"I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale."

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Il misero referendum della Lombardia che spaventa Roma
Editoriale di Carlo Lottieri sugli scricchiolii del sentimento unitario peninsulare
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Intervista a Fabrizio Cecchetti sul referendum d'autonomia lombardo
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Intervista al portavoce del Tea Party Italia Giacomo Zucco, a cura di Alex Storti
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2014, via da Roma o morte
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Articolo  Avanti con la costruzione del nuovo indipendentismo lombardo 

Di Admin (del 27/03/2015 @ 11:57:53, in Lombardia, linkato 157 volte)

Rilanciamo per i nostri lettori un altro articolo di Claudio Franco, del Collettivo Avanti, sul nuovo indipendentismo lombardo e sulla sua influenza sull'agenda politica regionale. Buona lettura.

*   *   *

Ho letto l’interessante e puntuale editoriale di Claudio Bollentini [vedi link in calce ad articolo, n.d.r.], condividendone l’impostazione generale. E’ vero: Milano è “una signora esigente”, difficile da conquistare, specie se in mancanza di una visione adeguata. Essa non tollera di essere un ripiego e non merita ricette lepeniste.

Per una delle capitali d’Europa e del Mondo, Salvini dovrà presentare non solo un programma elettorale, ma un’idea di Milano che sia adeguata alle sue esigenze, al suo territorio e alla sua economia. L’editoriale è chiarissimo in merito. Serve una visione del futuro.

Proprio per questo motivo, non posso condividere l’inciso dedicato al mondo autonomista e indipendentista, che elettoralmente mancherebbe di “ciccia” e che si occuperebbe di “orpelli e soprammobili”. Con ciò intendendo tematiche come il referendum d’autonomia o la questione della bandiera. Se sui numeri (innegabilmente scarsi, per ora) siamo tutti d’accordo, almeno sulle tematiche e sulla visione, vorrei dissentire.

Negli ultimi mesi, l’autonomismo e l’indipendentismo lombardi hanno conosciuto un grande rinnovamento, incentrato su un nuovo progetto e su un nuovo modo di porsi. Archiviato il padanismo, andava archiviata (politicamente) una [...la lettura prosegue su La Bissa]



Articolo  Si consolida il fronte referendario in Lombardia 

Di Admin (del 26/03/2015 @ 20:58:43, in Lombardia, linkato 138 volte)

Rilanciamo per i nostri lettori l'articolo che Claudio Franco, del Collettivo Avanti, ha dedicato all'alleanza referendaria autonomista lombarda, emersa dal voto dello scorso 17 febbraio al Pirellone e riconfermata nel dibattito pubblico svoltosi recentemente a Monza. Buona lettura.

*   *   *

Quali effetti avrà, per la Lombardia, il referendum autonomista votato un mese fa dalla Regione? La domanda se la sono posta il presidente Maroni e cinque consiglieri regionali, in un recente incontro pubblico a Monza. Romeo (Lega), Galli (Lista Maroni), Carugo (Ncd) per la maggioranza, Brambilla (Pd) e Corbetta (M5S) per l’opposizione. Quasi fosse un canovaccio già scritto, ognuno ha sostanzialmente confermato le posizioni esposte in Consiglio Regionale, raccogliendo dalla sala boati di approvazione in caso di favore al referendum e assordanti fischi in caso di contrarietà (stiamo parlando in particolare del Pd, rappresentato dal capogruppo Enrico Brambilla).

Non sono però mancate due interessanti novità, non soltanto in vista del voto, ma addirittura per lo stesso quadro politico lombardo e peninsulare. Da un lato [...la lettura prosegue su L'intraprendente]



Articolo  I falsi miti dell'indipendentismo etnonazionalista (terza ed ultima parte) 

Di Alex Storti (del 25/03/2015 @ 11:26:12, in Indipendenza, linkato 169 volte)

[dopo la prima e la seconda parte di questo trittico, prosegue l'analisi, da parte di Alex Storti, dei "falsi miti" che hanno finora relegato l'indipendentismo lombardo in una sorta di ghetto ideologico e comunicativo; falsi miti che però, è bene ricordarlo, il nuovo indipendentismo lombardo non-etnonazionalista si propone di superare]

*   *   *

Il falso mito della Regione quale "semplice ente amministrativo italiano"

È vero che la Regione Lombardia, in quanto ente amministrativo italiano, non può autodeterminarsi? No, è falso.

Il fatto che una Regione sia tale per il diritto costituzionale e amministrativo dello stato di appartenenza, non impedisce che essa cambi la propria natura istituzionale -cioè il proprio status giuridico-, finanche a secedere e a trasformarsi, in tal modo, in una Repubblica indipendente.

Gli etnonazionalisti sostengono che ciò non sarebbe possibile, in quanto i destini della Regione Lombardia dipenderebbero esclusivamente dall'ordinamento "interno" italiano. Se così fosse, anche i destini di ogni singolo cittadino lombardo dipenderebbero, in modo analogo e in via esclusiva, dai voleri di Roma: non a caso, il famigerato articolo 5 della Costituzione -quello sull'"indivisibilità" della Repubblica italiana- non fa distinzioni fra regioni, province, comuni, proprietà individuali. E nemmeno fra "comunità storiche", "nazioni senza stato", "popoli" (inclusi il sardo e il veneto, con buona pace di quegli indipendentisti isolani e marciani che ritengono di appartenere alle sole comunità peninsulari cui si potrebbe applicare il principio di autodeterminazione, essendo stati ratificati dalla legge italiana i rispettivi statuti regionali, al cui interno si parla, per l'appunto, di "popolo" veneto e sardo...)

In altri termini, se la sovranità costituzionale, e quindi anche amministrativa, esercitata dallo stato italiano, vale per le Regioni, essa vale anche per qualsiasi altro insieme di abitanti e per qualsiasi altra porzione di territorio della Repubblica. Per ciò stesso, così come ogni indipendentista ritiene di poter secedere superando, in un modo o in un altro, il limite dell'art. 5, egualmente tale possibilità vale per la nostra Regione. Anche se adesso siamo cittadini di un "ente amministrativo italiano", possiamo benissimo trasformare tale ente in un'istituzione sempre più sganciata dai vincoli giuridici italiani. Fino alla secessione. Da ente italiano ad entità indipendente. Il passaggio è possibile.

Del resto ciò vale per tantissime "Regioni" sparse per il Continente, a cominciare dalla Catalogna, che non ha giurisdizione su tutti i territori storicamente catalani. Ciò non impedisce alla Generalitat, guidata dal presidente Mas, così come alle formazioni politiche e sociali sobiraniste -a cominciare dalla etnonazionalista ERC- di rivendicare il pieno diritto naturale dell'attuale Comunità autonoma spagnola denominata Catalogna di autodeterminarsi.

Qualcuno, commentando polemicamente un mio pezzo di qualche settimana fa, ha scritto che ...

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Articolo  L'intento di Madrid? Soffocare la Catalogna 

Di Paolo Amighetti (del 24/03/2015 @ 21:03:56, in Catalogna, linkato 243 volte)

articolo di Suso de Toro
(Link all'articolo originale: http://m.ara.cat/en/Catalonia-Defeated_0_1325867490.html)

Non prendono in giro nessuno, e in fondo neppure se lo propongono: l'obiettivo di quasi tutte le forze politiche spagnole, parlamentari e non, è la sconfitta della Catalogna; e in questa guerra di nervi, negarlo fa solo parte della strategia. Sfumata ogni speranza di dialogo democratico, la società catalana è posta dinanzi alla concezione della politica come una guerra condotta con altri mezzi. D'altronde il tradizionale clima politico-culturale spagnolo, dominato dal militarismo, ben si adatta a Carl Schmitt.

La Catalogna capitolerà per soffocamento e ciò deve avvenire al massimo entro un anno: "Tra un anno, le acque si saranno calmate" ha dichiarato il presidente del governo spagnolo, riferendosi proprio alla Catalogna, qualche giorno fa. Naturalmente non ha lasciato intendere che ci siano negoziazioni in corso: voleva piuttosto dire che il processo separatista catalano sarà, alla lunga, schiacciato. Ma tale risultato non dipenderà dall'azione di un unico partito politico, o dal solo governo: è chiaro che il Partito popolare è sostenuto dalla complicità e dalla collaborazione di estesi gruppi d'interesse.

L'ultimo biennio, segnato dalle iniziative catalane, dalla crisi economica e dalla successione al trono, ha molto spaventato il Palazzo. Ma la reazione non si è fatta attendere: i padroni del vapore (poteri economici, l'indice della borsa di Madrid IBEX, e i due massimi partiti nazionali, cioè i popolari e i socialisti) si sono affrettati a stipulare ampie intese a difesa degli interessi-chiave dello Stato: stringendo un vero patto d'acciaio contro il catalanismo e contro le richieste di sovranità limpidamente espresse dalla società catalana nel suo insieme. Anche i partiti minori, chi più chi meno, condividono la strategia di Madrid, e nessuno di loro la denuncerà dinanzi all'elettorato.

Senza un tale accordo, come spiegare il silenzio bipartisan di governo ed opposizione sul conflitto politico tra  Spagna e Catalogna? Dopotutto si tratta della questione più scottante sul tavolo. Né si può credere che, dato che siamo alle soglie delle elezioni, questo mutismo sia dettato da ragioni di cautela politica: sarebbe totalmente irresponsabile ignorare un tema di questa importanza per un puro calcolo elettorale. In realtà, le leadership dei maggiori partiti sono d'accordo su un punto: le rivendicazioni catalane non devono trovare riscontro. Meglio che soffochino in Catalogna.

Il tentativo di Zapatero di rinegoziazione dello status della Catalogna nell'ambito dello stato nazionale spagnolo ha dimostrato chiaramente come questo Stato non sia di tutti, e ha smascherato chi vi detiene ed esercita senza vergogna il monopolio esclusivo. La proposta di Zapatero ha incontrato l'opposizione dei popolari, di buona parte dei socialisti, e dei gruppi d'interesse economico, mediatico, politico ben piantati nella capitale. Il ruolo dei media, e nello specifico di quelli madrileni, andrebbe analizzato e denunciato pubblicamente. La Catalogna non si sta battendo contro una "Spagna" astratta, ma con un centro specifico ed estremamente potente, padrone dello Stato: Madrid.

E Madrid ha già usato e userà tutti i mezzi di cui dispone lo Stato, legali ed illegali, per stroncare i suoi nemici. Una polizia politica segreta è incaricata di tener d'occhio e perseguire personalità catalane di spicco: artisti, calciatori, politici. Nulla succede per caso. Prendete Jordi Pujol: le irregolarità, le manovre che coinvolgevano la sua famiglia sono sempre state note ai governi spagnoli fintantoché Madrid ha avuto interesse a tirarle fuori: il governo stesso che le denunciò era corrotto. Mise in luce quel che già c'era, intendiamoci, ma se non ci fosse stato nulla da esibire avrebbe inventato qualcosa, come è successo col sindaco di Barcellona. Non c'è che da aspettare cos'altro faranno saltar fuori nelle prossime settimane.

All'impiego della polizia come strumento strategico nella battaglia politica -il che fa accapponare la pelle, in un'Europa che non fa che vantarsi delle sue istituzioni democratiche- si è accompagnato un uso indiscriminato del Ministero della giustizia. "Abbiamo i voti per espellere il giudice catalano" ha dichiarato un artefice di maggioranze nelle corti di Madrid, riferendosi al giudice Santiago Vidal. Per quanto riguarda la Corte costituzionale, d'altronde, i popolari l'hanno presa d'assalto da parecchio. Questa è la giustizia spagnola, se per caso i catalani non l'avessero già capito. Lo Stato spagnolo marcia contro le istituzioni catalane: l'ideologia di Stato non è mai stata tanto sfacciata.

Ai catalani, e nessuno ne fa mistero, la Spagna dirà sempre: "Non voglio che l'Andalusia sia governata dalla Catalogna, non voglio che governi un partito chiamato Ciutadans, un partito il cui presidente si chiami Albert". A questo si riferiva, forse, il signor Francesc de Carreras, quando negò l'esistenza di un nazionalismo spagnolo: intendeva dire che quella spagnola è autentica xenofobia. Esistono ancora politici fieri di definirsi "nazionalisti". "L'altro giorno un indipendentista catalano mi ha detto: lei è un nazionalista spagnolo! E io: certamente!". L'ha detto il candidato sindaco socialista di Madrid, che ha poi affermato: "In questo momento, loro vogliono distruggere il Paese... Ma prometto che farò tutto il possibile per evitare, giorno per giorno, la dissoluzione. Se per gli anti-spagnoli la nostra nazione è in via di disgregazione, vi assicuro che m'impegnerò per arrestarla". Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la destra né con la sinistra, e neppure con il disinteresse per i due schieramenti, dato che un leader del partito Podemos ha tirato in ballo Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia per giustificare il suo "no" al diritto dei catalani a decidere del proprio futuro. Il punto cruciale è che il nazionalismo spagnolo è vivo: gli "anti-spagnoli" dovrebbero spalleggiarsi l'un l'altro.

Con scetticismo, ma certamente in buona fede, qualcuno (non molti, in verità) ha cercato di verificare se l'attuale costituzione preveda il riconoscimento e la soddisfazione delle richieste delle nazioni senza Stato. Una via costituzionale sembrava la più indolore e lineare; ma gli ultimi cinque-sei anni hanno dimostrato che è del tutto impraticabile. Attualmente non son credibili neppure le opzioni federaliste o di vaga riforma della stessa costituzione: ed è un peccato che si sia giunti a questo punto morto. Non è chiaro, comunque, se la Catalogna abbia la forza di mettere in piedi un suo Stato. Chiunque non voglia illudersi sa benissimo che Madrid intende spezzar la schiena alla Catalogna. Sembra che la capitale intimi a Barcellona la resa senza condizioni. Temo sia un grave errore, ora, chinare il capo al cospetto chi si comporta a tutti gli effetti come un nemico: non c'è stato dialogo fino ad oggi, non ci sarà pietà domani. Guai ai vinti.

I catalani stanno passando un periodo duro; ciascuno lo affronta individualmente, non senza profondo coinvolgimento emotivo. In ballo c'è il destino di una nazione, e quindi quello personale di ognuno. Ma chiunque pensi che un partito spagnolo -uno qualunque!- riconoscerà la Catalogna e i catalani deve spiegare su quali basi lo ritenga possibile, a giustificazione della resa catalana. Eppure, ciò facendo, si troverebbe a dover negare quel che Madrid non fa che affermare molto chiaramente.

Arrendersi -la carta d'identità tra i denti, le mani in alto- non salverà nessuno: indebolirà soltanto la posizione della nazione nel suo complesso. Madrid vuole piegare la Catalogna. Un conflitto politico combattuto coi mezzi della guerra, come quello che si svolge ora sotto i nostri occhi, può aver tre esiti: la vittoria di una parte, la vittoria dell'altra o l'armistizio concordato di entrambi i contendenti. La resa equivale alla disfatta. Tanto per vincere, quanto per arrivare a trattare un cessate il fuoco serve forza. Madrid, la sua la sta impiegando tutta, e non ha bisogno di sostegno ulteriore. La Catalogna può fare affidamento soltanto sui suoi cittadini: perciò servirà l'aiuto di tutti.



Articolo  Domenica 29 Marzo: secondo laboratorio politico di Avanti 

Di Admin (del 21/03/2015 @ 16:50:09, in Lombardia, linkato 172 volte)

Domenica prossima, 29 marzo, presso la sala consiliare di Gazzada Schianno, nel Varesotto, si svolgerà il secondo laboratorio politico organizzato dal Collettivo Avanti (qui il comunicato ufficiale). Al centro dell'incontro i temi del residuo fiscale e dell'autonomia lombarda, con un particolare occhio di riguardo al rapporto fra tassazione comunale e territorio, cittadini, imprese. Si tratta di una questione cruciale per capire e affrontare il disastro compiuto dalla falsa federalizzazione che lo stato italiano ci ha regalato, nell'ultimo quarto di secolo.

A tal proposito riportiamo, come assaggio per i nostri lettori, un brano tratto dal manifesto separatista "Il sogno di una cosa", prodotto dal Collettivo Avanti nell'ormai lontano 2008, all'alba della crisi economica. Sembra passato un secolo, se non fosse che le stesse verità nascoste, illustrate su quelle pagine, sono andate ulteriormente disvelandosi, come dimostra, soltanto per citare l'ultimo esempio in ordine di tempo, il recentissimo rapporto di Assolombarda su tassazione locale e sistema economico nel cuore produttivo della nostra Regione. 

*   *   *

[...] da quasi vent'anni si discute di riformare l'Italia in senso federale, senza che si sia arrivati, però, ad alcun risultato concreto. Anzi, se possibile, la classe politica italiana è riuscita in un capolavoro di cinismo: ha dato vita ad un processo di federalizzazione molto parziale e, purtroppo, falsa, inventando nuove tasse locali aggiuntive rispetto a quelle nazionali, e obbligando le Regioni e gli altri enti territoriali a contribuire al diluvio di novità normative.
Se la parziale federalizzazione sin qui attuata fosse stata sincera e votata al buongoverno, il livello generale della tassazione sarebbe dovuto rimanere sostanzialmente invariato. Infatti, attribuendo nuove funzioni agli enti locali e, pertanto, nuove tasse, appunto locali, per svolgere quelle funzioni, lo Stato centrale, di converso, avrebbe dovuto ridurre in proporzione i propri tributi. E invece no. Invece lo Stato italiano è riuscito nel capolavoro malvagio di ...

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Articolo  Fabrizio Cecchetti sul PD e il referendum lombardo 

Di Admin (del 21/03/2015 @ 12:55:03, in Lombardia, linkato 159 volte)

Negli scorsi giorni Alex Storti e Carlo Lottieri  sono intervenuti sulle prese di posizione del PD rispetto al referendum autonomista lombardo, approvato dal Consiglio Regionale nella seduta del 17 febbraio. Proponiamo oggi ai nostri lettori i due comunicati che Fabrizio Cecchetti, Vicepresidente del Consiglio Regionale della Lombardia, ha rilasciato in merito alla questione.

*   *   *

AUTONOMIA, VICEPRESIDENTE CECCHETTI: “IL PD TEME IL VOTO DEI LOMBARDI”
(OMNIMILANO) Milano, 13 MAR - “La proposta di aprire subito una trattativa tra Stato e Regione sull’autonomia senza passare dal referendum è solo un tranello del Pd per evitare di dare la parola al popolo e mantenere lo status quo.”

E’ quanto dichiara il Vicepresidente del Consiglio regionale Fabrizio Cecchetti in merito alla richiesta del Pd, accolta dal Governo, di aprire subito una trattativa tra Governo e Regione Lombardia sul Federalismo differenziato.

“Come possiamo fidarci del Pd di Renzi – aggiunge Cecchetti - che taglia quasi un miliardo di euro di trasferimenti alla Lombardia, impugna le nostre leggi regionali, deride i nostri simboli e non paga i debiti di oltre 100 milioni per le prestazioni sanitarie erogate dai nostri ospedali ai clandestini? Non ci faremo fregare. Vogliamo trattare con Roma mettendo sul tavolo il peso del voto di milioni di lombardi, così il Governo dovrà prendersi le sue responsabilità prima di negare l’Autonomia alla nostra Regione.”
“E’ triste - conclude Cecchetti - vedere esponenti del Pd lombardo battersi con tanto ardore contro il referendum. Hanno paura di dare la parola al popolo e sembrano i nuovi fascisti. Ma i cittadini lombardi sapranno scegliere tra chi ha a cuore il bene di questa terra e chi invece agisce solo per conto del Governo centrale”


REFERENDUM AUTONOMIA, FABRIZIO CECCHETTI: “PRIMA DI DIALOGARE RENZI RESTITUISCA I SOLDI SOTTRATTI AI LOMBARDI”
Milano, 18 marzo – “Sull’autonomia della Lombardia noi continuiamo a ritenere che sia fondamentale dar voce al popolo, soprattutto in un Paese che sta dimenticando il valore del consenso reale. Comunque se il Governo è disponibile a dialogare per via interistituzionale per nuove e ulteriori forme di devolution, noi siamo pronti.
Renzi, però, si presenti al tavolo con un assegno per ripagare i lombardi del miliardo di euro che ci ha appena tagliato in sanità e trasporti e dei 100 milioni che la Lombardia ha anticipato per le cure dei clandestini. Altrimenti si tratta dell’ennesimo bluff e a questo incontro al buio il governatore Maroni e il presidente del Consiglio Cattaneo farebbero bene a non partecipare”.

Così il Vicepresidente del Consiglio Fabrizio Cecchetti (Lega Nord) sulla comunicazione del sottosegretario a Palazzo Chigi, Gianclaudio Bressa, in merito alla disponibilità del Governo a incontrare regione Lombardia per avviare un percorso di autonomia in base all’articolo 116 III Comma della Costituzione.

“Ricordo – conclude Cecchetti – che nel 2015 Renzi ha scippato 948 milioni alla Lombardia, 107 milioni ai Comuni e 200 alle Province: se queste sono le premesse per concedere più autonomia, forse è meglio tirare dritti sulla strada del referendum”.



Articolo  Ma Zaia crede davvero nel diritto all’autodeterminazione? 

Di Carlo Lottieri (del 18/03/2015 @ 18:29:33, in Veneto, linkato 386 volte)

Esistono buone probabilità che alla fine Luca Zaia sia in grado di vincere la battaglia per il controllo della regione Veneto. Non sarà facile, e non lo è mai, dal momento che ogni campagna elettorale fa a sé e il distacco dalla politica, anche in Veneto, è ormai significativo. Per giunta, l’area moderata e di centro – un tempo solidamente presidiata da Forza Italia – sente ora molto forte il richiamo di Matteo Renzi e ancor di più è spinta verso l’astensione.
La vera domanda, però, è quale presidente sarà Zaia una volta insediatosi di nuovo alla guida dell’istituzione regionale. È questo, infatti, che molti in Veneto si domandano, dinanzi a una crisi che è sempre più forte e che vede un’economia già molto florida che ormai è segnata da ampie sacche di disagio e da una crescente disoccupazione.
Se Zaia si presenterà semplicemente per confermare il precedente quinquennio, molto difficilmente saprà suscitare entusiasmo in campagna elettorale e offrire una speranza di rinascita quando i voti saranno stati espressi e le poltrone riassegnate. L’istituzione regionale veneta, se resta all’interno dello Stato italiano, non è in grado di offrire una riduzione delle imposte accompagnata da un taglio delle spese, e di conseguenza non è in condizione di creare le premesse per un futuro diverso dei veneti. Non c’è una soluzione possibile del dramma del Veneto senza un Veneto indipendente e fuori dall'Italia.
Altra cosa è se Zaia vorrà puntare davvero (o sarà costretto a farlo…) sulla questione del diritto di ogni comunità ad autodeterminarsi. Il precedente consiglio regionale ha votato una legge che convoca la popolazione veneta in un referendum consultivo sul tema dell’indipendenza. Questa legge sarà probabilmente giudicata incostituzionale (per ragioni politiche) a Roma, nelle prossime settimane, ma se Zaia sposerà il diritto fondamentale di ogni popolo a gestire liberamente il proprio futuro e se rivendicherà il “diritto di voto” dei veneti – aprendo di fatto un contenzioso con le istituzioni italiane – otterrà due grandi risultati.
In primo luogo, egemonizzerà il dibattito politico e metterà in difficoltà gli avversari. I candidati del Pd o del M5S possono anche essere favorevoli all’Italia unita, ma non sono in grado di negare ai veneti il diritto di votare. Un tempo si poteva immaginare una società totalmente diretta dall’alto, ma oggi è difficile che proprio quanti si legittimano con il voto possano impedire alla popolazione di esprimersi e decidere.
In secondo luogo, parlare di indipendenza significa porre sul piatto la questione cruciale. Non soltanto in ragione dei venti miliardi di residuo fiscale (la differenza tra quanto i veneti pagano e l’insieme dei beni e servizi, locali e nazionali, che ricevono dallo Stato italiano), ma anche perché un Veneto che vedesse dinanzi a sé la prospettiva di un pieno autogoverno sarebbe un Veneto in grado di definire una propria strategia di crescita: sotto ogni profilo.
Un dato ormai è chiaro: le piccole comunità politiche, se integrate in una vasta economia aperta, sono assai meglio in grado di gestirsi, dando servizi migliori e a prezzi inferiori.  E comunità piccole sono anche costrette a competere, farsi attrattive, eliminare sprechi e disfunzioni.
Il modo in cui Zaia ha giocato fino a ora quale presidente della regione Veneto ha profondamente scontentato quanti ritengono che ogni comunità abbia il diritto di prendere in mano il proprio destino. A questo punto, l’augurio è che ora vi sia chi lo “costringe” a cambiare marcia e mutare direzione. In altre parole, solo se nell'assemblea regionale vi sarà – in maggioranza e/o all’opposizione – un folto numero di persone che crede nel “diritto di voto”, solo in questo caso è legittimo nutrire speranze e impegnarsi perché si traducano in realtà. Diversamente, tra Zaia e qualunque altro non vi sarà una grande differenza.
 



Articolo  Perché Tosi, nei fatti, sta aiutando l'indipendentismo veneto 

Di Carlo Lottieri (del 16/03/2015 @ 12:42:19, in Veneto, linkato 796 volte)

L’affaire Tosi ha suscitato molti commenti, ma mi pare che pochi abbiano colto tre elementi, che pure sono di fondamentali importanza.
Innanzi tutto, l’uscita dalla Lega Nord salviniana del sindaco veronese realizza il paradosso di rendere la Liga Veneta un po’ meno salviniana di prima. Intendo dire che da sempre attorno a Tosi, in Veneto, si era coagulata soprattutto quella parte della Lega che più era interessata a inseguire logiche nazionali e meno motivata – in particolare – a sostenere la battaglia del “diritto di voto”.
Oggi Salvini ha un progetto di egemonia in Italia e, di conseguenza, non è molto sensibile alle rivendicazioni indipendentiste. Eppure è entrato in confitto con Tosi, per ragioni lontane da ogni dibattito ideologico e da ogni strategia politica, e in sostanza l’ha messo fuori. Ma il risultato è che una Liga senza Tosi e senza i suoi può essere ben più disposta a dare battaglia quando, con grande probabilità, la Consulta boccerà la legge regionale veneta che ha indetto il referendum consultivo sull’indipendenza.
Oltre a ciò, la Lega adesso appare più debole, anche in Veneto. In altre parole, se prima Luca Zaia poteva considerare quanto mai probabile la sua riconferma alla guida della regione e poteva snobbare Indipendenza Veneta e gli altri gruppi che si battono per l’autodeterminazione, ora lo scenario è cambiato. Il presidente uscente adesso ha bisogno di tutto e di tutti, e quindi dovrà anche darsi un programma di governo che parli un po’ meno di strade e scuole e ponga al centro la richiesta dei veneti di decidere sul loro futuro.
Non bastasse ciò, Tosi e i suoi post-leghisti abbandonano Salvini e immaginano ormai alleanze con Corrado Passera e Angelino Alfano nell’imminenza di elezioni, il 31 maggio, che saranno precedute da due dati pesanti.
Il 25 aprile in piazza San Marco vi sarà – è facile prevederlo – una grande adunata di gonfaloni per la festa del patrono di Venezia. Un po’ alla volta, questa ricorrenza sta diventando quello che in Catalogna è stata ed è la Diada: una mobilitazione popolare e dal basso, senza simboli di partito, di tutti quanti vogliono che si possa votare, scegliendo tra status quo e indipendenza.
Per giunta, solo tre giorni dopo la Consulta inizierà a esaminare la legge regionale veneta che indice il referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto.
Se questo è lo scenario, non è da escludere l'eventualità che i temi meramente amministrativi finora utilizzati dai candidati alla guida della Regione Veneto lascino presto il campo a questioni ben più pesanti. Si annuncia una campagna elettorale nella quale il tema dell’indipendenza sarà cruciale: anche contro la volontà di chi, nei fatti,  ambisce soltanto a diventare governatore di una regione italiana.
 



Articolo  Il misero referendum della Lombardia che spaventa Roma 

Di Carlo Lottieri (del 10/03/2015 @ 23:44:48, in Lombardia, linkato 314 volte)

Sebbene la montagna abbia partorito un topolino, tutti sappiamo che le valanghe di maggiori dimensioni possono anche nascere da piccole slavine e da sommovimenti anche minimi. E così una Lega (già detta) Lombarda che ormai è tutta proiettata verso Roma e logiche di tipo nazionale nelle scorse settimane è comunque riuscita a fare approvare al Pirellone un referendum di carattere quanto mai generico che certo non parla di indipendenza nemmeno in termini consultivi (come nel caso della legge veneta che il prossimo 28 aprile sarà esaminata dalla Consulta), che non immagina una Lombardia a statuto speciale e che quindi si limita a domandare un poco più di autonomia.

E nonostante ciò anche questo microscopico topolino spaventa i padroni del vapore, se si considera che l’on. Daniela Gasperini (del Partito detto Democratico) si è rivolta al governo con un’interpellanza parlamentare che chiede al governo di agire – soddisfacendo le misere richieste di Maroni e dei suoi – in modo da bloccare il processo referendario. Come ha spiegato assai bene Alex Storti proprio qui su "Diritto di Voto", anche questa interpellanza ci dice quanto la questione territoriale sia decisiva: a “dimostrazione che l'agenda della politica lombarda può – naturalmente io direi ‘deve’ – ruotare attorno al tema dell'autogoverno e della riduzione del peso di Roma nei nostri affari”. L’Italia scricchiola, insomma.

Ormai insomma è chiaro che il voto popolare fa paura. Anche se si tratta di un voto meramente consultivo, e anche se si tratta di domandare soltanto limitate competenze.
Il sistema unitario italiano è dunque fragilissimo. Chi non è del tutto cieco queste cose le vede e si rende pure conto che in varie parti del Paese abbiamo una maggioranza favorevole a uscire dall’Italia (anche se è del tutto pessimista, sfiduciata, scettica). Non è una maggioranza mobilitata e mobilitabile: come in Catalogna. È una maggioranza silenziosa e rassegnata, ma pronta a votare contro Roma, contro le marche da bollo, contro i Sale&Tabacchi e contro il libro “Cuore”… se solo ne avrà l’occasione.
Perfino la Lombardia – che non è certo il Veneto - può impensierire quanti campano di Italia. Stay tuned.

 

(Questo articolo è stato anche pubblicato nel mio blog su www.ilgiornale.it)



Articolo  Il PD e il referendum autonomista lombardo 

Di Alex Storti (del 10/03/2015 @ 08:58:18, in Lombardia, linkato 312 volte)

Daniela Gasparini, deputata lombarda del PD, ha proposto negli scorsi giorni un'interpellanza parlamentare, già condivisa dai colleghi di partito, per bypassare il referendum autonomista, approvato lo scorso 17 febbraio dai due terzi dei Consiglieri regionali della Lombardia.

L'interpellanza in questione è rivolta al Presidente del Consiglio e al Ministro dell'Interno. Dopo l'esposizione delle premesse, la deputata piddina e i compagni di partito chiedono due cose a Renzi e ad Alfano: la prima, "se si intenda prendere in considerazione l'urgenza di avviare un confronto con la regione Lombardia per individuare particolari forme di autonomia, in coerenza con l'articolo 116 della Costituzione"; la seconda, "se non ritenga[no] che non spetti all'autonomia delle regioni a statuto ordinario la possibilità di avviare un referendum consultivo senza che prima [...] sia stato definito il possibile contenuto di una intesa con il Governo [...], e quali iniziative di competenza intenda adottare al riguardo".

In sostanza, con il primo quesito, i deputati del PD chiedono che il Governo Renzi preceda la Giunta Maroni, facendosi direttamente parte attiva nell'avviare il tavolo di confronto Stato-Regione, per definire il passaggio di competenze da Roma al Pirellone. Con il secondo quesito, invece, i piddini minacciano, nemmeno troppo velatamente, uno stop costituzionale al percorso referendario lombardo.

In questa iniziativa ci sono due elementi di sicuro interesse. ...

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Articolo  Lo statalismo non aiuterà il Ticino, la libertà sì 

Di Carlo Lottieri (del 03/03/2015 @ 23:39:45, in Dalla Svizzera..., linkato 211 volte)

Quella parte di Lombardia che si trova in territorio elvetico sta conoscendo (e certo conoscerà anche nel prossimo futuro) una fase non semplice. In primo luogo, si deve fare i conti con il franco forte o, meglio, con le conseguenze della decisione di mantenere per anni un cambio artificioso tra euro e franco: non inferiore al rapporto 1,20. Nel momento in cui la banca centrale ha dovuto arrendersi ai mercati e alla realtà, alcune imprese si sono trovate a fare i conti con una situazione nuova, dal momento che avevano orientato le proprie attività sulla base di un’informazione distorta. Ora ci vorrà tempo perché lavoro e capitali si dirigono dove sono più produttivi.
Per giunta, altre nubi sono all’orizzonte a seguito della sciagura decisione di abbandonare il segreto bancario.
Il rischio è che questo comprometta alcuni pilastri dell’ordinamento giuridico e dell’economia del Ticino. In particolare, è facile prevedere che cresca il consenso a politiche di chiusura. È sempre più forte ad esempio il sostegno alla tesi che per affrontare il problema dei 10 mila disoccupati basterebbe sbarrare la strada a una parte dei 60 mila frontalieri e il problema sarebbe risolto. Ovviamente non è così, ma demagoghi che sostengono tutto questo trovano oggi un terreno più fertile.
Sta anche prendendo strada l’idea che le nuove imprese che arrivano in Ticino debbano essere obbligate ad assumere almeno una quota di lavoratori locali: una regola che, se adottata, scoraggerà talune imprese a non spostarsi nel cantone. E poi si parla di salari minimi, contratti collettivi e altre soluzioni dirigistiche, che non favoriscono certo la crescita.
La Svizzera è diventata un modello perché, grazie alla competizione istituzionale tra cantoni e anche tra comuni, ha tenuto un livello relativamente basso di pressione fiscale e interventismo statale. In un recente studio condotto da ImpresaLavoro su dieci Paesi europei, la Svizzera si è collocata al primo posto, come il Paese meno illiberale, e il suo successo dipende da questo. Se ora inizierà a intralciare la libera contrattazione tra imprese e lavoro, se minerà il diritto di proprietà (che è anche il diritto di un’azienda ad assumere chi vuole), se sposerà soluzioni autoritarie e populiste… non ne verrà nulla di buono.
In questa congiuntura non facile, conseguenza di alcune scelte antiliberali compiute a Berna, sarebbe importante che i ticinesi si mostrassero saggi e prudenti. Sotto vari punti di vista la Svizzera resta un’isola felice, ma se sceglierà logiche nazionaliste e stataliste potrà trovarsi presto a fare i conti con difficoltà crescenti.


(Questo post è stato pubblicato anche nel blog di Carlo Lottieri de "Il Giornale", www.ilgiornale.it)



Articolo  La vera Indipendenza della Veneta Nazione di Franco Rocchetta 

Di Nicola Busin (del 03/03/2015 @ 22:34:14, in Veneto, linkato 235 volte)

Seguendo i tanti dibattiti nel web sui vari social network capita talvolta di cogliere tra quanto scritto dagli amici qualche raro momento lirico che fa comprendere il vero sentimento dell'indipendenza. Franco ha scritto con passione questo saggio, composto da vari brani che seguono un filo logico unico. Ho avuto la fortuna e la determinazione di salvare i vari commenti scritti sul tema dell'indipendenza e di unirli in questo saggio tutta espressione di Franco che mi raccomanda evidenziare essere stati scritti di getto, con il cuore, senza ripensamenti e quindi ricchi di quella immediatezza che il lettore sicuramente riconoscerà.

Nicola Busin

lveneto

 

Quel che risulta ben chiaro dallo studio e dall’osservazione della storia, delle dinamiche sociolinguistiche ed istituzionali, e delle cronache, è che se i Catalani ed i Québécois (che come i Veneti hanno subito per generazioni incessanti martellanti tentativi istituzionali di proibizione e soffocamento, di disarticolazione e sradicamento della propria lingua, di appiattimento, di ridicolizzazione e di messa al bando dei suoi tratti più salienti attraverso la disseminazione sistematica di dati falsi e fuorvianti, di censure alienanti, di notizie ingannevoli, di pregiudizi elaborati ad arte), se i Québécois ed i Catalani, dunque, ...

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Articolo  I falsi miti dell'indipendentismo etnonazionalista (seconda parte) 

Di Alex Storti (del 02/03/2015 @ 16:48:24, in Indipendenza, linkato 279 volte)

[dopo la prima parte, che potete leggere qui, prosegue l'analisi, da parte di Alex Storti, dei "falsi miti" che hanno finora relegato l'indipendentismo lombardo in una sorta di ghetto ideologico e comunicativo; falsi miti che però, è bene ricordarlo, il nuovo indipendentismo lombardo non-etnonazionalista si propone di superare]

*   *   *

Il falso mito della lingua

Avere una lingua diversa da quella dello stato di appartenenza è un fattore imprescindibile per il successo di un percorso indipendentista? No.

L'esperienza concreta di tantissime realtà statuali, resesi indipendenti nel corso degli ultimi secoli, dimostra che il fattore linguistico non è affatto decisivo.

In tutto il SudAmerica -con l'eccezione del Brasile- si parla spagnolo. Ciò non ha impedito agli stati latinoamericani di rendersi indipendenti dall'ex madrepatria e tantomeno di restare divisi e distinti, gli uni rispetto agli altri. Anzi, in più occasioni si sono avute guerre o spinte separatiste interne ad essi.  Non solo: nonostante una cultura di base ampiamente comune, tali stati non hanno dato vita a nulla che possa essere paragonato, nemmeno lontanamente, all'Unione Europea.

Un discorso analogo potrebbe essere fatto per Stati Uniti e Canada, oppure per Australia e Nuova Zelanda. Ma anche, naturalmente, per le tante comunità tedescofone europee: 44 anni dopo la seconda guerra mondiale, soltanto la Germania Est si è riunita ai vicini occidentali, non anche l'Austria...

I "dialetti" lombardi andrebbero comunque coltivati e rivitalizzati? ...

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Articolo  I falsi miti dell'indipendentismo etnonazionalista (prima parte) 

Di Alex Storti (del 25/02/2015 @ 20:37:29, in Indipendenza, linkato 487 volte)

La recentissima approvazione del referendum su una maggiore autonomia della Lombardia sta generando un fecondo dibattito, sulla natura e le prospettive dell'indipendentismo nella nostra Regione. È importante fissare alcuni punti fermi, per districarsi in mezzo ai tanti falsi miti che relegano l'indipendentismo lombardo in una sorta di ghetto ideologico e comunicativo.

Ma è importante fissare tali punti fermi anche per un altro motivo: comprendere ed accettare il fatto che esistono due diversi indipendentismi, le cui visioni e strategie risultano incompatibili. Il che non è un dramma. È un dato di fatto. Il nuovo indipendentismo lombardo si propone il superamento di quei falsi miti, tanto cari, per contro, all'indipendentismo tradizionale. Vediamoli.


Il falso mito dell'identità

Per scegliere di non far più parte di uno stato bisogna dimostrare di avere un'identità diversa? No.

Questo falso mito affonda le proprie radici nel periodo della Rivoluzione Francese. I giacobini teorizzarono infatti la coincidenza fra "nazione" e "stato", per giustificare il potere del parlamento di legiferare per tutto il territorio abitato dalla "Nazione una e indivisibile".

Attraverso l'epoca della fine degli Imperi europei e coloniali, il falso mito in questione divenne anche il fondamento del principio di autodeterminazione. Quest'ultimo venne stravolto, rispetto a ciò che sarebbe dovuto essere in origine: invece di lasciare che fosse ogni comunità politica ad autodeterminarsi, decidendo con chi stare e dando vita anche a stati etnicamente misti, il principio di autodeterminazione venne riconosciuto soltanto a quelle comunità politiche territoriali che fossero state in grado di dimostrare di essere "popoli" (ossia "nazioni" o aspiranti tali), cioè etnicamente omogenei. Una mostruosità.

Purtroppo anche le lotte indipendentiste tradizionali, in Europa occidentale, sono state monopolizzate dai portatori di questa visione. Non è un caso che l'espressione maggiormente in voga sia ...

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Articolo  Referendum d’autonomia: facciamo chiarezza! 

Di Claudio Franco (del 19/02/2015 @ 18:15:07, in Lombardia, linkato 261 volte)

A due giorni dall’approvazione del referendum da parte del Consiglio Regionale lombardo, occorre fare un po’ di ordine. Molte sono le novità e i cambiamenti nelle normative regionali.

 

Innanzitutto, cosa è stato approvato il 17 febbraio 2015?

Una “proposta di referendum” (questo il nome corretto) regionale per l’indizione di un referendum consultivo, a norma dell’articolo 52 dello Statuto d’Autonomia della Lombardia (la nostra “Costituzione”). Insieme ad essa, diversi ordini del giorno che ne definiscono meglio gli ambiti. E soprattutto un progetto di legge regionale (il PDL 226) che istituisce il voto elettronico per i referendum consultivi.

Chi ha approvato il referendum? Chi lo ha proposto?

Il referendum è stato approvato da 58 Consiglieri di cui 48 provenienti dai partiti di maggioranza (Lega Nord, Lista Maroni Presidente, Forza Italia, Nuovo Centro Destra, Fratelli d’Italia, Pensionati, Gruppo Misto), 9 facenti parte del Movimento Cinque Stelle e 1 Consigliere del Partito Democratico (Corrado Tomasi). Il testo del referendum è figlio di un parto travagliato, che ha visto il primo testo, proposto da Lega Nord e Lista Maroni e richiedente lo Statuto Speciale (con elevati rischi di incostituzionalità e problemi di consenso all’interno del Consiglio Regionale), modificato fino ad una versione chiaramente meno incisiva, ma largamente condivisa dalle forze politiche della maggioranza e non solo. L’aggiunta e l’approvazione della legge sul voto elettronico ha infine blindato il voto favorevole dei Consiglieri pentastellati.

Su quale domanda, quindi, dovremmo essere chiamati a votare? ...

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Articolo  Intervista a Fabrizio Cecchetti sul referendum d'autonomia lombardo 

Di Claudio Franco (del 17/02/2015 @ 12:56:12, in Lombardia, linkato 240 volte)

Riceviamo dai ragazzi del Collettivo Avanti e volentieri pubblichiamo questa intervista al Vicepresidente del Consiglio Regionale Fabrizio Cecchetti, in merito al referendum che oggi sarà votato dalla massima assemblea lombarda. Buona lettura!


Vicepresidente Cecchetti, il referendum sull’autonomia della Lombardia sta per approdare (il 17 febbraio) in Consiglio Regionale. Vuole farci un commento nel merito?

Si tratta di un passo fondamentale per la battaglia autonomista e indipendentista in Lombardia. Se il referendum verrà approvato per la prima volta i lombardi potranno esprimersi sul loro futuro. Il quesito infatti chiederà ai cittadini se sono d’accordo che Regione Lombardia abbia maggiore autonomia, ovvero più competenze e più risorse. Sarebbe bello che tutte le forze politiche presenti in Consiglio regionale si esprimessero a favore del diritto di decidere dei lombardi e mi piacerebbe che per una volta, su un tema così importante, la politica si unisse nell’interesse esclusivo della nostra terra e della nostra gente. Ricordo infatti che nel giro di 5 anni la disoccupazione in Lombardia è quasi triplicata e sono fallite oltre 16mila imprese. In questo contesto allarmante, dallo Stato italiano non riceviamo alcun aiuto, ma bensì solo maggiori tasse e una continua diminuzione dei trasferimenti agli enti locali, cosa che ha portato i nostri comuni ad essere dei meri passacarte dello stato centrale, la diminuzione generale dei servizi ai cittadini e ha provocato la riduzione di un terzo della capacità di bilancio regionale, che vuol dire meno aiuti a imprese, disoccupati e famiglie. Questo referendum è la carta che abbiamo per fronteggiare le spinte neocentraliste del Governo e per dimostrare a Roma che i cittadini lombardi vogliono più autonomia.

La Lombardia, anche alla luce di questa iniziativa referendaria, può emergere come territorio dotato di una propria specialità nel quadro politico più generale? Può, in altri termini, dar vita ad una CSU alla bavarese o addirittura ad una CiU alla catalana?

E’ sicuramente un’occasione per ...

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Articolo  Contro il nazionalismo piddino, un sano schiaffo di democrazia 

Di Alex Storti (del 13/02/2015 @ 09:36:44, in Lombardia, linkato 444 volte)

Martedì prossimo, 17 febbraio, il Consiglio Regionale della Lombardia si esprimerà in via definitiva sulla legge di indizione di un referendum autonomista. Il progetto di legge ha finora raccolto il parere favorevole della competente commissione consiliare; adesso, però, si tratta di ottenere i due terzi dei voti favorevoli nella seduta plenaria della prossima settimana.
Considerando che la maggioranza ha 49 voti, ne mancano almeno 5 per arrivare ai 54 necessari per l'approvazione. E contando che 9 sono i consiglieri di opposizione del Movimento 5 Stelle, il loro voto è decisivo. Su di loro, non a caso, il PD sta cercando di esercitare una pressione fortissima per convincerli a non votare il referendum.

E, come di consueto, i "Democratici" dimostrano di incarnare il peggio della politica, tanto lombarda quanto italiana. Vediamo il perchè.

Partiamo dal testo del quesito referendario:

Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di particolari condizioni di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 116, terzo comma della Costituzione?

C'è chi storce il naso di fronte al tenore di tale quesito. Ci soffermeremo su tali valutazioni in altra sede. Qui limitiamoci al riferimento normativo in esso citato. La maggioranza guidata dal Presidente Maroni chiede ai cittadini lombardi se siano favorevoli ad attivare la procedura prevista dal terzo comma dell'art. 116 della Costituzione Italiana vigente.

Andiamo a leggere il testo di tale norma: ...

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Articolo  Nel nome della Rosa, ancora! 

Di Alex Storti (del 10/02/2015 @ 15:58:11, in Lombardia, linkato 474 volte)

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere il comunicato, parecchio rancoroso, di alcuni indipendentisti lombardi. Costoro, dopo aver polemizzato con il referendum per una maggiore autonomia della nostra Regione, in corso di approvazione, si sono scagliati contro il simbolo della Lombardia: l'ormai diffusissima Rosa Camuna.

Dal comunicato in questione ho appreso che "chi governa la Lombardia [...] prossimamente proporrà l’attuale 'rubinetto' come bandiera ufficiale di regione Lombardia". Tralasciando gli epiteti idraulici tanto cari ai nostalgici del nazional-lombardismo, devo dire che la notizia riportata dal comunicato, se corrispondente al vero, rappresenterebbe un momento importante nel cammino per l'autogoverno della nostra Regione.

So bene che c’è chi pensa si tratti di questione di poco conto. “In fondo parliamo solo di una bandiera…": se così fosse davvero, approviamola senza tante storie, no?
Ma io rispondo che no, non è affatto questione di poco conto.
L'ufficializzazione della Rosa Camuna quale bandiera della Regione Lombardia -cioè della Lombardia tout court, inutile girarci attorno- è un fatto importante. Non certo per l'aspetto formale in sè: al momento, lo ricordo, la Rosa Camuna costituisce "soltanto" lo stemma regionale; uno stemma che, per giunta, l'ex presidente Formigoni tentò scriteriatamente di ridurre a logo commerciale. Sia come sia, i vessilli verdi con la Rosa Camuna bianca, che sventolano un po' ovunque in Lombardia, sono considerati, ad oggi, bandiere de facto, non ancora però, e per l'appunto, “ufficializzate” dalla Regione.

Ma, come detto,  non è tanto per questa ufficializzazione che la legge sulla bandiera lombarda acquisterebbe un significato storico. No, c'è decisamente di più in ballo. Cosa? È presto spiegato. ...

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Articolo  Rendez-vous a Cittadella 

Di Alessandro Zerbinato (del 31/01/2015 @ 10:18:06, in Veneto, linkato 244 volte)

Il leone torna a ruggire domani a Cittadella alle ore 14:45 a partire da Piazza Pierobon per la manifestazione silenziosa organizzata da Franco Rocchetta, dall'avvocato Andrea Arman e da Patrizio Miatello

Sembra, dal numero di gruppi ed organizzazioni del frastagliato mondo indipendentista veneto che stanno pubblicizzando la cosa, che la partecipazione sarà massiccia. (link)

Il motivo per questo spiegamento di forze sta tutto nell'orgoglio di un popolo che si vede impedire l'utilizzo delle proprie bandiere da parte di occhiuti prefetti inviati in Veneto dal governo centrale italiano e che hanno intimato a due Sindaci veneti, Renato Miatello di San Giorgio in Bosco e Giuseppe Pan di Cittadella di non indossare più la fascia di san Marco in occasioni ufficiali.

La risposta al prefetto di Padova, Patrizia Impresa proveniente da Avellino, viene anche dal Sindaco di Resana Loris Mazzorato con una lettera al prefetto che tra le altre cose riporta l’art.15 della dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che cosi recita “Ogni individuo ha diritto ad una nazionalità. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua nazionalità, né del diritto di mutare nazionalità” – Everyone has the righi to a nationality – No one shall be arbitrarily deprived of his nationality nor denied the right to change his nationality.

Il popolo veneto ha senz'altro il diritto ad utilizzare i propri simboli attraverso i propri rappresentanti istituzionali come dovrebbe avere il diritto di esprimersi in un referendum, già approvato a maggioranza dal Consiglio Regionale Veneto ma impugnato dal governo italiano, in ordine all'autodeterminazione.

Pubblichiamo di seguito la lettera inviata ai Sindaci e scritta congiuntamente da Rocchetta, Arman e Miatello

PAR DOMENEGA 1 A THIDADÈA
LETTERA APERTA AI SINDACI DEL VENETO

Buongiorno signor Sindaco,
Le scriviamo per preannunciarLe alcune nostre considerazioni circa lo stato della società veneta e le prospettive per il prossimo futuro, speranzosi che ciò possa costituire un contributo utile per meglio capire e concretamente superare le difficoltà del momento.
Nei prossimi giorni Le faremo pervenire una versione più ampia del presente testo.
Le scriviamo anche per invitarLa alla Marcia Pacifica, e Silenziosa, che abbiamo indetto per Domenica 1 Febbraio a Cittadella-Thidadèa, a fianco ed a sostegno di alcuni Suoi colleghi che in questi giorni hanno subìto un grave atto intimidatorio a ragione del loro muoversi in sintonia con il Diritto riconosciuto internazionalmente ed universalmente ad ogni popolo, europeo o noneuropeo, a vivere il proprio territorio e la propria comunità conoscendone, difendendone, facendone fiorire nel tempo l’integrità fisica e morale, sociolinguistica ed economica, storica e giuridica, la coesione sociale, il benessere diffuso, la salute pubblica, la salute delle acque, delle terre e dell’aria, la piena trasmissibilità alle generazioni del futuro di un patrimonio di civiltà degno di essere vissuto.
Siamo sempre più convinti che nessun argomento di legge possa giustificare il tentativo, anzi, l'attività di cancellazione della storia, dell'identità e della dignità di un popolo e la compressione di libertà riconosciute dalla Costituzione Italiana e dal Diritto Internazionale.
Confidiamo di poterLa vedere tra noi Domenica, in un incontro di buona volontà che non ha bandiere di partito, di lobby o di lista, ma la sola bandiera col leone alato, la bandiera di una civiltà ammirata e presa a modello in tutto il mondo. La bandiera dell'unico grande Stato europeo che per un numero di secoli ineguagliato nella Storia si è retto sul buon governo che garantisce equità e benessere diffuso, e sul conseguente consenso popolare, non sulle baionette.
Abbiamo esteso questo invito a 360 gradi,
anche ad associazioni e gruppi ed aree, presidi e collettivi che spesso non hanno occasione di incontrarsi e di confrontare con serenità tra loro condizioni e disagi differenti.
Non perseguiamo alcun calcolo elettoralistico (noi organizzatori e autori del presente testo, e Veneto £ión, non agiamo in questa ottica) ma siamo spinti ad attivarci (nella latitanza di tante istituzioni) dallo spirito cogente della nostra civiltà repubblicana.
Con cordialità ed auguri di buon lavoro,


Andrea Arman, Patrizio Miatello, Franco Rocchetta;


VENETO £IÓN.
Dal Veneto, Giovedì 29 Gennaio 2015 / 2014 more veneto



Articolo  LO SCENARIO DELLE REGIONALI VENETE 2015 

Di Nicola Busin (del 06/01/2015 @ 18:09:35, in Veneto, linkato 741 volte)

Lo scenario delle prossime elezioni regionali venete ha due sole alternative possibili. É chiaro che ad inizio 2015 la mappa dei contendenti in campo è ancora in via di definizione. In ogni caso due saranno i veri competitors :Zaia e Moretti. Zaia ha sicuramente un vantaggio indiscusso in una regione in cui il 55% dichiara di desiderare il distacco dallo stato italiano (http://www.demos.it/a00970.php ) dato che la Moretti ed in particolare il partito di appartenenza (PD) hanno escluso qualsiasi ipotesi di referendum per l’indipendenza del Veneto.

Mai come in questa occasione appare abbastanza precisa la scelta degli elettori: o si desidera continuare a restare nello stato italiano  con tutte le conseguenze del caso, dimostrando così di accettare la cultura risorgimentale che ha forzatamente unito gli splendidi popoli italici (desiderando così eliminarli) o si preferisce ritornare alla lunghissima esperienza di autogoverno del proprio territorio come lo è stato per 1.100 anni con la Serenissima Repubblica. Le due scelte paiono al giorno d’oggi sufficientemente chiare e definite ma non è detto. I detrattori della scelta indipendentista diranno che fuori dall’Italia il Veneto sarà isolato dal resto dell’Europa, sarà privo di un adeguato sistema di difesa, di un sistema di rappresentanza internazionale, uscirà automaticamenta dall’euro, non riuscirà a pagare le pensioni, andrà contro il processo di globalizzazione in atto che nessuno può fermare e via di seguito. Chi desidera invece l’indipendenza dirà che un Veneto libero delle catene romane vedrà in un solo anno aumentare il PIL del 12%, potrà liberamente scegliere se restare nell’euro o stampare moneta dato che il notevole surplus, maggiore di 21 miliardi, può permettere qualsiasi scelta e ancora le pensioni e gli stipendi sicuramente aumenteranno, le odiose tasse diminuiranno e via di seguito con un infinito elenco di aspetti affermativi difficili da contestare.

Queste in estrema sintesi le due opzioni di fondo. Però i giochi non sono assolutamente fatti in quanto ancora non si capisce come si comporteranno e quale successo avranno i vari movimenti indipendentisti che attualmente contestano Zaia ed in particolare la Lega Nord per il loro comportamento tiepido e non sempre chiaro nella richiesta di libertà del popolo veneto . Se alcuni gruppi si sono riuniti sotto l’egida di Zaia (Noi Veneto indipendente) ancora non si comprende cosa faranno Indipendenza Veneta, Veneto Sì e altri. Inoltre alcuni storici movimenti e vari Governi Veneti si battono da sempre per il non voto in quanto il popolo veneto usurpato non deve votare alle elezioni indette dall’usurpatore italiano. Il risultato è che questi movimenti veneti fuori dalla lista Zaia potrebbero ottenere qualche successo e quindi togliere voti al Presidente uscente e alla fine la candidata Moretti si troverebbe a vincere anche senza una percentuale molto significativa. Storia a parte farà il movimento 5 stelle, partito chiaramente italiano e per l’Italia unita, che combatte non senza apprezzamenti e validità per cambiare  lo stato italiano ma poco interessato ai temi dell’indipendenza veneta; perlopiù parla di autonomia veneta, ma è altra cosa e già negata dal parlamento italiano. Però anche in questo caso staremo a vedere.

Zaia adesso ha una grandissima opportunità anche se difficile da realizzare: aggregare almeno i movimenti indipendentisti più significativi nella propria lista. Sarà un impegno gravoso ma Zaia da buon veneto dovrebbe possedere la proverbiale diplomazia in cui eccelleva la Serenissima . Lo deve fare perchè ama le genti venete, perchè è perfettamente consapevole che restare in questa Italia risorgimentale potrà solo dare ulteriore carico di oneri e tasse al suo popolo con il rischio di ridurlo alla fame e costringere tanti e troppi ad emigrare come purtroppo è accaduto dopo l’annessione truffa al regno sabaudo (storia docet).


 



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