"Siamo un popolo di rivoluzionari. Ma vogliamo fare le barricate con i mobili degli altri."

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2014, via da Roma o morte
2014, via da Roma o morte

Ci siamo. Mancano quattro settimane al 18 settembre 2014 e la Scozia, o meglio gli Scozzesi, saranno chiamati a decidere del proprio futuro, essendo riconosciuti come popolo e come territorio da un governo che sta dando lezioni di democrazia al mondo non da oggi, neanche da ieri.

Vorrei concentrarmi, in questo mio intervento, su di un documento appena messo in rete, dal Governo scozzese, che si chiama “The 2014 Scottish Independence Referendum Voting Guide”, di una dozzina di pagine. Si tratta di un documento tecnico, ove si indica chi ha diritto a votare, quando e come si vota, che cosa succedera’ nel caso di vittoria dei “si’”. Per questo, potrebbe a prima vista apparire come un documento anodino e anonimo, privo di interesse generale, auspicabile anche per l’Italia (quando andremo anche al “voto” ufficiale), il cui grado di civilta’ come stato democratico e’ pero’ manifestamente inferiore a quello britannico da sempre, ovvero da quando l’Italia unita, pur avendo tra le levatrici la stessa Gran Bretagna, e’ venuta sciaguratamente al mondo.

Alle pagine 8 e 9 del documento vi e’ una sezione che si intitola (trad. mia) “Dichiarazioni da parte delle due principali parti in causa ove si sostiene perchè esse pensano che si debba votare sì o no”. Ebbene, i grandi principi non hanno bisogno di immensi trattati, ma da sempre, almeno dal detto di Confucio “non fate agli altri quel che non vorreste fosse fatto a voi”, fondamento primo e norma base di ogni diritto successivo (che poi potrebbe pure non essere scritto e depositato in leggi e codici) si possono riassumere e cogliere in poche righe. E in poche righe, e due fotografie, i sostenitori del sì e quelli del no portano molto orgogliosamente, e con importantissimo materiale visuale, ovvero per ognuno una foto, i loro diversi (e si badi bene, non contrapposti ma appartenenti a domini logici diversi) argomenti. Vediamo di prenderli in esame....

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Articolo  Giochini politici 

Di Alessandro Zerbinato (del 17/08/2014 @ 00:44:31, in Veneto, linkato 265 volte)

Sigmund Freud nella sua analisi dei processi comportamentali definì due princìpi apparentemente contrapposti e cioè quello di piacere e quello di realtà secondo cui se è vero che si tende a cercare il piacere ad evitare il dispiacere è anche vero che questa tendenza alla soddisfazione del piacere viene condizionata dalle possibilità a realizzare le nostre aspirazioni che la situazione reale ci offre.
Questo è il pensiero di Freud ma io sono cattolico e penso che i sogni belli che gli uomini portano nel cuore li abbia posti Dio per la realizzazione personale e della società.
Dio non vuole toglierci meriti e libertà ed attende che siano gli uomini, suoi figli adottivi, a vincere con la volontà e l’impegno di ogni giorno gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione del suo disegno di amore e giustizia.

In questa cornice le aspirazioni per l’indipendenza del Veneto sono passibili di rischi e di fraintendimenti, di errori e di buoni risultati sprecati.

Parliamoci chiaro, gli indipendentisti veneti hanno contro l’intero apparato politico burocratico italiano che è tanto più immenso quanto esso abbia spogliato la società di ogni risorsa, è tanto più economicamente solido quanto abbia espropriato con la violenza della tassazione i produttori di ricchezza; controlla l’istruzione, i giornali, le televisioni, esercita potere dissuasivo e ricattatorio attraverso il monopolio quasi assoluto sulla sanità, finanzia una miriade di aziende parastatali o pubbliche o colluse con lo Stato.

A tutta questa messa in campo di mezzi atti a mantenere il potere i veneti hanno da opporre solo la purezza del proprio ideale e per la maggior parte dei casi la purezza dell’ideale è inversamente proporzionale alle possibilità economiche.

Il principio di realtà impone di tenere presente innanzitutto questo e cioè la mancanza di risorse per portare avanti progetti politici che implichino la partecipazione ad elezioni regionali o, almeno, che siano vincenti con percentuali vicine a quelle dell’effettivo desiderio maggioritario all’indipendenza.

Il principio di realtà impone di prendere atto della timidezza del Governatore Zaia nel portare avanti il progetto indipendentista; a Zaia ricordiamo che la Regione Veneto è inadempiente rispetto alla Risoluzione 44 approvata già il 28.11.2012, gli ricordiamo che basterebbero un paio di conferenze stampa da due capitali europee per portare all’attenzione del mondo ciò che si sta facendo in Veneto e ciò che l’Italia vuole anti democraticamente vietare a riguardo del referendum la cui indizione è stata approvata anche dalla legge Valdegamberi.

Un paio di conferenze di livello internazionale tenute da Zaia provocherebbero ricadute positive anche in Veneto in termini di consenso e rassicurerebbero i veneti sulla possibilità di ottenere la libertà da Roma che tanto stress da impotenza sta causando nella maggior parte della popolazione.

Se tuttavia molto spesso la posizione della Lega in alcuni dei suoi elementi a riguardo dell’indipendenza è opaca, contraddittoria e ambigua, tale da far venire il sospetto che l’argomento possa servire solo ad usare ancora una volta il Veneto come serbatoio di voti, si deve riconoscere che molta della base è autenticamente funzionale all’indipendentismo e che gli atti di governo finora espressi dalla Regione devono alla Lega il loro successo.

Questa però è la ragione per cui si deve cercare di affiancare una forza democraticamente eletta in Regione percentualmente significativa e formata da indipendentisti puri quale può essere il cartello “Noi Veneto” che ha in Chiavegato un ottimo front man.

Naturalmente accettare all’interno del cartello indipendentista una lista collegabile alla Lega toglierebbe vera capacità contrattuale agli indipendentisti che rinuncerebbero in partenza al ruolo di traino che dovrebbero avere una volta eletti in Consiglio Regionale.

Arriveremmo al paradosso che invece di infiltrare gli indipendentisti la Lega, sarebbe la Lega ad infiltrare gli indipendentisti.

No, così non va, sappiamo bene che vi sono persone navigate ed esperte di ogni gioco politico e che gli ultimi arrivati sono proprio gli indipendentisti puri, diciamo i meno preparati ai giochini politici, tuttavia deve essere la purezza dell’ideale il loro scudo e la forza della trasparenza la loro spada.

Se dovranno perdere perderanno da eroi ma se dovessero vincere sbaraglierebbero gli avversari e l’indipendenza si avvicinerebbe a gran velocità.

Ricordiamo le azioni positive del passato di tutti e tra queste svetta per popolarità raggiunta e per risonanza internazionale ottenuta quella di Plebiscito con il suo referendum autogestito e che ha avuto milioni di votanti, ricordiamo che questo successo è dovuto ad un manipolo di coraggiosi, che Gianluca Busato è stato il geniale ideatore, ricordiamo che tale iniziativa ha avuto costi elevatissimi e che sarebbe segno di generosità il mondo indipendentista accorresse a contribuire alla copertura dei costi, Lega in testa osiamo dire, che è il partito che può attingere alle risorse del finanziamento pubblico ed a quelle dei tesserati; se non ora e per questi nobili scopi quando usare dei soldi che devono servire al popolo veneto?

E’ di queste ore anche la notizia che l’assessore leghista in Regione Ciambetti ha dichiarato di voler procedere con l’indizione del referendum anche se la legge è stata impugnata dal Governo Renzi per mano del Ministro agli affari Regionali la calabrese Lanzetta. (LINK)

Si procederà quindi con l’istituzione di una associazione per la raccolta fondi necessari per lo svolgimento del referendum.

Concludo auspicando anche la presenza alle prossime regionali di una Lista di cattolici per l’indipendenza del Veneto che magari potrebbe essere guidata dall’ottimo Stefano Valdegamberi.

Avanti, avanti veneti, avanti, corajo, duri i banchi, se ghemo messo in marcia e non ghe molemo, no ghe molaremo più, fino all’indipendenza, fino alla libertà.



Articolo  La Scozia è indipendente. Adesso. 

Di Alex Storti (del 10/08/2014 @ 14:42:40, in Scozia, linkato 697 volte)

In questi giorni, un nutrito gruppo di personalità pubbliche inglesi ha firmato un significativo appello rivolto ai cittadini di Scozia. Ripensateci e non scegliete la strada della secessione, hanno scritto. "Let's stay together".

Vicent Partal, direttore del diario digitale catalano VilaWeb -da me citato così spesso che credo di potergli chiedere un caffè, quando passo da Barcellona-, ha sottolineato il tono conciliante e rispettosissimo del manifesto unionista firmato dalle celebrities.

Un tono ben diverso dalle farneticazioni nazionalfasciste spagnole e italiane a cui, come catalani, lombardi e veneti, siamo fin troppo abituati.
"La scelta di abbandonare il nostro paese [...] è assolutamente vostra, soltanto vostra". Queste le parole chiarissime dell'appello.

Non si tratta però soltanto di retorica. Si tratta della presa d'atto di un aspetto del processo secessionista scozzese che forse abbiamo tutti sottovalutato. Un aspetto che, a 40 giorni dal voto, voglio sottolineare. Con forza. Perchè si tratta di un fatto talmente grande da costituire, già di per sè, un precedente potenziale di portata enorme.

I cittadini di Scozia non andranno al voto per rendere indipendente la propria comunità politica e istituzionale, il 18 settembre prossimo. No. Essi andranno a votare per ...

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Articolo  Il Collettivo Avanti per la Scozia 

Di Admin (del 07/08/2014 @ 12:02:33, in Scozia, linkato 255 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato del Collettivo Avanti a favore del referendum scozzese, nella doppia versione italiano-inglese (traduzione Franco Paleari - elaborazione grafica Carlo Bernardoni). Buona lettura

*   *   *

Il Collettivo Avanti sostiene il referendum per l'indipendenza della Scozia, in programma il prossimo 18 settembre e convocato grazie ad un evento storico di portata straordinaria: l'accordo bilaterale, raggiunto nel 2012, fra i governi di Londra e di Edimburgo. E’ grazie a tale accordo che oggi, nell'anno in cui si celebra il centenario dall'immane tragedia della Prima Guerra Mondiale, il futuro dei cittadini di Scozia viene pacificamente rimesso nelle loro mani. Non saranno forza e armi a decidere se la Scozia continuerà ad essere parte del Regno Unito o se diverrà, invece, uno stato indipendente nell'ambito dell'Unione Europea. Sarà infatti la libera e democratica scelta dei suoi stessi cittadini.

2014, non 1914: il voto scozzese, a prescindere dal successo o meno dell'opzione indipendentista, dimostra che è giunto il tempo di affermare concretamente il principio dell'autodeterminazione in Europa. E dimostra che tale principio non può essere interpretato sulla base delle vecchie logiche coloniali e post-coloniali. Qualsiasi Regione d'Europa deve poter decidere del proprio status istituzionale, senza dover dimostrare di essere territorio occupato, colonia o altro. L'autodeterminazione del resto coincide con la democrazia, nella sua forma più alta e pura. Se i confini amministrativi non possono essere oggetto del diritto di voto, allora non c'è democrazia, allora c’è sudditanza.

Il Collettivo Avanti auspica una vittoria del SI, nel referendum scozzese, per favorire il processo di decostruzione degli stati nazionali e per avviare la costruzione di un'Europa fondata su comunità politiche più piccole, più controllabili dai propri cittadini, più umane, maggiormente fondate sulla partecipazione civica e meno sulla delega alle caste partitiche e burocratiche; per un'Europa dell'autogoverno e della concorrenza normativa e fiscale fra stati; per una nuova Unione Europea, più simile alla Svizzera, e ben lontana dal modello di superstato omologatore che purtroppo ben conosciamo.

Il 18 settembre anche noi del Collettivo Avanti diciamo YES, SCOTLAND!

 

The Collettivo Avanti is endorsing the referendum on Scottish independence, scheduled for September 18. Its holding is the consequence of a historical event of extraordinary importance: the bilateral agreement reached in 2012 between the British and Scottish governments. Due to this agreement, today, in the year that marks the centenary of the World War I immense tragedy, the future of the citizens of Scotland is peacefully tendered in their hands. Force and arms won’t decide whether Scotland will continue to be a part of UK or will become, instead, an independent state within the European Union. This will be a free and democratic choice of its own citizens.

2014, not 1914: the Scottish vote, regardless of the success of the independence claim, shows that the time has come to affirm concretely the principle of self-determination in Europe. It shows that this principle cannot be interpreted on the basis of old colonial and post-colonial logic. Any Region of Europe must be able to decide on their own institutional status, without having to prove to be an occupied territory, a colony, or otherwise. Self-determination coincides with democracy in its highest and purest form. If administrative boundaries cannot be a voting matter, then there is no democracy, then there is subjection.

The Collettivo Avanti hopes for a YES victory, in the Scottish referendum, to facilitate the process of deconstruction of national states and to start the construction of a Europe based on smaller political communities: they would be more controllable by their own citizens, more human, more based on civic participation and less on delegation to parties and bureaucratic elites; a Europe of self-governance and competition between states about rules and taxation; a new European Union, more similar to Switzerland, and far from the leveler superstate structure which unfortunately we know well.

On September 18, we too of the Collettivo Avanti, say YES SCOTLAND!
 



Articolo  Matteo Renzi, premier o dittatore? 

Di Admin (del 05/08/2014 @ 16:43:58, in Europa, linkato 255 volte)

Riceviamo dall'amico Michele Brunelli e volentieri pubblichiamo

*   *   *

The Italian government, which is holding the Presidency of the European Union since 1 July 2014, ultimately derives from an electoral system in which the protocol/regulation deprives the elector of any margin of choice of its representatives and acts with the confidence of a legislative assembly that has been instated under conditions ... such that they alter the representative relationship between electors and elected people...they coerce the electors' freedom of choice in the election of their representatives to the Parliament... and consequently they are at odds with the democratic principle, by affecting the very freedom of vote provided for by art. 48 of the Consitution (verdict no.16 year 1978) (le traduzioni sono mie)

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Andiamo per ordine. Un parlamento è un'assemblea le cui decisioni hanno forza di legge. Ma non tutte le assemblee sono parlamenti. Un'assemblea di condominio non è un parlamento. I parlamenti si formano con specifiche procedure di voto stabilite dalla legge. Nelle democrazie occidentali è generalmente accettato che il parlamento deve essere creato con elezioni segrete e libere, dando cioè all'elettore la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. In Inghilterra, il governo risponde ad una Camera dei Comuni eletta con voto libero e segreto. In Germania, Francia, Austria, il governo agisce con il supporto di parlamenti eletti con voto libero e segreto. Per contro, Cina, Vietnam e Siria sono dittature in cui il “parlamento” non è eletto con voto libero né segreto.

In Italia, la legge fondamentale – detta Costituzione –  stabilisce che il governo deve avere la fiducia del Parlamento e le elezioni devono avvenire con voto segreto e libero. Tuttavia, come ammesso dalla Corte Costituzionale nel 2013, l'attuale parlamento italiano scaturisce da una legge elettorale in cui alcune condizioni sono «tali da alterare per l’intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza fra elettori ed eletti. Anzi, impedendo che esso si costituisca correttamente e direttamente, coartano la libertà di scelta degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, che costituisce una delle principali espressioni della sovranità popolare, e pertanto contraddicono il principio democratico, incidendo sulla stessa libertà del voto di cui all’art. 48 Cost. (sentenza n. 16 del 1978). ...» (i grassetti sono miei)

La Corte Costituzionale è stata ancora più chiara, come mostrano questi altri tre passi fondamentali della sentenza: «...Una simile disciplina priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti...»; «...alla totalità dei parlamentari eletti, senza alcuna eccezione, manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini...»; «... le disposizioni censurate, nello stabilire che il voto espresso dall’elettore, destinato a determinare per intero la composizione della Camera e del Senato, è un voto per la scelta della lista, escludono ogni facoltà dell’elettore di incidere sull’elezione dei propri rappresentanti ...».

Proprio questo parlamento ha nominato l'organo esecutivo attualmente capeggiato da Renzi. Per logica, quindi, l'esecutivo Renzi deriva in ultima analisi da una procedura che «priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti». Viene da chiedersi dunque dove sia la legittimità di questi organismi. Essendo stati creati senza rispettare la legge e i principi basilari delle democrazie occidentali, viene da chiedersi se il parlamento e il governo italiani abbiano attualmente la legittimità per creare leggi e per fare riforme.

Il voto per l'indipendenza, per allontanarci da questo stato di cose, diventa sempre più un voto contro la dittatura, un voto per le regole, un voto per la democrazia.

Ma dal primo luglio, l'Italia è un problema anche per l'Unione Europea. Dall'1 luglio 2014, infatti, l'Italia ha la presidenza dell'Unione Europea. Adesso “sopra” i governi tedeschi, francesi, inglesi ecc, si trova una istituzione italiana che in definitiva è stata insediata in contrasto con la libertà di scelta degli elettori e in contrasto con la legge. Tedeschi, Inglesi, Francesi, ecc. hanno ora lo stesso problema dei Veneti: quanto tollereranno di essere rappresentati da una istituzione statale creata fuori dalla legge e contro i principi democratici occidentali?

Michele Brunelli – Bassano del Grappa / Basan



Articolo  Trieste resistente: i portuali vogliono il Porto Franco 

Di Alex Storti (del 17/07/2014 @ 22:24:04, in Trieste, linkato 482 volte)

A partire da domani mattina, venerdì 18 luglio, alle 6, il Coordinamento Lavoratori Portuali di Trieste (CLPT) ha proclamato il blocco totale delle attività nel Porto. Come recita seccamente il volantino bilingue (italiano-sloveno, ma con finale in un triestino tanto stretto quanto netto), il CLPT invita la cittadinanza tutta a lottare al fianco dei portuali, “finché non verrà soddisfatta la richiesta di applicazione integrale dell’Allegato VIII come previsto dalle leggi, nazionali e internazionali, vigenti”.

Il ritrovo, previsto in Viale Campi Elisi al Buffet Vita, costituisce la risposta al silenzio delle autorità di fronte ad una serie di precise richieste, che lo stesso Coordinamento ha avanzato il 3 luglio scorso, con lettera protocollata, inviata all’amministrazione portuale e, per conoscenza, a Sindaco e Prefetto di Trieste. Nella stessa il CLPT, “visto il perdurare della situazione critica ed irrispettosa che stanno vivendo gli operatori delle varie società operanti al molo 7° di Trieste” chiedeva “la revoca immediata dei permessi di lavoro rilasciati agli operatori esterni (Livorno e Taranto) sia amministrativi che operativi; immediato reintegro degli operai ancora disoccupati della ex cooperativa sopraccarichi; attuazione immediata in toto dell’allegato VIII (dal punto 1 al punto 20) all’interno del Porto Franco Internazionale di Trieste”.

La lettera si chiudeva con il preannuncio dell’imminente azione: passati 15 giorni [senza fattive risposte da parte delle autorità, il CLPT] si riterrà in dovere di dimostrare il proprio dissenso per il non rispetto delle sue richieste”.

In apparenza queste ultime riguardano vicende estremamente specifiche dell’attività del bacino triestino, fatta eccezione ovviamente per il terzo punto, che attiene invece alla natura stessa del Porto Franco, secondo quanto previsto dal Trattato di Parigi del 1947. Tale Trattato, lo ricordiamo, è stato recepito nell’ordinamento italiano con il Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato n. 1430 del 28 novembre 1947 ed è stato quindi definitivamente ratificato con la Legge 3054 del 25 novembre 1952. Si tratta di norme tuttora vigenti, come dimostra fisicamente il fatto che sul sito ufficiale dello Stato italiano Normattiva se ne trovano i testi con pochi click (qui il Decreto e qui la Legge ).

Dicevamo che le richieste dei portuali sembrano unire rivendicazioni di piccola entità con altre che attengono alla storia con la “S” maiuscola. Sarebbe però una lettura ingenerosa. Infatti, ...

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Articolo  Venezia: una città, un universo 

Di Paolo Amighetti (del 17/07/2014 @ 15:54:18, in Veneto, linkato 396 volte)

Quanto segue è un piccolo brano tratto dall'opera dello scrittore inglese Peter Ackroyd, intitolata Venice: Pure City. Si tratta di un'appassionata storia della Repubblica di Venezia, vista con gli occhi incantati di uno straniero ammaliato dalla sua magia. Venezia è molto più di una città, sembra volerci suggerire Ackroyd: è un mondo piccolo, chiuso nella sua Laguna, che lo protegge da sempre, ma aperto al traffico delle genti e delle merci da e per l'Oriente e l'Europa, fino ed oltre gli orizzonti del ponente e del levante. La repubblichetta marinara dei sussidiari della scuola dell'obbligo viene riportata alla sua dimensione storica: quella di fiorente città affacciata sulle distese azzurre del Mediterraneo. Venezia fu mondiale anche perché vi si parlava il turco, l'armeno, il tedesco, il fiammingo, e perché vi si riversava tutto il mondo alla ricerca di rifugio, fortuna, opportunità (quand'anche si trattasse soltanto di diventar galeotti, cioè di riempire la pancia delle navi che uscivan dall'Arsenale per mettersi ai remi).  Era la New York dell'Evo medio e della prima modernità: le sue luci si spensero soltanto con Napoleone, che con atto di violenza cancellò la sua plurisecolare sovranità. Ma Ackroyd si sofferma, in questo brano, sullo splendore della città e sulla sua vocazione, sbalorditiva, allo scambio e al dialogo, e alla pacifica convivenza dei suoi abitanti con gli ospiti più disparati.  

*   *   *

La città di Venezia è stata costruita a mo' d'imbarcazione, perché fosse adatta al mare... Per i primi che l'abitarono, fece da scialuppa di salvataggio: era il porto degli esiliati e dei pellegrini. Città aperta, digeriva ed assimilava chiunque vi giungesse. Un viaggiatore del Quattrocento notò che «vi risiedono quasi soltanto stranieri», e nel secolo successivo, un veneziano confermava che  «fatta eccezione per il patriziato e per i cittadini, tutti gli altri sono forestieri»; si riferiva probabilmente ai bottegai e agli artisti. Nel 1611, il diplomatico inglese sir Dudley Carlton descrisse Venezia come "un microcosmo", più che come una città. Il suo carattere era, più che cittadino, universale: e tale rimase per gran parte della sua storia. Ospitava francesi e slavi, greci e fiamminghi, ebrei e tedeschi, gente d'Oriente e spagnoli, assieme ad un discreto melting pot un po' da tutta Italia, tanto che alcune strade traevano dai loro inquilini stranieri il loro nome. Tutte le nazioni d'Europa e del Levante vi erano rappresentate: tutti i visitatori se ne rendevano conto non appena giunti in quella Babele che doveva essere piazza San Marco.

Un porto gestito da tante genti non aveva eguali al mondo. In vari dipinti dell'Ottocento, ai costumi severi dei nobili veneziani e ai loro cilindri si mescolano le palandrane dei mercanti ebrei, i cappelli fiammeggianti dei greci e i turbanti dei turchi. Si potrebbe dire che i veneziani abbiano dato forma alla loro stessa identità in eterno confronto e contrasto con quella di coloro che ospitavano. I tedeschi trovavano in città la loro Germania in minatura nel complesso noto come Fondaco dei Tedeschi, a Rialto, munito di due sale da pranzo e ottanta stanze singole. I mercanti erano sì sorvegliati dal governo, ma si diceva che amassero la città «più che la loro stessa patria». Nel Cinquecento i fiamminghi si riversarono a Venezia. Anche i greci avevano il loro quartiere, con la loro brava chiesa ortodossa. Dopo il crollo di Costantinopoli (1204) e la conquista turca della città (1453), molti greci bizantini -soldati, marinai, artisti, intellettuali alla ricerca di un patrono- fecero vela verso Venezia. Non mancavano il quartiere albanese né quello armeno, e a San Lazzaro fu eretto persino un monastero: qui Byron imparò l'armeno durante il suo soggiorno in città (che gli riserbò anche altri piaceri, meno intellettuali). ...

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Articolo  Il Kurdistan è vicino (e ci dice qualcosa) 

Di Alex Storti (del 06/07/2014 @ 10:31:40, in Kurdistan, linkato 592 volte)

In questi giorni il presidente del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, ha manifestato l'intenzione di percorrere il sentiero della definitiva separazione dall'Iraq.

Si tratta di una rivendicazione non recente, anzi. Da tantissimo tempo i Curdi, in Iraq, Iran e Turchia, reclamano la costituzione di un proprio stato indipendente.
Tuttavia la posizione dei curdi dell'Iraq ha elementi di grandissimo interesse per chi, come noi, segue i processi di autodeterminazione in corso in Europa.
Vediamoli.

Innanzitutto Barzani ha detto che verrà indetto un referendum. Dunque la consultazione viene vista come strumento principe per consentire di dimostrare la volontà popolare a chi governa, inteso sia come leadership della Regione separatista, dello stato di appartenenza attuale e del resto del mondo. Questi sono infatti i "tre" attori giuridici pubblici principali che interagiscono sulla scena nel corso di un processo di autodeterminazione: la comunità politica istituzionalmente organizzata (che spesso viene definita "Regione"), lo stato all'interno della cui giurisdizione ricade la comunità separatista e, naturalmente, il complesso degli altri stati, cui tocca in particolare il compito di riconoscere, o meno, la nuova entità statuale indipendente formatasi a seguito della secessione. È appena il caso di specificare che l'insieme degli altri stati è solo virtualmente un attore omogeneo, in quanto, spesso e volentieri, solo una parte di essi riconosce il nuovo nato.

Proprio su questo particolare "rapporto a tre", tipico delle relazioni internazionali, si è soffermato recentemente Vicent Partal, direttore di Vilaweb, affermando che, nonostante tutti gli sforzi diplomatici profusi da Madrid, basterà per la Catalogna ottenere un iniziale riconoscimento di pochi stati, per potersi definire saldamente autosufficiente nella propria indipendenza; la Spagna, invece, avrebbe bisogno di un muro compatto anticatalano da parte di tutti gli stati, innanzitutto d'Europa e poi del mondo, condizione che non si realizzerà mai.

Ecco perchè la scelta curda dello strumento referendario quale mezzo per giungere alla secessione è molto interessante. Perchè dimostra che ...

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Articolo  Renzi fra l'incudine veneta e il martello catalano 

Di Alex Storti (del 04/07/2014 @ 17:59:58, in Veneto, linkato 1002 volte)

Pochi giorni fa al Parlamento Europeo, durante la seduta inaugurale del mandato di presidenza italiano, un deputato catalano, Josep-Maria Terricabras, ha posto due domande semplici e chiarissime al premier Renzi (qui sotto il video).

Apparentemente la questione potrebbe essere derubricata a semplice dovere d'ufficio di un deputato dell'ERC di fronte al proprio elettorato, considerato l'appropinquarsi del 9 novembre, data prevista per il referendum catalano, e il fatto che tale data ricada proprio nel semestre italiano.

Non so, peraltro, se Renzi abbia risposto, non so se i regolamenti europarlamentari gli impongano di rispondere, dubito che egli, in ogni caso, si sbottonerebbe oltre il più classico dei "è una questione interna ad uno stato membro, non ho poteri di intervento, vediamo come va, maremma bu'aiola, ecc ecc".

Le cose, però, non stanno esattamente così. Al di là del mio personale apprezzamento umano e politico per il gesto dell'eurodepurato catalano, devo rilevare che, in forza di una curiosa coincidenza temporale, egli ha posto due quesiti-trappola a Renzi.
Perchè parlo di trappola? È presto detto....

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Articolo  Per la secessione della Lombardia 

Di Admin (del 01/07/2014 @ 19:02:42, in Lombardia, linkato 455 volte)

Riceviamo da Avanti - Collettivo Indipendentista Lombardo, e volentieri rilanciamo, i due volantini che sono stati distribuiti in occasione dei presidii svoltisi a fine maggio e a fine giugno di fronte al grattacielo Pirelli, a Milano. I volantini possono essere stampati e liberamente diffusi.

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Maggio Maggio (r)

Giugno Giugno (r)


Articolo  Il nostro esperimento - Lettera di un antifederalista (III) 

Di Stefano Crippa (del 30/06/2014 @ 12:35:18, in Lombardia, linkato 255 volte)

Ai cittadini della Lombardia

Il governo generale ha superato ogni limite, l’ultimo proposta di riforma costituzionale è una violazione alle nostre libertà ed invito tutti i concittadini di questa Regione a leggere la proposta presentata.

Non sarà compito di questa lettera analizzare l’intero impianto della riforma sopra citata, ma ci dedicheremo ad altro: il nostro futuro!

Molte volte mi sono imbattuto nella seguente domanda: “va bene, ho capito il percorso per ottenere l’indipendenza e ristabilire i principi dell’autogoverno e comprendo le ragioni che ci spingono in quella direzione, ma dopo? Che stato faremo nascere? Sarebbe utile capirlo”.

Non ho mai voluto avventurarmi nella risposta, non perchè non l’avessi, ma perchè ritenevo che ognuno avesse il diritto alle proprie aspirazioni senza interferenze di opinioni che fossero soltanto le sue, ma col tempo e l’esperienza mi sono reso conto che eludere quella che ho ribattezzato “la domanda per antonomasia” non faceva bene alla nostra causa ed è per questo motivo che approfitterò dello spazio che mi fornisce gentilmente questo giornale per descrivere la mia visione della Lombardia del futuro.

Avverto i lettori, fin da subito, che la Lombardia che ho in mente è completamente diversa dallo stato che io desidero abbandonare.

La Lombardia che ho in mente sarà fondata su quei principi che hanno guidato ...

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Articolo  "Quale fiscalità nella Nuova Repubblica Veneta?" 

Di Admin (del 26/06/2014 @ 18:55:24, in Veneto, linkato 245 volte)

Riceviamo e volentieri rilanciamo il comunicato stampa di presentazione della serata pubblica che si svolgerà venerdì 27 giugno 2014 a Cittadella (Padova), dal titolo "Quale fiscalità nella Nuova Repubblica Veneta".

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“QUALE FISCALITÀ NELLA NUOVA REPUBBLICA VENETA?”
Il gruppo di lavoro “Finanza e Bilancio” del progetto “Libro Bianco dei Veneti” presenta il primo dibattito territoriale aperto al
pubblico ed ai media


23 giugno 2014 - Il gruppo di lavoro “Finanza e Bilancio” del progetto “Conversazione Nazionale e Libro Bianco dei Veneti” ha organizzato un incontro pubblico dal titolo “Quale fiscalità nella Nuova Repubblica Veneta”. Il dibattito si terrà a Cittadella (PD) in data 27 giugno 2014 alle ore 20.45 presso la sala convegni “Torre di Malta” (angolo tra via Garibaldi e Stradella del Cristo).

Nel corso della serata si tratterà un tema fondamentale, analizzando il sistema fiscale sotto vari punti di vista, concentrandosi soprattutto sul punto di vista dei cittadini, che saranno i veri protagonisti dell’incontro. “Ti trovi d'accordo con l'attuale sistema impositivo? Che cosa cambieresti? Che tipo di Stato preferisci? Con una forte presenza nel sociale o preferisci meno tasse e pagarti in autonomia sanità e pensioni?” Queste ed altre le domande su cui il pubblico sarà chiamato a dare la propria opinione.

Ivano Durante
Direttore del capitolo “Finanza e Bilancio” del Libro Bianco dei Veneti

Recapiti:
Telefono: 366 7266045
Mail: ivano.durante@gmail.com
Web: http://repubblicaveneta.info

_____________________


Il progetto “Conversazione Nazionale Veneta e Libro Bianco” nasce sul modello delle “White papers” anglosassoni e della Conversazione Nazionale Scozzese per dar voce ai cittadini veneti sui principali temi che riguardano la sfera pubblica.
Si tratta di un progetto scientifico che mette al centro il parere del cittadino. Fine del progetto è la realizzazione di un documento che rappresenti una foto dello stato di salute del Veneto di oggi e proponga prospettive e soluzioni concrete per il suo futuro, partendo dal “basso”, dai cittadini e, in parte, dalla consultazione delle associazioni civili e di categoria.
Il capitolo Finanza e Bilancio è uno dei 26 capitoli già in cantiere ai quali sta lavorando uno staff di quasi cento volontari esperti in veri settori.



Articolo  Una risposta al signor Umberto Curi 

Di Admin (del 18/06/2014 @ 17:38:51, in Veneto, linkato 373 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una risposta di Michele Brunelli, militante indipendentista veneto, all'ultimo editoriale del signor Umberto Curi, nota firma dell'unitarismo a tutti i costi, pubblicato sul Corriere del Veneto del 17 giugno. Buona lettura.

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Umberto Curi firma un interessante articolo sul Corriere del Veneto del 17 giugno 2014 intitolato «Plauto, il soldato e l'indipendenza». L'articolo è interessante perchè mostra oltre ogni ragionevole dubbio che l'antindipendentismo dei nazionalcentralisti italiani non trova valide argomentazioni.

Apparentemente corretto, l'articolo di Umberto Curi, infatti, nasconde già in partenza due premesse sbagliate che poi inficiano tutto il ragionamento, conducendo ad un errato giudizio di inutilità.

Il ragionamento di Curi è apparentemente lineare:
1) il consiglio regionale non può dichiarare l'indipendenza «Anche un bambino sa che non è e non può essere ... competenza di un'Assemblea regionale la dichiarazione di indipendenza»;
2) di conseguenza il referendum è inutile «l'indizione del referendum, assomiglia molto alle spacconate del soldato fanfarone»;
3) il consiglio regionale ha sperperato risorse in un'azione inutile;
4) l'articolo si conclude brevemente «Basterà loro ricordare quale sia la conclusione della commedia» di Plauto, rievocando nelle poche righe successive le bastonate e le minacce di evirazione indirizzate al soldato fanfarone protagonista del racconto.

Tralasciando i sottili - ma ben visibili - riferimenti alla violenza fatti da Umberto Curi, vediamo dov'è la premessa sbagliata da cui egli conduce la sua argomentazione errata: al primo punto.

Al punto 1) egli infatti dice che la dichiarazione di indipendenza non compete all'Assemblea regionale. Tuttavia il referendum non è una dichiarazione, bensì un modo democratico per conoscere l'opinione degli elettori. Conoscere l'opinione della popolazione è senz'altro utile, soprattutto quando la richiesta è sostenuta da decine di migliaia di persone, da più di 180 consigli comunali e da 4 consigli provinciali in rappresentanza di centinaia di migliaia di abitanti. Inoltre, se il referendum darà un risultato favorevole all'indipendenza del Veneto, esso sarà per noi doppiamente utile perchè darà un impulso ad un processo indipendentista democratico e pacifico del nostro Paese. Curi invece dice no. Un uomo solo, risoluto, oppone il suo personale arbitrio senza argomenti ad una richiesta democratica e pacifica che sale dalle persone e dalle istituzioni. Vero patriota italiano, Curi mostra di conoscere l'utilità del referendum addirittura prima che esso venga svolto. Come diceva bonariamente mia nonna in veneto quando le sparavo troppo grosse: «Curi va!»

Michele Brunelli
Bassano del Grappa / Basan



Articolo  "Quo vadis Katalonien?" 

Di Admin (del 17/06/2014 @ 12:36:21, in Catalogna, linkato 490 volte)

Riceviamo dall’amico tedesco -di origini lucane- Salvo Geno, e volentieri pubblichiamo, un report del recente convegno svoltosi in Germania dal significativo titolo “Quo vadis Katalonien?”, dedicato al processo separatista intrapreso dalla Regione (per ora) spagnola. Alla manifestazione ha preso parte, come ospite d’eccezione, lo storico presidente della Generalitat Jordi Pujol, le cui considerazioni ci vengono riportate da Salvo. Dalle relazioni emerge un approccio al separatismo che mescola (diciamolo pure, in modo assai abile) tematiche tipiche dell'etnonazionalismo classico e altre proprie del diritto di decidere più evoluto. La Catalogna resta un modello, con alcune contraddizioni rispetto a quanto sta accadendo ad esempio in Veneto e a quanto vorremmo accadesse quanto prima nella nostra Lombardia. Ma un dato è incontestabile: la convocazione del referendum catalano -ricordiamolo, ancora da formalizzare- ed il suo effettivo svolgimento segneranno un punto di svolta travolgente. Buona lettura, A.S.

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Giovedì 22 maggio 2014 si è svolto nel Excelsior Hotel Ernst l’evento “Quo vadis Katalonien?” a Colonia in Germania. E’ stato organizzato dal gemellaggio Colonia/Barcellona e dal club della stampa cittadina.

Il prologo lo ha offerto Tilbert Dídac Stegmann, noto professore di lingua catalana all’Università di Francoforte sul Meno e amico del Presidente emerito della Generalitat di Catalogna, nonché ospite d’onore del convegno, Jordí Pujol i Soley.

Il Professore ha proposto un’osservazione appropriata della situazione catalana, paragonando la questione catalana e con essa la possibile disunione tra Catalogna e Spagna alla separazione nell’ambito di un matrimonio. Se una parte non vuole più la convivenza, un tribunale annulla il matrimonio, e così subentra almeno una situazione di neutralità o addirittura pace tra le parti.

Nel caso della Catalogna e della Spagna, laddove una parte è determinata a lasciare e invece l’altra parte reclama l’indivisibilità, pur vigendo il principio di indivisibilità sancito dalla costituzione spagnola, in  caso di esito positivo del referendum catalano, per la Spagna non resterebbe altro che accettare.

Il professore ha proseguito con l’osservazione dei dati storici. Correva l’anno 1714 allorché i catalani vennero annessi e sottomessi. Molto tempo dopo, durante la dittatura fascista del “caudillo” Francisco Franco, furono esperiti da parte spagnola tentativi di eliminazione della lingua e della cultura catalana.
Nel 1978, nonostante l’avvento della democrazia, dal punto di vista catalano, rimaneva una sorta di spada di Damocle, una trappola, come dimostrò il tentato golpe del febbraio 1981.

Questa trappola prese la forma dell’assetto istituzionale definito con l’espressione ...

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Articolo  Il punto a quattro giorni dal voto in Veneto sulla 342 

Di Admin (del 16/06/2014 @ 11:21:22, in Veneto, linkato 363 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'opinione di Francesco Cuccato, indipendentista veneto e militante plebiscitario, in merito all'approvazione del progetto di legge 342, per l'indizione di un referendum regionale sull'indipendenza.

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Il 12 giugno in Consiglio Regionale del Veneto è stato dato uno ‘storico via libera’, così come definito anche dall'eurodeputata della Lega Mara Bizzotto, che dall'alto del suo ranking europeo si batte da sempre per l'autodeterminazione e l'indipendenza dei veneti, ovvero l'approvazione della Proposta di Legge 342 denominata VALDEGAMBERI (di Futuro Popolare) sull'indizione del Referendum sull’Indipendenza del Veneto, con 30 sì, 12 no e un astenuto. Lega e Zaia favorevoli. Solo il PD ha votato contro compatto, per il resto le altre forze unite pro referendum, con Forza Italia e NCD spaccati. Passaggio reso possibile anche dai ragazzi di Indipendenza Veneta che hanno presentato 30 mila firme raccolte nei gazebi al Presidente Ruffato.

Giovedì sera noi di Plebiscito.eu, comitato organizzatore del referendum digitale per l'indipendenza del veneto caratterizzato dalla grandiosa risposta dei veneti, abbiamo festeggiato l’evento a Este in Piazza Trento, assieme a centinaia di veneti e Gianluca Busato ha precisato che ...

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Articolo  "L'Italia pluriculturale. Regionalismi, minoranze, migrazioni" 

Di Admin (del 11/06/2014 @ 17:03:12, in Europa, linkato 358 volte)

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo, da parte del Professor Alessandro Vitale (Università degli Studi di Milano), la recensione del volume polacco W³ochy wielokulturowe. Regionalizmy, mniejszoœci, migracje. (L’Italia pluriculturale. Regionalismi, minoranze, migrazioni), curato dalla studiosa Karolina Golemo e pubblicato per i tipi di Ksiêgarnia Akademicka lo scorso anno. Come potrete leggere, il volume dimostra che anche in Europa il punto di vista sulle vicende peninsulari sta mutando. La vulgata risorgimentale e nazionalfascista, fortunatamente, non è più un dogma.

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L’immagine e l’immaginario che da centocinquant’anni l’Italia ha lasciato di sé nell’Europa Centrale e Orientale sta gradualmente cambiando. A poco a poco, il diradarsi delle nebbie lasciate dalle mitologie unitariste e risorgimentali, con tutti i loro strascichi parareligiosi lascia spazio a ben altre analisi e considerazioni, soprattutto sul piano accademico. Ne è testimonianza, fra gli altri, questo bel volume - di notevole valore e profondità - scritto quasi interamente da Karolina Golemo dell’Università Jagiellonica di Cracovia, con la collaborazione di specialisti di pregio (quali Agnieszka Ma³ek e Piotr Sternalski).

L’Autrice, una delle più profonde conoscitrici della penisola italiana nell’Europa Centrale, scavalca a piè pari le abituali letture dell’Italia (spesso ancora diffuse anche nel mondo anglosassone), basate sulla visione acritica e semplicistica di un Paese monolitico, dalla storia uniforme e privo di profonde e irriducibili differenze interne. Il Paese che emerge da questa approfondita analisi del caso italiano è, infatti, un conglomerato di convivenze, di differenze e di pluralità, sempre difficile da afferrare nella sua complessità. Il libro rivela così, innovando rispetto alla storiografia polacca sull’Italia, spesso ancora ferma alla piatta ricezione di quelle mitologie, l’emergere di una sensibilità diversa rispetto a quella a lungo prevalsa, sia in campo storico che sociologico e basata sul riverberarsi dell’esperienza italiana sulla storia dell’Europa Centrale e Orientale.

Il libro ha il pregio di andare ben al di là degli stereotipi storici, geografici e politici sull’Italia - ancora diffusi e molto influenti in questa parte d’Europa (si pensi all’influenza distruttiva esercitata sulla cultura politica serba o su quella dei vari risorgimenti e irredentismi nazionali: polacco, ungherese, ecc.) - speculari a quelli, rigidi e infondati, esistenti in Italia, sulla Polonia e sugli altri Paesi dell’area. Queste pagine sanno cogliere, come raramente è stato fatto in passato, l’esistenza e la multiformità nella penisola e nelle regioni settentrionali, di una composita pluralità di realtà regionali, linguistiche, culturali e di microcosmi, di mondi a parte basati su regole storiche e culturali, consolidatesi nel corso di secoli sotto differenti dominazioni e diverse forme politiche, che influenzano ancora oggi il modo di vita alla base del tessuto, tutt’altro che uniforme, delle convivenze locali italiane - nonostante i brutali tentativi di omogeneizzazione, esasperati sotto il fascismo (P. Sternalski).

Grazie alla metodologia sociologica, molto attenta al dato storico e utilizzando come solido punto di partenza il classico di Robert D. Putnam, Making Democracy Work, Civic Traditions in Modern Italy (1994), la pluralità esistente in Italia è vista nel volume come una ricchezza, al tempo stesso storica e contemporanea e non più come una “mancanza”. In particolare in queste pagine risaltano la ricchezza etno-linguistica esistente in Italia, l’incompletezza dell’unificazione italiana e i suoi problemi, il divario Nord-Sud, i microcosmi sociali esistenti nelle regioni di confine e nelle valli alpine, le diversità e le tensioni, viste come potenziali motori di innovazione e non più come fenomeni “attardati” o “regressivi”.

Oltre a questa solida base teorica va sottolineata l’attenzione, autentica rarità, che l’Autrice rivolge all’opera di Gianfranco Miglio e alle sue spietate analisi dell’unificazione, nonché a quella di Luigi Marco Bassani e di molti altri studiosi italiani su questo tema, largamente ignorati o censurati in Italia. Si tratta di un vero e proprio cambiamento di paradigma, che sa trarre dall’esperienza italiana non più l’esempio da seguire dell’omogeneità e dell’unificazione risorgimentale, ma le potenzialità date dalla diversità e dalla pluralità, dal policentrismo di origine comunale (nella sua parte settentrionale e centrale), dal tendenziale cosmopolitismo della sua migliore intellettualità, dal municipalismo irriducibile, dai casi paradigmatici di realtà come quella sudtirolese, valdostana, friulana, siciliana e sarda (descritte in modo molto obiettivo) e dalla capacità di ridisegnare le convivenze e di soddisfare in modo nuovo i bisogni emergenti, compresi quelli relativi al far fronte all’immigrazione - vista anche nelle sue potenzialità - che sta cambiando il tessuto sociale e etnografico italiano (Agnieszka Ma³ek).

Questo aspetto centrale del volume rivela in tal modo indirettamente un nuovo approccio (tipico ormai di intellettuali giovani e intelligenti dell’area centroeuropea e dell’Europa orientale, liberi da stereotipi e pregiudizi obsoleti) nel concepire le convivenze. Infatti, queste analisi dedicate all’Italia contengono in filigrana anche la scelta di temi specifici, analizzati mediante una lente d’ingrandimento posata su determinati oggetti di studio, che rivelano inevitabilmente sensibilità e scelte, influenze e attenzioni del tutto nuove, preziose per comprendere come - attraverso la ricezione del caso storico e contemporaneo italiano nella sua realtà delle sue strutture politiche e sociali e non più nella sua mitologia, sparsa a piene mani anche in questa parte d’Europa - può cambiare anche il modo di vedere anche il proprio Paese, in quest’area europea caratterizzato inevitabilmente da un composito e ricchissimo tessuto plurietnico, nel quale occorre trovare modi nuovi di ridisegnare la convivenza e per i quali viene riconosciuto indirettamente il potenziale apporto della pluralità irriducibile esistente in Italia. In questo senso l’esempio della pluralità delle convivenze radicatesi nell’Italia-Stato e irreggimentata a lungo nel letto di Procuste dello Stato unitario di stampo francese, viene studiata con occhi nuovi, obiettivi, attenti alla realtà e ormai  liberi dai veli di ideologie che con ogni evidenza hanno fatto il loro tempo.

 

Karolina GOLEMO (pod red.), W³ochy wielokulturowe. Regionalizmy, mniejszoœci, migracje. (L’Italia pluriculturale. Regionalismi, minoranze, migrazioni). Ksiêgarnia Akademicka, Kraków, 2013, Polonia, pagg. 259.



Articolo  Solidarietà con Jaume Sastre 

Di Admin (del 06/06/2014 @ 17:24:08, in Catalogna, linkato 504 volte)

Riceviamo e volentieri rilanciamo il comunicato di Help Catalonia, dedicato allo sciopero della fame del professore maiorchino Jaume Sastre. Invitiamo i nostri lettori ad associarsi alla campagna di sostegno lanciata in suo favore dal sito catalano. Grazie a tutti coloro che aderiranno.

*   *   *

La Catalogna esprime la sua solidarietà a Jaume Sastre, in sciopero della fame per difendere l’insegnamento del catalano nelle isole Baleari.

Help Catalonia ha promosso attraverso le reti sociali una campagna che consiste nel farsi una foto con un cartello dal messaggio “#Solidarity with #HungerStrikeForCatalan” (solidarietà nei confronti dello sciopero della fame per il catalano). L’obiettivo è fare arrivare la nostra solidarietà nei confronti della protesta a favore della lingua che si è messa in moto nelle isole Baleari; e il nostro supporto allo sciopero della fame di Jaume Sastre, per reclamare un insegnamento in catalano, difendere la immersione linguistica e aiutare a far conoscere a livello internazionale gli attacchi che patisce la nostra lingua all’interno dello Stato spagnolo. La campagna sta attraendo giornalisti di tutto il mondo che erano ignari del fatto che la lingua parlata a Valenza o Maiorca è la stessa che si parla in Catalogna.

Tra tutte le adesioni ricevute, vale la pena rimarcare quelle dei candidati ad eurodeputato dei partiti catalani, come Ernest Urtasun d’ICV,  Ramon Tremosa di CiU e Josep Ma Terricabras d’ERC, l’attore Juanjo Puigcorbé, lo scrittore lettone Otto Ozzols fotografato davanti al monumento alla libertà di Riga, ed i politici Joan Herrera, Dolors Camats, Ester Capella, Agustí Colomines, Quim Arrufat...

Informazione addizionale sulla campagna si può trovare a: www.helpcatalonia.cat
Potete scaricare il cartello da: http://www.helpcatalonia.cat/2014/05/selfie-for-solidarity-with.html
Potete vedere molte delle foto all’album di Facebook: https://www.facebook.com/Helpcatalonia/media_set?set=a.821243457887799&type=1

Helpcatalonia: helpcatalonia@gmail.com



Articolo  ...E i Serenissimi? 

Di Paolo Amighetti (del 05/06/2014 @ 12:19:28, in Veneto, linkato 388 volte)

Chi si ricorda più dei secessionisti veneti? Ma sì, quelli che volevano rifondare la Serenissima con una ruspa e un tubo. Quelli che, nella penombra di qualche garage del nord-est, tenevano raduni carbonari anti-unitari, in combutta con certi bresciani "male in arnese". Quelli che progettavano di aprire una nuova stagione di terrorismo. Quelli che Tv e giornali presentavano ad un tempo come pericolosi assassini e poveri fessi. Bene, la cosa si è del tutto sgonfiata. Non solo nessuno si ricorda più di loro; non solo nessun giornalista di spicco perde tempo ad informare i lettori dei recenti sviluppi degli arresti e delle condanne; scopriamo in queste settimane che tutto sommato "non erano terroristi", e che l'accusa di associazione eversiva va dunque ridimensionata, anzi accantonata. Una decina di giorni fa sono usciti dal carcere gli ultimi due detenuti, Luigi Faccia e Marco Ferro. Alcuni, tra cui Lucio Chiavegato e Franco Rocchetta, sono stati rilasciati e rimessi in libertà poco dopo il blitz delle forze dell'ordine. Altri hanno visto la propria pena ridotta ai domiciliari.

Ma li avete visti, i killer appena usciti dalle patrie galere? Si sono forse dati alla macchia, pronti di nuovo a soffiare sul fuoco della violenza e della lotta armata? Macché. Un po' smunti, un po' emozionati, si sono precipitati tra le braccia della moglie e dei figli. Hanno rilasciato qualche dichiarazione di circostanza in veneto stretto, per poi tornare a casa in serenità. Su chi hanno messo le mani, quelli del Ros? Su dei signori pacifici, non più giovanissimi, che si son presi uno spavento per colpa di una giustizia imbelle e arrogante: capace soltanto di colpire alla cieca e di scambiare (in buona fede è difficile crederlo) una grossa stupidaggine per un tentativo eversivo. Il tribunale di  Brescia, va detto, ha ridimensionato rapidamente la faccenda sin da metà aprile, semplificando la matassa delle accuse e cancellando le più gravi.

Rimane il dato politico già rilevato all'epoca degli arresti: è stato messo sotto processo non tanto un Tanko da carnevale, quanto l'aspirazione e il diritto dei veneti alla pacifica autodeterminazione. Il cosiddetto carro armato è servito da ...

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Articolo  Facciamo il punto: se Zaia non va al Referendum... (articolo completo) 

Di Alessandro Mocellin (del 04/06/2014 @ 14:26:35, in Veneto, linkato 855 volte)

Se Zaia non va al Referendum, il Referendum andrà da Zaia.

[parte prima] LA SITUAZIONE: Zaia non va al Referendum?

Il 16 settembre 2013 su lindipendenza.com fu pubblicato un articolo in cui analizzavo in termini semplici ma esaurienti la fattibilità di un referendum istituzionale sull'indipendenza del Veneto (invito a leggere: "Referendum Veneto: ecco perché si può fare e come").

In quel tempo, le due grandi questioni che tenevano banco nel dibattito politico veneto erano di forma e di sostanza.

Mancava la forma: non c'era un percorso giuridico ben delineato. Zaia aveva istituito una commissione di sei giuristi (tramite la Risoluzione 44) e dopo il deposito della diversa proposta di legge regionale 342 (c.d. PdL 342) qualcuno si chiedeva che cosa stesse aspettando per agire, altri lo condannavano in contumacia per immobilismo, altri ancora chiamavano cautela quel suo atteggiamento attendista.

Fino al consiglio straordinario del 17 settembre 2013, da osservatori esterni si intuiva come il Governatore del Veneto stesse cercando qualcosa che non trovava. Le sue espressioni dipingevano un "voglio, ma non posso", le sue richieste intonavano un inno alla libertà dei Veneti cantato a canone assieme ad una gridata preoccupazione verso quelle catene legali – dure e immaginarie al tempo stesso – che non parevano consentire quel ricercato inquadramento costituzionale del referendum che comunque, in qualche maniera, s'ha da fare.

Da parte mia, non temo nel dirlo, sono sempre stato tra coloro (non molti, in realtà) che ...

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Articolo  29 maggio, Festa della Lombardia 

Di Admin (del 29/05/2014 @ 01:52:43, in Lombardia, linkato 314 volte)

Oggi, giovedì 29 maggio 2014, si celebra la prima Festa della Lombardia, sulla base del provvedimento approvato dal Consiglio Regionale nello scorso mese di novembre.

Diritto di Voto, in collaborazione con Avanti - Collettivo Indipendentista Lombardo e con il progetto Smiles N' Roses, festeggia con questo breve video la ricorrenza.

Buona visione e auguri a tutti i cittadini lombardi che ci leggono (e anche ai non lombardi che ci sono comunque vicini)



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