo dibattito, sulla natura e le prospettive dell'indipendentismo nella nostra Regione. È importante fissare alcuni punti fermi, per districarsi in mezzo ai tanti falsi miti che relegano l'indipendentismo lombardo in una sorta di ghetto ideologico e comunicativo.

Ma è importante fissare tali punti fermi anche per un altro motivo: comprendere ed accettare il fatto che esistono due diversi indipendentismi, le cui visioni e strategie risultano incompatibili. Il che non è un dramma. È un dato di fatto. Il nuovo indipendentismo lombardo si propone il superamento di quei falsi miti, tanto cari, per contro, all'indipendentismo tradizionale. Vediamoli.


Il falso mito dell'identità

Per scegliere di non far più parte di uno stato bisogna dimostrare di avere un'identità diversa? No.

Questo falso mito affonda le proprie radici nel periodo della Rivoluzione Francese. I giacobini teorizzarono infatti la coincidenza fra "nazione" e "stato", per giustificare il potere del parlamento di legiferare per tutto il territorio abitato dalla "Nazione una e indivisibile".

Attraverso l'epoca della fine degli Imperi europei e coloniali, il falso mito in questione divenne anche il fondamento del principio di autodeterminazione. Quest'ultimo venne stravolto, rispetto a ciò che sarebbe dovuto essere in origine: invece di lasciare che fosse ogni comunità politica ad autodeterminarsi, decidendo con chi stare e dando vita anche a stati etnicamente misti, il principio di autodeterminazione venne riconosciuto soltanto a quelle comunità politiche territoriali che fossero state in grado di dimostrare di essere "popoli" (ossia "nazioni" o aspiranti tali), cioè etnicamente omogenei. Una mostruosità.

Purtroppo anche le lotte indipendentiste tradizionali, in Europa occidentale, sono state monopolizzate dai portatori di questa visione. Non è un caso che l'espressione maggiormente in voga sia ...

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Articolo  Referendum d’autonomia: facciamo chiarezza! 

Di Claudio Franco (del 19/02/2015 @ 18:15:07, in Lombardia, linkato 221 volte)

A due giorni dall’approvazione del referendum da parte del Consiglio Regionale lombardo, occorre fare un po’ di ordine. Molte sono le novità e i cambiamenti nelle normative regionali.

 

Innanzitutto, cosa è stato approvato il 17 febbraio 2015?

Una “proposta di referendum” (questo il nome corretto) regionale per l’indizione di un referendum consultivo, a norma dell’articolo 52 dello Statuto d’Autonomia della Lombardia (la nostra “Costituzione”). Insieme ad essa, diversi ordini del giorno che ne definiscono meglio gli ambiti. E soprattutto un progetto di legge regionale (il PDL 226) che istituisce il voto elettronico per i referendum consultivi.

Chi ha approvato il referendum? Chi lo ha proposto?

Il referendum è stato approvato da 58 Consiglieri di cui 48 provenienti dai partiti di maggioranza (Lega Nord, Lista Maroni Presidente, Forza Italia, Nuovo Centro Destra, Fratelli d’Italia, Pensionati, Gruppo Misto), 9 facenti parte del Movimento Cinque Stelle e 1 Consigliere del Partito Democratico (Corrado Tomasi). Il testo del referendum è figlio di un parto travagliato, che ha visto il primo testo, proposto da Lega Nord e Lista Maroni e richiedente lo Statuto Speciale (con elevati rischi di incostituzionalità e problemi di consenso all’interno del Consiglio Regionale), modificato fino ad una versione chiaramente meno incisiva, ma largamente condivisa dalle forze politiche della maggioranza e non solo. L’aggiunta e l’approvazione della legge sul voto elettronico ha infine blindato il voto favorevole dei Consiglieri pentastellati.

Su quale domanda, quindi, dovremmo essere chiamati a votare? ...

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Articolo  Intervista a Fabrizio Cecchetti sul referendum d'autonomia lombardo 

Di Claudio Franco (del 17/02/2015 @ 12:56:12, in Lombardia, linkato 194 volte)

Riceviamo dai ragazzi del Collettivo Avanti e volentieri pubblichiamo questa intervista al Vicepresidente del Consiglio Regionale Fabrizio Cecchetti, in merito al referendum che oggi sarà votato dalla massima assemblea lombarda. Buona lettura!


Vicepresidente Cecchetti, il referendum sull’autonomia della Lombardia sta per approdare (il 17 febbraio) in Consiglio Regionale. Vuole farci un commento nel merito?

Si tratta di un passo fondamentale per la battaglia autonomista e indipendentista in Lombardia. Se il referendum verrà approvato per la prima volta i lombardi potranno esprimersi sul loro futuro. Il quesito infatti chiederà ai cittadini se sono d’accordo che Regione Lombardia abbia maggiore autonomia, ovvero più competenze e più risorse. Sarebbe bello che tutte le forze politiche presenti in Consiglio regionale si esprimessero a favore del diritto di decidere dei lombardi e mi piacerebbe che per una volta, su un tema così importante, la politica si unisse nell’interesse esclusivo della nostra terra e della nostra gente. Ricordo infatti che nel giro di 5 anni la disoccupazione in Lombardia è quasi triplicata e sono fallite oltre 16mila imprese. In questo contesto allarmante, dallo Stato italiano non riceviamo alcun aiuto, ma bensì solo maggiori tasse e una continua diminuzione dei trasferimenti agli enti locali, cosa che ha portato i nostri comuni ad essere dei meri passacarte dello stato centrale, la diminuzione generale dei servizi ai cittadini e ha provocato la riduzione di un terzo della capacità di bilancio regionale, che vuol dire meno aiuti a imprese, disoccupati e famiglie. Questo referendum è la carta che abbiamo per fronteggiare le spinte neocentraliste del Governo e per dimostrare a Roma che i cittadini lombardi vogliono più autonomia.

La Lombardia, anche alla luce di questa iniziativa referendaria, può emergere come territorio dotato di una propria specialità nel quadro politico più generale? Può, in altri termini, dar vita ad una CSU alla bavarese o addirittura ad una CiU alla catalana?

E’ sicuramente un’occasione per ...

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Articolo  Contro il nazionalismo piddino, un sano schiaffo di democrazia 

Di Alex Storti (del 13/02/2015 @ 09:36:44, in Lombardia, linkato 419 volte)

Martedì prossimo, 17 febbraio, il Consiglio Regionale della Lombardia si esprimerà in via definitiva sulla legge di indizione di un referendum autonomista. Il progetto di legge ha finora raccolto il parere favorevole della competente commissione consiliare; adesso, però, si tratta di ottenere i due terzi dei voti favorevoli nella seduta plenaria della prossima settimana.
Considerando che la maggioranza ha 49 voti, ne mancano almeno 5 per arrivare ai 54 necessari per l'approvazione. E contando che 9 sono i consiglieri di opposizione del Movimento 5 Stelle, il loro voto è decisivo. Su di loro, non a caso, il PD sta cercando di esercitare una pressione fortissima per convincerli a non votare il referendum.

E, come di consueto, i "Democratici" dimostrano di incarnare il peggio della politica, tanto lombarda quanto italiana. Vediamo il perchè.

Partiamo dal testo del quesito referendario:

Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di particolari condizioni di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 116, terzo comma della Costituzione?

C'è chi storce il naso di fronte al tenore di tale quesito. Ci soffermeremo su tali valutazioni in altra sede. Qui limitiamoci al riferimento normativo in esso citato. La maggioranza guidata dal Presidente Maroni chiede ai cittadini lombardi se siano favorevoli ad attivare la procedura prevista dal terzo comma dell'art. 116 della Costituzione Italiana vigente.

Andiamo a leggere il testo di tale norma: ...

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Articolo  Nel nome della Rosa 

Di Alex Storti (del 10/02/2015 @ 15:58:11, in Lombardia, linkato 411 volte)

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere il comunicato, parecchio rancoroso, di alcuni indipendentisti lombardi. Costoro, dopo aver polemizzato con il referendum per una maggiore autonomia della nostra Regione, in corso di approvazione, si sono scagliati contro il simbolo della Lombardia: l'ormai diffusissima Rosa Camuna.

Dal comunicato in questione ho appreso che "chi governa la Lombardia [...] prossimamente proporrà l’attuale 'rubinetto' come bandiera ufficiale di regione Lombardia". Tralasciando gli epiteti idraulici tanto cari ai nostalgici del nazional-lombardismo, devo dire che la notizia riportata dal comunicato, se corrispondente al vero, rappresenterebbe un momento importante nel cammino per l'autogoverno della nostra Regione.

So bene che c’è chi pensa si tratti di questione di poco conto. “In fondo parliamo solo di una bandiera…": se così fosse davvero, approviamola senza tante storie, no?
Ma io rispondo che no, non è affatto questione di poco conto.
L'ufficializzazione della Rosa Camuna quale bandiera della Regione Lombardia -cioè della Lombardia tout court, inutile girarci attorno- è un fatto importante. Non certo per l'aspetto formale in sè: al momento, lo ricordo, la Rosa Camuna costituisce "soltanto" lo stemma regionale; uno stemma che, per giunta, l'ex presidente Formigoni tentò scriteriatamente di ridurre a logo commerciale. Sia come sia, i vessilli verdi con la Rosa Camuna bianca, che sventolano un po' ovunque in Lombardia, sono considerati, ad oggi, bandiere de facto, non ancora però, e per l'appunto, “ufficializzate” dalla Regione.

Ma, come detto,  non è tanto per questa ufficializzazione che la legge sulla bandiera lombarda acquisterebbe un significato storico. No, c'è decisamente di più in ballo. Cosa? È presto spiegato. ...

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Articolo  Rendez-vous a Cittadella 

Di Alessandro Zerbinato (del 31/01/2015 @ 10:18:06, in Veneto, linkato 222 volte)

Il leone torna a ruggire domani a Cittadella alle ore 14:45 a partire da Piazza Pierobon per la manifestazione silenziosa organizzata da Franco Rocchetta, dall'avvocato Andrea Arman e da Patrizio Miatello

Sembra, dal numero di gruppi ed organizzazioni del frastagliato mondo indipendentista veneto che stanno pubblicizzando la cosa, che la partecipazione sarà massiccia. (link)

Il motivo per questo spiegamento di forze sta tutto nell'orgoglio di un popolo che si vede impedire l'utilizzo delle proprie bandiere da parte di occhiuti prefetti inviati in Veneto dal governo centrale italiano e che hanno intimato a due Sindaci veneti, Renato Miatello di San Giorgio in Bosco e Giuseppe Pan di Cittadella di non indossare più la fascia di san Marco in occasioni ufficiali.

La risposta al prefetto di Padova, Patrizia Impresa proveniente da Avellino, viene anche dal Sindaco di Resana Loris Mazzorato con una lettera al prefetto che tra le altre cose riporta l’art.15 della dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che cosi recita “Ogni individuo ha diritto ad una nazionalità. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua nazionalità, né del diritto di mutare nazionalità” – Everyone has the righi to a nationality – No one shall be arbitrarily deprived of his nationality nor denied the right to change his nationality.

Il popolo veneto ha senz'altro il diritto ad utilizzare i propri simboli attraverso i propri rappresentanti istituzionali come dovrebbe avere il diritto di esprimersi in un referendum, già approvato a maggioranza dal Consiglio Regionale Veneto ma impugnato dal governo italiano, in ordine all'autodeterminazione.

Pubblichiamo di seguito la lettera inviata ai Sindaci e scritta congiuntamente da Rocchetta, Arman e Miatello

PAR DOMENEGA 1 A THIDADÈA
LETTERA APERTA AI SINDACI DEL VENETO

Buongiorno signor Sindaco,
Le scriviamo per preannunciarLe alcune nostre considerazioni circa lo stato della società veneta e le prospettive per il prossimo futuro, speranzosi che ciò possa costituire un contributo utile per meglio capire e concretamente superare le difficoltà del momento.
Nei prossimi giorni Le faremo pervenire una versione più ampia del presente testo.
Le scriviamo anche per invitarLa alla Marcia Pacifica, e Silenziosa, che abbiamo indetto per Domenica 1 Febbraio a Cittadella-Thidadèa, a fianco ed a sostegno di alcuni Suoi colleghi che in questi giorni hanno subìto un grave atto intimidatorio a ragione del loro muoversi in sintonia con il Diritto riconosciuto internazionalmente ed universalmente ad ogni popolo, europeo o noneuropeo, a vivere il proprio territorio e la propria comunità conoscendone, difendendone, facendone fiorire nel tempo l’integrità fisica e morale, sociolinguistica ed economica, storica e giuridica, la coesione sociale, il benessere diffuso, la salute pubblica, la salute delle acque, delle terre e dell’aria, la piena trasmissibilità alle generazioni del futuro di un patrimonio di civiltà degno di essere vissuto.
Siamo sempre più convinti che nessun argomento di legge possa giustificare il tentativo, anzi, l'attività di cancellazione della storia, dell'identità e della dignità di un popolo e la compressione di libertà riconosciute dalla Costituzione Italiana e dal Diritto Internazionale.
Confidiamo di poterLa vedere tra noi Domenica, in un incontro di buona volontà che non ha bandiere di partito, di lobby o di lista, ma la sola bandiera col leone alato, la bandiera di una civiltà ammirata e presa a modello in tutto il mondo. La bandiera dell'unico grande Stato europeo che per un numero di secoli ineguagliato nella Storia si è retto sul buon governo che garantisce equità e benessere diffuso, e sul conseguente consenso popolare, non sulle baionette.
Abbiamo esteso questo invito a 360 gradi,
anche ad associazioni e gruppi ed aree, presidi e collettivi che spesso non hanno occasione di incontrarsi e di confrontare con serenità tra loro condizioni e disagi differenti.
Non perseguiamo alcun calcolo elettoralistico (noi organizzatori e autori del presente testo, e Veneto £ión, non agiamo in questa ottica) ma siamo spinti ad attivarci (nella latitanza di tante istituzioni) dallo spirito cogente della nostra civiltà repubblicana.
Con cordialità ed auguri di buon lavoro,


Andrea Arman, Patrizio Miatello, Franco Rocchetta;


VENETO £IÓN.
Dal Veneto, Giovedì 29 Gennaio 2015 / 2014 more veneto



Articolo  LO SCENARIO DELLE REGIONALI VENETE 2015 

Di Nicola Busin (del 06/01/2015 @ 18:09:35, in Veneto, linkato 665 volte)

Lo scenario delle prossime elezioni regionali venete ha due sole alternative possibili. É chiaro che ad inizio 2015 la mappa dei contendenti in campo è ancora in via di definizione. In ogni caso due saranno i veri competitors :Zaia e Moretti. Zaia ha sicuramente un vantaggio indiscusso in una regione in cui il 55% dichiara di desiderare il distacco dallo stato italiano (http://www.demos.it/a00970.php ) dato che la Moretti ed in particolare il partito di appartenenza (PD) hanno escluso qualsiasi ipotesi di referendum per l’indipendenza del Veneto.

Mai come in questa occasione appare abbastanza precisa la scelta degli elettori: o si desidera continuare a restare nello stato italiano  con tutte le conseguenze del caso, dimostrando così di accettare la cultura risorgimentale che ha forzatamente unito gli splendidi popoli italici (desiderando così eliminarli) o si preferisce ritornare alla lunghissima esperienza di autogoverno del proprio territorio come lo è stato per 1.100 anni con la Serenissima Repubblica. Le due scelte paiono al giorno d’oggi sufficientemente chiare e definite ma non è detto. I detrattori della scelta indipendentista diranno che fuori dall’Italia il Veneto sarà isolato dal resto dell’Europa, sarà privo di un adeguato sistema di difesa, di un sistema di rappresentanza internazionale, uscirà automaticamenta dall’euro, non riuscirà a pagare le pensioni, andrà contro il processo di globalizzazione in atto che nessuno può fermare e via di seguito. Chi desidera invece l’indipendenza dirà che un Veneto libero delle catene romane vedrà in un solo anno aumentare il PIL del 12%, potrà liberamente scegliere se restare nell’euro o stampare moneta dato che il notevole surplus, maggiore di 21 miliardi, può permettere qualsiasi scelta e ancora le pensioni e gli stipendi sicuramente aumenteranno, le odiose tasse diminuiranno e via di seguito con un infinito elenco di aspetti affermativi difficili da contestare.

Queste in estrema sintesi le due opzioni di fondo. Però i giochi non sono assolutamente fatti in quanto ancora non si capisce come si comporteranno e quale successo avranno i vari movimenti indipendentisti che attualmente contestano Zaia ed in particolare la Lega Nord per il loro comportamento tiepido e non sempre chiaro nella richiesta di libertà del popolo veneto . Se alcuni gruppi si sono riuniti sotto l’egida di Zaia (Noi Veneto indipendente) ancora non si comprende cosa faranno Indipendenza Veneta, Veneto Sì e altri. Inoltre alcuni storici movimenti e vari Governi Veneti si battono da sempre per il non voto in quanto il popolo veneto usurpato non deve votare alle elezioni indette dall’usurpatore italiano. Il risultato è che questi movimenti veneti fuori dalla lista Zaia potrebbero ottenere qualche successo e quindi togliere voti al Presidente uscente e alla fine la candidata Moretti si troverebbe a vincere anche senza una percentuale molto significativa. Storia a parte farà il movimento 5 stelle, partito chiaramente italiano e per l’Italia unita, che combatte non senza apprezzamenti e validità per cambiare  lo stato italiano ma poco interessato ai temi dell’indipendenza veneta; perlopiù parla di autonomia veneta, ma è altra cosa e già negata dal parlamento italiano. Però anche in questo caso staremo a vedere.

Zaia adesso ha una grandissima opportunità anche se difficile da realizzare: aggregare almeno i movimenti indipendentisti più significativi nella propria lista. Sarà un impegno gravoso ma Zaia da buon veneto dovrebbe possedere la proverbiale diplomazia in cui eccelleva la Serenissima . Lo deve fare perchè ama le genti venete, perchè è perfettamente consapevole che restare in questa Italia risorgimentale potrà solo dare ulteriore carico di oneri e tasse al suo popolo con il rischio di ridurlo alla fame e costringere tanti e troppi ad emigrare come purtroppo è accaduto dopo l’annessione truffa al regno sabaudo (storia docet).


 



Articolo  Il messaggio di fine anno del Presidente Mas 

Di Claudio Franco (del 31/12/2014 @ 15:15:50, in Catalogna, linkato 259 volte)

 Condividiamo la traduzione, a cura del Collettivo Avanti, delle parti più salienti, rispetto al diritto di voto, del discorso di fine anno del Presidente della Generalitat de Catalunya Artur Mas (di cui linkiamo il video su Youtube). Vi auguriamo inoltre di trascorrere un felice Capodanno e un felice 2015!


 "Finisce un anno, il 2014, e ne inizia un altro, l’anno nuovo che è sul punto di cominciare. Secondo la tradizione, mi rivolgo a tutti voi per augurarvi buone feste e un buon anno 2015, e per porgervi alcune brevi riflessioni sul momento, decisivo e importante, che vive il nostro paese.

[…]

L'altro grande cambiamento del 2014 è che per la prima volta in tre secoli, i catalani che lo volevano, sono stati in grado di votare per il futuro politico del Paese, finanche per la libertà politica della Catalogna. Molti l’hanno fatto, ben oltre 2.350.000 di persone. Mai si era arrivati così lontano. Mai.

Nonostante il divieto e l’opposizione dell’intero sistema istituzionale dello Stato, molte migliaia di catalani hanno svolto un esercizio di auto-affermazione, di rispetto, di democrazia e di libera opinione in libertà. Un esercizio di democrazia, che nel XXI secolo dovrebbe essere normale e non l'eccezione, dovrebbe portare al dialogo e alla negoziazione, piuttosto che a battaglie legali.

E’ terribile che uno Stato decida di citare in giudizio per via penale coloro che favoriscono la partecipazione e danno così voce e voto ai cittadini. Vuol dire che qualcosa non va, non di meno.

Il 9 novembre è stato anche una dimostrazione del fatto che l’unità ci dona forza come paese. Senza il coinvolgimento della società civile, dei volontari, dei vari partiti politici e del governo non ce l’avremmo fatta. Dobbiamo prendere atto del fatto che l’unità ci fa più forti e ci permette di andare avanti più forti. L'unità permette di capire meglio quello che vogliamo, come paese e come società, e ci infonde il morale della vittoria.

L'unità è ciò che lo Stato teme di più. Lo Stato ci vuole divisi, ognuno per conto proprio. Sa che così simao più deboli e vulnerabili. Dobbiamo esserne ben consapevoli, ricordarcelo e agire di conseguenza. In queste prossime settimane andranno prese nuove decisioni, difficili e non senza rischi. Il cammino fino al 9 novembre è stato pieno di ostacoli, molti esterni e alcuni interni. Tutti sono stati superati.

Se poi non ho esitato a prendere personalmente le decisioni che credevo più opportune, così mi comporterò nei prossimi passi che dobbiamo fare come un paese. È mia responsabilità come Presidente: non scappare dalle decisioni, per quanto difficile possano essere. Conservando la fiducia che mi hanno concesso i vostri voti, così mi comporterò. E saranno soltanto i vostri voti, quando sarà il momento, che comporranno gli scenari del futuro, che continueranno a guidare le redini di questo paese.

Auguro il meglio per voi e per le persone che amate in questo 2015 che stiamo per iniziare. Quest'anno vogliamo essere meglio in ogni modo. Un anno che vi invito a vivere con intensità, con la speranza e la fiducia che sapremo, tutte e tutti, costruire un Catalogna migliore.

Viva la Catalogna!"

Barcellona, 30 dicembre 2014

Qui il link al video: https://www.youtube.com/watch?v=S-qIJsYVeSI#t=178



Articolo  Libertà o tirannide 

Di Stefano Crippa (del 17/12/2014 @ 08:56:00, in Lombardia, linkato 248 volte)

Come volevasi dimostrare si è andati a sbattere contro un muro e l’ultimo tentativo dei federalisti di trasformare questo paese in senso federale, utilizzando il grimaldello della richiesta dello statuto speciale, non è riuscito.

In data 12 dicembre in commissione affari costituzionali alla Camera dei Deputati la maggioranza del PD ha bocciato, nell’ambito della discussione sulla riforma costituzionale, un emendamento dell’onorevole leghista Matteo Bragantini - che autorizzava le regioni a statuto ordinario ad «avviare procedure di consultazione degli elettori, secondo modalità e termini previsti dai rispettivi statuti, per il riconoscimento della condizione di specialità, allegando al quesito referendario un progetto di revisione costituzionale».

Il sogno dei federalisti è concluso, questo paese è irriformabile e non ci sono più giustificazioni di sorta: o si procede verso l’indipendenza o si procede verso la povertà e l’emigrazione e questo discorso vale sia per il Veneto che per la Lombardia.

Le nostre regioni da anni sfruttate e governate da gente che non ha la forza di opporsi, ...

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Nella serata di domani sabato 29 novembre si svolgerà, presso cascina Maggia a Brescia (Via della Maggia 3)  l’evento “SPEAKERS’ CORNER INDIPENDENZA, parliamone con chi non ne parla mai” organizzato dalle associazioni CoLor44, Diritto di Voto e Brixia Iuvenis.

Sula pagina dell’evento face book si può leggere la descrizione dell’iniziativa che qui riportiamo:

Scozia e Catalogna sono state sotto gli occhi di media e politici mondiali negli ultimi mesi per i loro referendum sull'indipendenza. Se la Lombardia fosse la prossima, cosa ne pensano i bresciani?

Vogliamo creare un momento di libero confronto su questo tema e un evento partecipativo in cui chiunque sia libero di esprimere la propria opinione.

Create un video o partecipate dal vivo al dibattito prenotando un vostro spazio, due minuti in cui rispondere alle domande: ...

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Articolo  Lombardia prima in Europa con la Catalogna 

Di Admin (del 05/11/2014 @ 14:32:31, in Lombardia, linkato 465 volte)

Il Consiglio Regionale della Lombardia, nella seduta di martedì 28 ottobre scorso, ha approvato una mozione di sostegno al processo partecipativo in corso in Catalogna. L'importante documento, presentato dal Vicepresidente dell'Assemblea lombarda, il leghista Fabrizio Cecchetti, e sottoscritto dai colleghi del gruppo Lega Nord, si focalizza sul precedente scozzese e sul più generale fenomeno delle istanze di autogoverno presenti in Europa, per poi giungere all'aperto sostegno rispetto a quanto sta accadendo nel contesto catalano. La mozione è stata approvata con i voti della maggioranza consiliare che appoggia il Presidente Maroni.

Con questo atto ufficiale la Regione Lombardia è la prima in Europa ad esprimere solidarietà verso il diritto di voto rivendicato dai cittadini della Catalogna. E' questo un fatto di cui andare particolarmente fieri, anche in considerazione del rapporto speciale che esiste fra Lombardia e Catalogna, essendo gemellate nel progetto interregionale denominato "Quattro Motori per l'Europa", insieme al Rhône-Alpes e al Baden-Württemberg.

Qui di seguito proponiamo il testo integrale della Mozione approvata in lingua italiana e la traduzione in lingua catalana, curata dal Collettivo Avanti.

*   *   *

MOZIONE

Oggetto: sostegno al percorso di autodeterminazione in Catalogna e di tutti i popoli così come sancito dal diritto internazionale

Il Consiglio regionale della Lombardia

PREMESSO CHE

Nelle ultime settimane l’intera Europa, e non solo,  ha assistito ad una importante lezione di democrazia con l’indizione, il 18 settembre u.s., del referendum per l’indipendenza della Scozia i cui esiti, noti, comunque non comporteranno il mantenimento dello status quo, ma porteranno – secondo quanto promesso e ribadito con enfasi dai politici britannici all’indomani del referendum –  a cambiamenti non solo per la Scozia, ma per l’intero Regno;

il First Minister Salmond, ricordiamo, fin dal maggio 2011 all’esito positivo per il rinnovo dell’Assemblea di Holyrood, ha subito preso l’impegno ad indire un referendum sull’indipendenza affermando di avere ottenuto l’autorità morale per chiedere l’indizione del referendum e per mettere così in moto quello che è stato definito “the most important constitutional issue facing the UK since the 1707 Union itself”. Il governo britannico, pur ribadendo la sua opposizione all’ipotesi dell’indipendenza (“We want to keep the United Kingdom together”) ha riconosciuto tale autorità morale e soprattutto il diritto degli Scozzesi di scegliere il proprio futuro;

il referendum si è dunque inserito in un percorso di devolution, dove - in particolare - la devoluzione scozzese, compresa la possibilità della secessione del territorio, è stata percepita non come un fattore di crisi del tradizionale sistema istituzionale, ma al contrario, come ...

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Articolo  Nuove domande e risposte sulla Consulta del 9 Novembre 

Di Alex Storti (del 22/10/2014 @ 13:58:45, in Catalogna, linkato 481 volte)

In un precedente articolo ho illustrato, in 14 domande e 14 risposte, la natura della Consulta volontaria indetta, per il prossimo 9 Novembre, dal Governo della Catalogna, presieduto da Artur Mas. In particolare ho spiegato che il voto in questione non è certamente derubricabile a “super-sondaggio”, come frettolosamente e superficialmente svariati osservatori hanno affermato. Si tratta, al contrario, di un referendum de facto, tremendamente serio. In questo secondo approfondimento, proporrò ai nostri lettori una nuova serie di domande e fornirò le relative risposte, per permettere di conoscere molti aspetti pratici della consultazione e comprendere, in tal modo, quanto essa sia politicamente cruciale, nella prospettiva del raggiungimento dell’indipendenza catalana. Un'indipendenza che potrebbe, a questo punto, concretizzarsi nel volgere di pochi mesi.

Nota redazionale: dal momento che le seguenti domande e risposte rappresentano una ideale continuazione di quelle fornite nell’articolo del 15 ottobre scorso, la numerazione dei nuovi quesiti comincerà dal numero 15

*   *   *

[domande da 1 a 14

[vedasi articolo precedente ]

15) Da chi è stata indetta la “nuova” Consulta volontaria del 9 Novembre?

Dal Presidente della Generalitat de Catalunya, Artur Mas; a differenza della precedente “Consulta non referendaria”, però, la nuova “Consulta volontaria” non risulta essere stata indetta mediante atti formali. Al  momento non risulta esistere uno specifico decreto governativo o presidenziale di indizione. 

16) Su quali basi giuridiche è stata indetta tale nuova Consulta?

Il quadro normativo generale al cui interno si situa la nuova Consulta è rappresentato dal combinato disposto di due norme: l’articolo 122 dello Statuto d’Autonomia della Catalogna, che attribuisce competenza esclusiva e specifica alla Regione in materia di convocazione di consultazioni popolari; l’art. 43 della legge 10/2014, approvata lo scorso 19 settembre, e solo parzialmente sospesa: l’articolo in questione, tuttora pienamente in vigore, attribuisce all’amministrazione della Generalitat l’iniziativa istituzionale per i “processi di partecipazione cittadina”.

17) Ma allora la nuova Consulta del 9 Novembre è “ufficiale” o no?

...

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Articolo  Delegazione Lombarda a Barcellona il 9 Novembre 

Di Admin (del 18/10/2014 @ 21:34:58, in Catalogna, linkato 370 volte)

Il prossimo 9 Novembre, l’intera Catalogna sarà in fermento: 6 mila seggi ospiteranno infatti il voto per la Consulta volontaria sul futuro politico della Regione. In questi giorni, migliaia di cittadini si stanno iscrivendo nel registro degli scrutatori, aperto ufficialmente dal Governo della Generalitat. Il presidente catalano, Artur Mas, è il principale artefice di questo “piano” elettorale, studiato accuratamente per consentire il voto, senza subire possibili ricorsi legali da parte dello stato spagnolo. Staremo a vedere come andranno avanti i preparativi nei prossimi giorni, che si annunciano sempre più “caldi” e interessanti.

Mai come oggi la democrazia nella propria essenza più pura, ossia il diritto di decidere di se stessi, si incarna nella lotta pacifica dei cittadini catalani per l’esercizio del voto, osteggiato in ogni modo da Madrid.
Proprio per questo motivo, il Collettivo Avanti ha deciso di promuovere e coordinare la presenza di una Delegazione Lombarda a Barcellona, in un giorno che si preannuncia storico e decisivo.

Il 9 Novembre, a partire dalle prime ore della sera, i ragazzi del Collettivo e i tanti amici che hanno già dato la propria adesione si ritroveranno in Plaza de Catalunya, con l’intenzione di rendere ...

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Articolo  La consulta volontaria catalana del 9N: domande e risposte 

Di Alex Storti (del 15/10/2014 @ 07:22:28, in Catalogna, linkato 937 volte)

1) Il referendum del 9 Novembre è stato annullato dal Governo della Catalogna?

In senso strettamente tecnico-giuridico, non è mai esistito un "referendum" del 9 Novembre; secondo la costituzione spagnola, il Parlamento e il Governo catalani non hanno il diritto di convocare un tipo di consultazione popolare così denominata; al di là delle previsioni legali spagnole, le istituzioni catalane non hanno finora voluto prendersi un tale diritto. Quindi per il 9 Novembre il presidente Mas non aveva indetto un "referendum".

2) Ma allora cos'era la consultazione indetta da Mas nelle scorse settimane?

Si trattava di una "Consulta non referendaria", indetta ai sensi della relativa legge istitutiva, votata alcuni giorni prima dal Parlamento della Catalogna e a sua volta discendente dalle norme statutarie catalane. Di fatto, si trattava comunque di un referendum, chiamato però in modo diverso e approvato secondo uno schema legale differente. Questo "bypass" tecnico-giuridico non è stato in ogni caso approvato da Madrid, poiché al governo spagnolo interessa solo la sostanza: non permettere che i cittadini della Catalogna si esprimano, tutti insieme e "ufficialmente", sullo status istituzionale della propria Regione. Ecco perchè la Spagna, anche se i catalani avevano indetto una "Consulta non referendaria" e non, formalmente, un referendum, hanno impugnato egualmente tutti gli atti sin qui promulgati dalle istituzioni catalane per lo svolgimento del voto.

3) Al di là di queste differenze, Mas ha comunque annullato la consultazione del 9 Novembre?

No. Il Presidente catalano ha manifestato l'intenzione di ...

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Articolo  Bandiere catalane sui nostri balconi! 

Di Alex Storti (del 13/10/2014 @ 18:57:55, in Catalogna, linkato 378 volte)

Ho letto con interesse la proposta che Gianfrancesco Ruggeri, dalle colonne del MiglioVerde, ha lanciato ieri. Si tratta dell'iniziativa "Una bandiera per la Catalogna": in vista della Consulta del 9 Novembre, Ruggeri e tanti altri indipendentisti, che ne seguono i passi, esporranno  bandiere catalane (estelade o senyere che siano) fuori dai propri balconi -anche dalle finestre naturalmente, per chi i balconi non li ha-. L'invito a fare altrettanto è rivolto a chiunque si riconosca nel percorso di autodeterminazione catalano.

Il ragionamento di Ruggeri è tanto semplice quanto lineare: i massmedia per lo più oscurano la lotta pacifica dei cittadini di Catalogna per il proprio diritto di voto? il governo franchista di Madrid minaccia repressioni degne di un regime sudamericano?
Ebbene, noi, distanti nello spazio ma vicini col cuore ai catalani, possiamo dimostrare loro affetto, amicizia e solidarietà, esponendo in tanti -tantissimi, si spera- la loro bandiera.
In tal modo, peraltro, si genererà un effetto curiosità che porterà certamente parecchio fieno nella cascina di chi si batte per il diritto all'autodeterminazione.
Ci saranno infatti vicini di casa, conoscenti, amici e parenti -e anche giornalisti, magari- che chiederanno lumi sul vessillo esposto. Ne nascerà così lo spunto per parlare di quanto accaduto in Scozia, di quanto accadrà in Catalogna e, ovviamente, di quanto potrebbe accadere in Veneto e in Lombardia.

Sono d'accordo con la proposta di Ruggeri, che mi trova entusiasta. Per questo motivo, aderisco pubblicamente all'iniziativa "Una bandiera per la Catalogna" e invito i nostri lettori e gli amici indipendentisti in generale a fare altrettanto. Io ho già cominciato. Ara és l'hora!



Articolo  REFERENDUM VENETO: LA BORSA E LA VITA 

Di Nicola Busin (del 10/10/2014 @ 17:34:12, in Indipendenza, linkato 816 volte)

Referendum Veneto: la borsa e la vita.

Adesso non è d’uso ma non molto tempo fa, nelle tenebrose vie cittadine, poteva accadere di vedersi comparire innanzi qualche energumeno che mostrando una affilata lama esprimeva il tragico quesito: “o la borsa o la vita”. Normalmente era “comodo” lasciare la borsa e tenersi la vita ma non sempre accadeva.

Ora con l'opportunità nata con la legge regionale che ha approvato il referendum consultivo per l'indipendenza del Veneto la borsa e la vita non sono più alternative ma un tutt'uno. Ci è data la possibilità di esprimere il nostro desiderio o meno di autogoverno, di ricreare una nuova Repubblica Veneta ma tutto è legato alla nostra capacità di pagare i costi per attuare questa consultazione. La Regione ha previsto una cifra consistente, 14 milioni di euro, qualcuno potrà dire troppi, in realtà è una cifra che si può raccogliere facilmente con un minimo di buona volontà (sono circa 2,80 euro per ogni Veneto). E' prevista un importo minimo del bonifico, 20 euro, che non necessariamente devono essere versati da una sola persona: più persone possono affidare ad un amico di fiducia piccole cifre per raggiungere il minimo previsto, basta mettersi d'accordo. Adesso quello che serve è innanzitutto la capacità di creare una rete di informazione e il web con i vari social network è un luogo ideale. Però nei vari blog prima dediti a utili e simpatiche conversazioni adesso spuntano come funghi copiosi “troll”  quelle figure, non si sa se corrispondenti a persone reali, che seminano zizzania con il risultato di confondere le persone normali non abituate ai continui dibattiti. Appare sempre più evidente la necessità di scegliere la platea, cogliendo i segnali dei disturbatori professionali, forse anche pagati da qualche apparato di partito se non addirittura da settori dello stato centralista. L'apparato burocratico statale vive sicuramente questo referendum come un grave fatto destabilizzante di tutta la propria organizzazione perché mette a repentaglio il potere e più in generale le rendite di posizione e i diritti acquisiti in modo spesso poco trasparente.  Questo referendum rischia di scardinare alla base tutte le rendite parassitarie che si sono annidate come un cancro dentro lo stato. Il risultato è che se nulla cambia tutto è garantito a spese di chi è costretto a vivere sempre più in difficoltà nella società reale, esposto alle leggi della concorrenza, esposto alle continue tiranniche e assurde tasse che hanno il solo scopo ormai di mantenere queste rendite parassitarie. L'Italia è fallita prima di tutto perché nonostante 150 anni di imposizioni culturali e vessazioni centralistiche i vari popoli italici non hanno mai formato uno stato-nazione.

Verosimilmente Massimo d’Azeglio, uno degli uomini politici piemontesi protagonisti del processo di unificazione dell’Italia, non aveva previsto che la famosa frase “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani” con cui commentava la nascita del Regno d’Italia sarebbe diventata così famosa e sempre attuale. Da allora è stato un continuo susseguirsi di violenze per lo più educative, ma non solo, nell’intento di creare una nuova cultura, una nuova nazione italiana su quali basi e con quali risultati è ormai evidente a tutti il totale fallimento.

 Massimo D’Azelio scrisse all’epoca nel suo Epistolario: “In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”.  Questo può far capire cosa pensassero i “patrioti” piemontesi degli altri Italiani.

Però con una guerra espansionistica il pur piccolo Regno di Sardegna diventò il Regno d’Italia mentre al Sud la gente ancora piangeva per le stragi ordite dal generale sabaudo Cialdini sull’inerme popolazione civile di Capua, di Pontelandolfo e Casalduni, per non parlare dei massacri attuati in Sicilia con l’approvazione e l’elogio del Primo Ministro di casa Savoia, Camillo Benso di Cavour.

 

Molto meglio il fratello di Massimo, il  filosofo Gesuita Prospero Taparelli D’Azeglio. Formulò un principio chiaro e convincente in un suo saggio titolato Della nazionalità. Scrisse: Esistono le nazioni. Si tratta di popoli dalle caratteristiche culturali comuni e che abitano in un territorio omogeneo. Non esiste però nessuna necessità storica secondo la quale la nazione debba costituirsi in uno Stato. L’edificazione di uno Stato-nazione può essere auspicata, favorita, promossa purché sussistano alcune condizioni, quali il rispetto della giustizia, la volontà maggioritaria del popolo, il miglioramento delle condizioni di vita.

Per questo motivo, Taparelli d’Azeglio, dalle pagine della Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista dei Gesuiti, pronunciò la sua disapprovazione per lo sviluppo che ebbe il Risorgimento italiano.  L’esercito dei Savoia  invase i piccoli e i grandi Stati della penisola, alcuni, come il Regno delle due Sicilie, all’avanguardia all’epoca in campo economico e culturale.

Accadde in pratica come se in tempi recenti, per fare l’Europa unita, l’Olanda o la Spagna avesse invaso gli altri stati dichiarando: “ora siamo uniti”.

Fu una scarna minoranza di “patrioti” borghesi legati ai Savoia che riuscì a prevalere, con l’appoggio internazionale ricevuto dalla Francia e della Gran Bretagna, che per i propri interessi economico-politici aiutarono diplomaticamente e militarmente l’espansione del Regno di Sardegna. Per il filosofo Augusto Del Noce la tragedia della nazione Italia sta proprio nel fatto che tutta la filosofia risorgimentale, avendo conservato, nel migliore dei casi, il principio di trascendenza soltanto in maniera formale, come un guscio vuoto, è destinata inevitabilmente al nichilismo, come già aveva dimostrato il fascismo e avrebbe dimostrato il comunismo sovietico.

Stando al ragionamento del Taparelli d’Azeglio, la costituzione della “nazione italiana” in Stato fu un colpo di mano antidemocratico: i numeri parlano chiaro, il primo Parlamento dell’Italia fu eletto da 239.853 votanti. “I liberali di Cavour – osservava lo storico marxista Antonio Gramsci – concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia”. Questa gente “fa l’Italia” ma gli Italiani continuano a rimanere estranei a questo Stato-nazione”.

Lo stato-nazione che aveva il compito di migliorare le condizioni di vita ottenne proprio il risultato contrario.  Un fiscalismo esoso fu imposto per tentare di pareggiare il bilancio disastroso: il Regno di Sardegna, unificata l’Italia, aveva portato in “dote” il suo spaventoso debito pubblico accumulato con le “guerre d’Indipendenza”. La gente cercò di reagire: al Sud, alcuni tentarono la resistenza armata, furono chiamati “briganti” e sterminati da un esercito di 120.000 uomini che fece molte più  vittime delle  tre guerre d’Indipendenza. La maggior parte se ne andò: milioni e milioni di Italiani emigrarono, in particolare i veneti, se ne andarono più di un milione e mezzo. Nel nuovo Stato-nazione avevano fame ed erano ammalati. Sfogliando gli atti parlamentari alla data del 12 Marzo 1873, sulle condizioni sanitarie del paese: “la tisi, la scrofola, la rachitide, tengono il campo più di prima; la pellagra va estendendo i suoi confini(la pellagra compare in Veneto proprio nel 1866, anno di annessione al Regno sabaudo, n.d.r.); il vaiuolo rialza il capo; la difterite si allarga ogni giorno di più”.

Molti furono già nell’800 i filosofi, i pensatori, gli scrittori, i cattolici a non aver mai accettato un’Italia fatta non solo senza, ma anche contro gli Italiani. Chiedevano un altro Risorgimento che si realizzasse nel rispetto dei più basilari principi della giustizia sociale e del diritto internazionale, nel rispetto dei vari popoli italici. La loro lezione rimane attuale.

Ora il popolo Veneto, per primo nel fittizio stato-nazione italiano, ha la possibilità di esprimersi liberamente con un referendum per ripristinare la legalità, per confermare che il risorgimento è stato un fallimento come di conseguenza lo stato Italia. Resta ora da capire se, nonostante la delegittimazione di questo evento epocale da parte dell’apparato di stato e dei media che controlla, il popolo Veneto riuscirà ad alzare la testa, non solo per se stesso, anche per gli altri splendidi popoli italici.



Articolo  Nel nome della Rosa 

Di Alex Storti (del 09/10/2014 @ 12:04:35, in Lombardia, linkato 511 volte)

La mattina di dopodomani, sabato 11 ottobre, si svolgerà a Brescia, di fronte al termovalorizzatore dell’A2A, una manifestazione organizzata dal Collettivo Avanti. L’iniziativa è stata indetta per protestare contro il Decreto 133 del Governo italiano: questa norma impone alla Regione Lombardia di smaltire i rifiuti prodotti nel Lazio e nel Mezzogiorno, bruciandoli nei propri termovalorizzatori –in particolare proprio in quello di Brescia-.

Non è mia intenzione, in questa sede, soffermarmi sul decreto criminale partorito dalle menti perverse del P(artito) D(ellaNazione), guidato dal Cavalier Renzi –a proposito, le mafie certamente ringraziano-. Ho già scritto in proposito le mie osservazioni. Preferisco, in questa occasione di ormai quasi vigilia, dedicare un po’ di spazio ad un aspetto simbolico della manifestazione bresciana. Un aspetto cui tengo particolarmente. Voglio spiegarvi perchè è importante che, sabato mattina, davanti all’impianto di smaltimento dell’A2A, sventolino tante Rose Camune. Tante bandiere della Regione Lombardia, insomma.

A Brescia dobbiamo dimostrare che in Lombardia sta crescendo una presa di coscienza collettiva sempre più concreta e radicale. Dobbiamo dimostrare che siamo lì come cittadini di questa Regione e che intendiamo difenderne le prerogative e i diritti. Dobbiamo, in altri termini, alimentare il conflitto giuridico, politico e anche simbolico fra la nostra Regione, in quanto comunità istituzionalmente organizzata, e lo Stato italiano, che ci sfrutta e ci opprime con tasse, leggi e burocrazia, riducendo il nostro autogoverno a ben poca cosa.

La Rosa Camuna non deve essere per forza amata. Non facciamone una questione araldica. Facciamone una questione politica. Trasformiamo questa bandiera in ...

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