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Articolo  VENETO E ITALIA: UNA SANA DISUNIONE. 

Di Nicola Busin (del 28/06/2016 @ 12:01:56, in Indipendenza, linkato 395 volte)

Veneto e Italia: una sana disunione.

di Nicola Busin

Il popolo Veneto sta soffrendo non solo economicamente. La sofferenza è evidenziata in particolare dalla incapacità di esprimere una classe politica che riesca a rappresentare veramente tutte le richieste di un popolo che quando aveva capacità di autogoverno era il popolo più ricco, liberale e tollerante d'Europa. Forse è questa tolleranza diffusa che ha plasmato gli animi delle persone, non più abituati a combattere in modo cruento, con le armi, perché meglio avvezzi alla diplomazia, a raggiungere gli obiettivi con intelligenza e determinazione.

Dopo la conquista di gran parte dei territori delle Venezie da parte dei Savoia, conquista avvenuta attraverso un plebiscito truffa i cui contorni solo adesso hanno preso forma e appaiono sempre più assurdi, falsi e violenti, le popolazioni Venete hanno avuto solo una opzione per non morire di fame: l'emigrazione, meglio forse l'esodo dato che tra il 1866 e il 1910 metà popolazione ha lasciato a malincuore le amate terre (circa un milione e mezzo di persone). I processi storici sono chiari, dopo la conquista dei piemontesi è iniziata l'epoca delle ideologie che ha di fatto prodotto conflitti sociali e creato un clima liberticida in tutta Europa e nel mondo intero. In Italia, prima il partito socialista e poi il partito fascista per arrivare alla contrapposizione tra democrazia cristiana e partito comunista nel dopoguerra, hanno creato una netta divisione nella popolazione, non consentendo una libera presa di coscienza identitaria del popolo Veneto come anche degli altri popoli italiani.

Dopo la caduta del muro di Berlino, chiuso il comunismo in gran parte dittatoriale europeo, è seguito un periodo fluido con la progressiva scomparsa dei partiti ideologici. Una rinnovata comprensione, una riappropriazione identitaria dei vari popoli italiani ma anche europei, sta muovendo sacrosante richieste di indipendenza che vanno lette non come una volontà di chiusura ma una volontà di dare la possibilità ad ogni popolo di confrontarsi e competere con il mondo intero libero da costanti indebiti “prelievi” che hanno il solo fine di rendere parassitarie alcune aree a scapito di altre.

Nella nazione italiana per primo e con maggiore forza il popolo Veneto desidera ritornare a governarsi sulla scorta di 1.100 anni di esperienza con la Serenissima Repubblica, unica repubblica al mondo ad avere una così lunga durata, storicamente esempio di efficienza, virtù, libertà e tolleranza per tutto il mondo.

Si tratta di capire quali forze politiche siano ora attrezzate per accogliere e far proprio questo sentimento, questa richiesta di indipendenza dal governo romano sempre più considerato un governo inefficiente, iniquo, con un sottopotere corrotto, incapace di cogliere il bisogno di autogoverno dei vari popoli italiani. Anche la recente riforma costituzionale proposta, con previsione di accentramento del potere, va in senso opposto al desiderio di libertà dei popoli. In questo contesto la Lega Nord dimostra un atteggiamento ambiguo in quanto rappresenta solo in modesta parte le richieste dei veneti. Salvini, che non è Veneto, spinge per un partito nazionale italiano dichiaratamente in posizione conservatrice, posto a destra e quindi ancora partito ideologico in un futuro libero da ideologie. I politici veneti della Lega Nord in realtà sarebbero organizzati nella Liga Veneta che è una formazione autonoma ma che questa autonomia non riesce a rappresentare. Pertanto finché la Liga Veneta resterà dipendente da Milano difficilmente potrà rappresentare un reale riferimento per l'indipendenza del Veneto, anche se probabilmente molti esponenti di spicco e gran parte della base sono sinceramente convinti di questa scelta.

La continua nascita di tante iniziative culturali, politiche, sociali nel Veneto sono chiaramente un segnale forte e preciso che oramai nessuno potrà più arrestare questa sacrosanta volontà di riappropriazione identitaria del popolo che ha come obiettivo l'autogoverno. Le formazioni politiche nate, scomparse e riapparse nel panorama locale sono sostanzialmente frutto di individualismi nel classico sistema sociale Veneto, che ha come riferimento l'individualismo imprenditoriale, motore dell'economia. Se nel sistema produttivo l’individualismo può essere una risorsa, nel contesto politico risulta una criticità.

A questo punto appare assolutamente necessario mettere da parte e unire gli individualismi con il fine di creare una vera e forte formazione politica che sia sicuro riferimento per tutto il popolo e su questo obiettivo alcuni bravi e volonterosi cittadini stanno dedicando un grande impegno. La nascita come in Scozia o altre aree europee di un Partito della Nazione Veneta o Partito Nazionale Veneto, organizzato su base volontaria ma con una precisa democrazia interna, con la creazione di un gruppo dirigente qualificato esteso in ogni comune e di indubbia onestà, potrà essere una adeguata risposta alla richiesta di indipendenza. Un partito unificante per diventare riferimento preciso e affidabile di un popolo troppo tollerante ma sicuramente non insensibile ad un percorso di liberazione, si tratta in pratica di raccogliere tutti gli individualismi, senza chiusure tra i vari gruppi esistenti, magari creando una lista di persone disponibili a candidarsi nelle varie elezioni.

L'esperienza scozzese può essere di buon auspicio in quanto il Partito Nazionale Scozzese (Scottish National Party, SNP) nel 1960 contava lo 0,5 % dell'elettorato e ora ha superato il 50%. Lo spazio quindi è vasto, unire gli individualismi appare assolutamente indispensabile e già l’occasione offerta da S.C.E.G.L.I., libera associazione etica di gruppi e movimenti indipendentisti, aperta a tutti, nata grazie all’impegno di alcuni splendidi patrioti, è una ottima opportunità di incontro.



Articolo  Una proposta dirompente: il Veneto traino dell’Italia. 

Di Nicola Busin (del 16/05/2016 @ 17:53:57, in Veneto, linkato 647 volte)

Una proposta dirompente: il Veneto traino dell’Italia.

Di Nicola Busin

L’indipendentismo Veneto, pur se attivo ed in espansione, non riesce ancora a raggiungere lo spirito della maggioranza dei cittadini dato altresì che esiste una certa confusione di ruoli con alcuni partiti tradizionalmente favorevoli all’indipendenza, però della Padania. La stampa, le tv, le radio sono in mano al potere costituito che fa riferimento al governo romano, paladino dei partiti tradizionali con respiro nazionale, compresa quindi la Lega Nord, e poco traspare della reale tragica situazione economica italiana. In questo contesto una miriade di gruppi, movimenti, associazioni che hanno trovato in internet un canale di contatto e condivisione in particolare con facebook ma non solo, controllati dagli apparati di stato, stanno comunque creando una forte reazione in un contesto sempre più ampio ma poco reattivo. Basti pensare che su dieci veneti otto riconoscono la bandiera con il leone di San Marco con la bandiera della Liga Veneta e non con la bandiera della Serenissima Repubblica.

Non ci rivolgiamo ai beceri politicanti eletti grazie alla loro appartenenza alle associazioni carbonare (e come definire oggi i partiti…). Questi politicanti, che si ergono paladini della sinistra o della destra quando le ideologie sono scomparse per il loro totale fallimento portandosi dietro purtroppo milioni e milioni di morti, non rappresentano il tessuto sociale ed hanno l’obiettivo di ingrassare le loro tasche e della stirpe a venire.

Ci rivolgiamo alle persone intelligenti e sensibili, ai veri politici che hanno ancora il senso della grandissima responsabilità che si portano sulle spalle una volta eletti a rappresentare proprio gli interessi dei cittadini a scapito dei propri.

La repubblica italiana erede del regno sabaudo deriva dalla forzata unione di tanti stati presenti ancora nell’800 nella nazione. Che sia esistita da sempre una italianità nel senso culturale del termine è fuori discussione. Però la ricerca di una comune lingua, una comune letteratura, non ha alcun parallelo con l’obbligo di unire tanti splendidi popoli con la barbarie e l’inganno. Ricordiamo le stragi perpetrate dai generali savoiardi e dai garibaldini nel regno delle due Sicilie ma anche a Milano e non solo. Ricordiamo i plebisciti truffa per dare una parvenza di legalità all’occupazione dei territori di vari stati ed in particolare nei territori dell’ex Serenissima Repubblica.

Questa è l’Italia di oggi: solo tre aree ora rappresentate da tre regioni riescono a produrre tanta ricchezza per mantenere un folle parassitismo nel resto dello stato, a dire il vero con carichi molto diversi. La Lombardia con i suoi dieci milioni di abitanti e l’Emilia Romagna con il Veneto per altri dieci milioni, cedono in solidarietà allo stato romano più di cento miliardi di euro ogni anno. Un fiume di ricchezza che è dato in mano a politicanti e funzionari di vario tipo che in vaste aree creano un circuito perverso in quanto la rendita di posizione di potere è funzionale alla creazione fittizia del posto di lavoro pubblico assolutamente parassitario.

Quale soluzione da parte dello stato a questa scellerata situazione non è dato di sapere. I vari governi e presidenti del Consiglio hanno tentato continuamente di arginare mettendo posticci cerotti senza intervenire in modo strutturale ed il crollo appare sempre più imminente nonostante le alchimie contabili. I margini di intervento sono esigui se non scomparsi del tutto.

A questo punto i governanti dotati di un minimo di buon senso dovrebbero accettare proposte innovative, magari dirompenti per l’attuale quadro politico-economico ma di sicuro effetto.

I Veneti che, a differenza di altre realtà, hanno mantenute inalterate le caratteristiche di un popolo con la loro cultura e lingua in particolare, chiedono da tempo la possibilità di stabilire con un referendum il loro desiderio di governarsi da soli. Lo stato centrale nega questa possibilità anche se i rappresentanti eletti dal popolo Veneto hanno approvato due leggi per esaudire questo desiderio. Lo stato ha ad ogni modo concesso ai Veneti la possibilità di indire un referendum minimo consultivo sulla richiesta o meno di maggiore autonomia. A questo punto il governanti Veneti dovrebbero senza indugio lasciar perdere ogni tentativo di accordo con lo stato romano e agire immediatamente proponendo, forti delle leggi statali, il referendum concesso. Il risultato probabilmente sarà di una grande vittoria per l’autonomia e, consapevoli di questa forte realtà, i politici romani dovrebbero dare veramente la possibilità al popolo Veneto di governarsi da solo, con una specifica fiscalità che consenta di mantenere quasi tutta la ricchezza nel territorio. Non per egoismo e per rendere ricco un tessuto sociale specifico, ma quale sperimentazione per la ripresa produttiva finalizzata comunque ad una rilancio nazionale.

Ed è proprio questo il nocciolo del problema, e cioè se i politici romani riusciranno a capire e cogliere l’opportunità offerta, un atto di lungimiranza, una prospettiva sicura per la rinascita dell’intera Italia. Un Veneto efficiente traino dalle potenzialità note e notevolissime con la prospettiva di agganciare il resto della nazione in una contaminazione positiva con miglioramenti diffusi per tutto il tessuto produttivo nazionale. Più che una vaporiera un aereo che aspetta solo di prendere il volo ora purtroppo ancorato con le catene ad un cieco potere romano che non riesce a vedere più il là del proprio naso.

Le premesse ci sono tutte, gli studi economici approfonditi anche, il Veneto lasciato volare avrebbe in un anno un aumento del PIL pari al 12%. Cosa aspettate cari politici, perché non volete dare fiducia ad un popolo che per più di 1.100 anni è stato il più tollerante e ricco di tutta l’Europa? Abbiate fiducia cari politici italiani, non possiamo scappare in un’altra area geografica anche se è già accaduto in passato, in questo caso costretti; queste sono le terre Venete e noi Veneti le amiamo in modo indissolubile. O almeno non obbligateci nuovamente a scappare: in questo caso lasceremo solo desolazione e povertà, e vi sarete persi forse l’ultima occasione di salvezza di questa martoriata Italia.

Concludo consapevole che molti leggeranno con una certa dose di ironia questa proposta dirompente. Credo ad ogni modo che questa agonia non giovi a nessuno, magari qualcuno aspetta proprio il fallimento dello stato romano per creare una nuova organizzazione di governo territoriale, ma in questo caso saranno sicuramente lacrime e sangue anche per quei politicanti che verranno portati con la forza al pubblico ludibrio.



Articolo  I COSTITUZIONALISTI DELLA PLAY STATION 

Di Nicola Busin (del 08/05/2016 @ 21:56:20, in Indipendenza, linkato 365 volte)

I COSTITUZIONALISTI DELLA PLAY STATION.

Di Nicola Busin

L’attuale governo italiano, al di fuori dei proclami più o meno gridati del suo presidente, si dimostra ogni giorno di più del tutto inefficiente e incapace di affrontare la gravissima crisi che da alcuni anni ha colpito in particolare l’Italia. Qualcuno con una buona dose di ironia ha definito gran parte del gruppo di governo esperti della “play station” data la loro inesperienza dovuta anche alla giovane età.

Adesso questi governanti, nella foga di rottamare tutto e tutti hanno deciso di rottamare anche la costituzione. La costituzione entrata in vigore il primo gennaio 1948, pensata in quell’epoca con l’idea di unire i popoli italici anche nella loro diversità con il noto articolo cinque che pur prevedendo la repubblica “una e indivisibile” indica: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento”. L’idea costituzionale, al di fuori dell'assurdità "una e indivisibile", era quindi quella di incentivare le autonomie locali ed il decentramento amministrativo e di governo. In realtà i vari governi succedutisi dal dopoguerra sono solo riusciti a creare un mostro che devasta economicamente alcune aree, sempre le solite, per mantenere un folle parassitismo prodotto dai politici locali in altre aree. L’Italia quindi adesso ha raggiunto livelli di sperequazione non ulteriormente sopportabili, con il risultato di far morire le aree produttive per eccesso di prelievo fiscale. Questa folle tendenza non ha trovato ostacoli nonostante i proclami dei vari esponenti eletti proprio nelle zone produttive, titolari negli anni di determinanti incarichi di governo centrale.

Ad ottobre 2016 saremo quindi chiamati a votare con un referendum questa nuova costituzione, scritta in tutta fretta da giovani volonterosi, amici di famiglia, parenti ed affini. Questa è certamente una forzatura liberticida in quanto una simile proposta doveva come minimo essere discussa in tutti i consigli comunali d’Italia, valutata con le osservazioni giunte e aggiornata di conseguenza. Magari una seconda proposta rivista poteva anche essere approvata o meno sempre dai consigli comunali per poi essere sottoposta ad un referendum ma sicuramente senza questa spasmodica fretta che rivela scarsissimo desiderio di informazione e condivisione.

Quello che traspare dalle prime indicazione di questa nuova costituzione è l’idea di accentrare ulteriormente i poteri al governo romano e questo va sicuramente contro il buon senso e contro ogni desiderio di salvare quanto resta di questa repubblica. L’unica proposta sensata di nuova costituzione è quella che preveda una Italia federale, con vari governi che coincidano con i vari popoli presenti nella nazione. Una Italia federale del tipo svizzero, con un più ampio e costante coinvolgimento dei cittadini alla vita politico-amministrativa, con continui referendum attuati online con la rete internet. La necessità di responsabilizzare le varie aree della penisola nella gestione economica e territoriale appare l’unica soluzione proponibile per chi possieda un minimo di buon senso e creda nel futuro dei propri figli. Al di fuori di questo si prospetta solo la barbarie.

Appare sempre più evidente che in particolare il popolo Veneto, ogni giorno più consapevole della propria ineguagliabile storia, cultura, capacità produttiva, commerciale e turistica, cosciente di essere entrato a far parte del regno sabaudo con l’inganno, desideri staccarsi da questo stato italiano che appare sempre di più come un mostro famelico che ha organizzato una rete di controllo e di prelievo (indebito) di ricchezze senza pari al mondo. Chi vive ed opera a vari livelli nella realtà produttiva Veneta è esasperato e, nonostante l’enorme buona volontà, non riesce a sopportare ulteriormente questo sistema, pena la chiusura dell’attività. A questa si innescano le tristi vicende di primari istituti di credito Veneti, dilaniati dal sistema Italia, pur se sono presenti chiare responsabilità personali.

I vari gruppi indipendentisti, le varie organizzazioni culturali e sociali con ragione proclamano il diritto dei Veneti alla loro determinazione. Rimane però una certa ignavia del popolo che non si rende conto che per alzare la voce e farsi ascoltare non solo a Roma ma a livello internazionale rimane la possibilità di andare a votare durante le elezioni per un movimento o partito di sicura fede indipendentista. In realtà questi voti che rappresentano la maggioranza, sono raccolti da un grande partito ormai diventato nazionalista ma con caratteristiche indipendentiste. A dire il vero questo partito ha una propria peculiarità legata al territorio Veneto ed al suo popolo: difatti la Lega Nord è composta sostanzialmente da Lega lombarda e Liga Veneta. Si tratta di capire se l’attuale classe dirigente Veneta di questo partito sia consapevole delle responsabilità attribuite dal voto, responsabilità che prevedono di salvare il tessuto economico-produttivo e di conseguenza di liberare i Veneti dal mostro fiscale italico e ridare la dignità perduta ad un grande popolo.

Crediamo possa esistere un partito con mire nazionalistiche ma, per quanto riguarda il popolo Veneto, gli obiettivi prioritari sono assolutamente quelli di sopravvivenza e l’unico modo di sopravvivere è l’indipendenza da Roma; questo i politici Veneti devono capirlo e devono agire di conseguenza. Altrimenti avranno fallito il loro compito e saranno responsabili dell’impoverimento tangibile della popolazione. Il referendum per l’autonomia concesso obtorto collo dal potere romano non va ad ogni modo ostacolato dalle varie realtà indipendentiste ma va visto come una occasione di ampia discussione e presa di coscienza della posta in gioco per tutte le genti Venete. Una politica dai piccoli passi ma che piccoli non saranno in caso di grande maggioranza favorevole all’autonomia, una prima presa di coscienza del desiderio o meno dei Veneti di governarsi da soli senza i diktat romani, una premessa ad una legittima richiesta di indipendenza. Pragmaticamente cogliamo l’occasione data e non lasciamocela scappare, già alcuni partiti nazional-socialisti, contro gli interessi dei loro stessi elettori, desiderano che questa opportunità sia annullata, speriamo che i loro elettori se ne rendano conto.



Articolo  “Secessione. Una prospettiva liberale” (recensione di Luca Bertoletti) 

Di Carlo Lottieri (del 10/04/2016 @ 19:03:59, in Secessione, linkato 329 volte)

È molto diffuso il dibattito riguardo all’indipendenza e alla secessione. Prima la Catalogna e poi la Scozia hanno tentato, senza successo, l’indipendenza. Ma il movimento indipendentista non s’è fermato a questi insuccessi, e ha continuato a espandersi, toccando anche aree che finora si pensavano saldamente parte di Stati-nazione, come il Veneto. Ma c’è una spiegazione filosofico-politica sul diritto di secessione? E ancora: sono solo i «libertari» (ossia quei pensatori, filosofi e studiosi politici che si rifanno al liberalismo classico) a legittimare il diritto di secessione, o ci sono anche altre dottrine politiche che lo legittimano? A queste domande e a tante altre tentano di rispondere il filosofo Carlo Lottieri e lo scienziato politico Nicola Iannello in Secessione. Una prospettiva liberale (Brescia, La Scuola). Oltre ai due saggi di Iannello e Lottieri, il volume propone una serie di testi che spaziano dalla dichiarazione d’indipendenza di Thomas Jefferson al saggio di Hans-Hermann Hoppe «Centralizzazione e secessione».

La cosa più sorprendente, analizza Lottieri, è che il diritto di secessione si trova anche in filosofie politiche egalitarie come quella liberal americana e quella comunitaria. È con Allen Buchanan, spiega Lottieri, che nella prospettiva liberal si accetta la legittimazione del diritto di secessione, «quando il processo separatista è indispensabile a preservare la libertà dei membri di un certo gruppo, quand’è l’unica maniera per tutelare gruppi dominati e discriminati, quando vi sono culture e identità che possono preservarsi solo in tal modo. La preoccupazione di fondo resta quella che ispira tale filosofia politica: la tutela delle libertà fondamentali […] e la garanzia di una serie di diritti sociali, che implicano meccanismi ridistributivi caratteristici del welfare state». Lottieri analizza anche il pensiero “comunitarista”, di cui vale la pena di menzionareMurray Bookchin, uno dei più noti esponenti dell’anarchismo del secondo Novecento, che «ha sempre puntato a sganciare le città dallo Stato nella prospettiva di un autogoverno assembleare».

Infine, Lottieri analizza il concetto d’indipendenza nel pensiero dei filosofi libertari da Ludwig von Mises a Murray Rothbard. Con diversi accenti e prospettive, tutti questi autori concordano sul fatto che il riconoscimento illimitato del diritto di secessione assicurerebbe la nascita d’ordinamenti politici realmente fondati sul consenso degli abitanti, e sancirebbe la fine degli attuali Stati gerarchici, autoritari e illiberali.

Il grande successo economico delle città-Stato (come Singapore o Montecarlo), delle piccole realtà regionali (come i cantoni della Svizzera, il Lussemburgo o l’Estonia) e dei piccoli principati (come il Liechtenstein) dimostra che gli Stati nazionali di grandi dimensioni hanno fatto il loro tempo. Partendo dell’evoluzione in atto, conclude il filosofo bresciano, è sempre più chiaro che le istituzioni statali ereditate dall’età moderna sono costruzioni artificiali che negano le libertà fondamentali, e intralci quasi insuperabili per quanti vogliano offrire una prospettiva ai propri figli e nipoti.

Il ragionamento viene continuato nel saggio di Iannello, che anzitutto si sofferma sul concetto di nazione. Un’idea, questa, che i governanti degli Stati moderni hanno usato in modo perverso, col fine d’aumentare il dominio e l’appropriazione di risorse. «È la nazione che crea lo Stato — si chiede lo scienziato politico — oppure è lo Stato che crea la nazione?» «Ammettiamo — ipotizza Iannello — che l’Italia sia una nazione secondo alcuni criteri: discende da questo fatto la necessità dell’unità della forma-Stato? La nazione italiana una dev’essere Stato italiano uno?»

Il caso italiano, fa notare l’autore, è l’esempio perfetto di come una nazione che non esisteva ha creato uno Stato il cui compito è stato quello di creare una nazione. «Con la Grande Guerra, la prima prova di fuoco sostenuta dal giovane Stato italiano, l’Italia ebbe 630.000 morti, “liberò”/acquistò 650.000 italiani non parte del Regno e 700.000 non-italiani sulla cui volontà d’appartenere all’Italia nessuno disse mai una parola.» «Una proporzione 1 a 1 a 1, un morto per ogn’italiano “liberato” e per ogni straniero inglobato.» Ne valeva davvero la pena?

Il problema non è la nazione, bensì lo Stato, che fa nascere il nazionalismo: «Meno Stato significa togliere importanza alle rivendicazioni a carattere nazionalistico d’ogni tipo, dalle rivendicazioni territoriali a quelle di potenza; e porre il consenso degli individui alla base della nazione significa disinnescare ogni carica di nazionalismo».

 

Questo articolo è uscito su The Fielder (www.thefielder.net) nel maggio 2015.



Articolo  YESPODEMO: autodeterminazione del popolo Veneto 

Di Nicola Busin (del 13/03/2016 @ 23:44:39, in Veneto, linkato 547 volte)

Yes PODEMO: una associazione per l’autodeterminazione dei Veneti

di Nicola Busin

 

Nel suo saluto iniziale del Sindaco di Schio Valter Orsi ha evidenziato le sempre maggiori difficoltà a gestire il bilancio comunale dato che lo stato centrale prende tutto e lascia ben poco, addirittura incassa sempre più tasse locali creando seri problemi alle amministrazioni comunali per gestire le semplici incombenze e di fatto non consente investimenti strutturali. In pratica ci si alza ogni mattina con l’incubo che i burocrati romani del ministero delle finanze e dell’economia abbiano escogitato qualche nuovo espediente per raggranellare dalle amministrazioni locali altri soldi per lo stato.

All’intervento del sindaco di Schio è seguita la presentazione del convegno da parte di Ruggero Zigliotto, che è presidente di questa associazione Yespodemo, associazione di tipo culturale apartitica che ha appunto l’obiettivo di sensibilizzare non solo i politici ma tutti i Veneti di questa opportunità che poi diviene necessità legata all’autodeterminazione dei popoli, nel nostro caso del popolo Veneto. Nota Zigliotto la caratteristica particolare di questa associazione che sta proprio nel nome in cui è presente il classico YES inglese con un’idea internazionale, coniugato con il classico PODEMO in lingua Veneta, il SI POSSIAMO decidere il nostro futuro di Veneti. Evidenzia che la scelta della città di Schio per questo primo evento è legata alla presenza di una amministrazione comunale retta da una Lista Civica.

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Il primo relatore il prof. Andrea FAVARO, che ha fatto parte della commissione regionale istituita nel 2014 per predisporre la legge regionale n. 16/2014 per indire il referendum per l’indipendenza del popolo veneto, ha evidenziato il distinguo tra lo strumento del diritto e il fine della politica. Lo strumento fornisce i mezzi che la politica può scegliere di utilizzare. Ha sottolineato che nel diritto interno è ammessa almeno dal 2006 la più ampia libertà di espressione ai cittadini in ordine al loro parere circa l’opportunità, coerenza, giustificazione, di uno stato nazionale e anche circa la possibilità di esprimersi optando per un ordinamento diverso (e pure contrario) da quello oggi vigente. In secondo luogo, il diritto internazionale ha riconosciuto anche tramite pareri recenti della Corte Internazionale di Giustizia che l’autodeterminazione di un popolo non può essere negata dal diritto internazionale stesso e anzi deve da questo essere ritenuta garantita ed ha citato in particolare il recente caso del Kosovo. In pratica per Favaro Il referendum è sicuramente un istituto del diritto atto a far emergere una eventuale volontà espressa da una comunità. La Corte Costituzionale italiana che ha vietato il referendum per l’indipendenza del popolo Veneto ha fatto una scelta politica non tanto giuridica.

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Successivamente è intervenuto Luca Polo che è il rappresentante per il Veneto di ICEC, organizzazione europea, acronimo di “L’International Commission of European Citizens”, che è il coordinamento internazionale dei popoli senza stato d’Europa, con forma giuridica definitiva di ONG con sede a Bruxelles. L’intervento di Polo ha catturato in modo particolare l’interesse della platea. Polo ha evidenziato che il simbolo della ‘recente’ virata separatista intrapresa dalla Catalogna si concretizzò nel 2009, quando il piccolo comune di Arenys de Munt, nella provincia del capoluogo catalano, istituì un referendum non vincolante sulla propria autodeterminazione. Nonostante la consultazione non avesse alcuna valenza giuridica, ne nacque una forte polemica che però diventò virale e l’esempio della cittadina venne seguito, nei due anni successivi, da altre 554 realtà tra villaggi e grandi centri urbani, tra cui anche Barcellona.

Il presidente di API industria Flavio Lorenzin ha fatto il triste punto sulla situazione economica Veneta evidenziando in particolare la chiusura di circa 22.000 ditte dal 2009 ad oggi. Il sistema bancario e finanziario ha preferito salvare le aziende medie e grandi facendo in pratica ricadere sulle piccole tutto il carico della crisi. Gli iscritti di API industria non hanno certo paura dei cambiamenti perché ogni cambiamento offre nuove opportunità e l’idea dell’indipendenza per il Veneto può dare nuove opportunità al tessuto produttivo regionale.

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Il Presidente del Consiglio Regionale Roberto Ciambetti ricordando l’iter che ha portato all’approvazione della legge regionale per l’indipendenza del Veneto poi bocciata dalla Corte Costituzionale ha fatto presente che il rapporto tra il Consiglio Regionale e lo stato centrale è di base conflittuale in quanto anche recentemente il Parlamento italiano ha approvato leggi e norme a favore di un insensato accentramento del potere. A Parere di Ciambetti i funzionari ministeriali romani vedono la richiesta di indipendenza solo sotto un profilo economico in quanto Roma non potrebbe contare sui 20 miliardi offerti dai Veneti. Fa presente che la Regione sta valutando di ricorrere contro la sentenza della Corte Costituzionale: certo è, diciamo noi, che non appare una priorità dato che la sentenza porta la data del 28 aprile 2015.

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Il Consigliere regionale del M5S Simone Scarabel inizia il suo intervento precisando di parlare a titolo personale. Fa presente data la sua giovane età di 33 anni che sempre più giovani dovrebbero avvicinarsi alla politica considerato che il futuro non è dei settantenni. In questo caso dimentica che Renzi è diventato presidente del Consiglio a 39 anni, che la Boschi ha poco più di 30 anni e che certo la giovane età non è un requisito per fare buona politica. Si dichiara veneto, italiano e uomo internazionale perché è così che vanno i tempi moderni. Certo in Scarabel ha vinto l’idea di Massimo D’Azeglio “fatta l’Italia ora facciamo gli italiani” dimenticando che questa folle idea prevedeva l’annientamento degli splendidi popoli che vivevano nella penisola. Fortunatamente i popoli sono ancora vivi in particolare il popolo Veneto che sempre più si rende conto della barbarie perpetrata nei sui confronti. Scarabel forse dimentica che il veneziano Marco Polo non era italiano ma nonostante questo risulta ancor oggi uno degli uomini più internazionali che siano esistiti, internazionalità che è proprio nel DNA dei Veneti. L’italianità è del tutto inutile ed è di fatto una barbarie per i concetti prima espressi. Scarabel auspica come tutti nel suo partito la possibilità del voto elettronico cosi la popolazione potrebbe velocemente esprimersi su tante scelte.

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Tocca poi alla deputata del PD Simonetta Rubinato, incredibile eccezione all’interno del suo nazional partito. La Rubinato condivide la necessità di dare maggiore autonomia alle varie aree geografiche italiane, evidenzia che la sua scelta sul tipo di stato nato nell’800 sarebbe ricaduta sull’idea di Cattaneo con previsione di una federazione di stati anziché uno stato unitario “unico e indivisibile”. Purtroppo la Rubinato dimentica di dire che il suo nazional partito anche a livello regionale ha bocciato ogni richiesta di referendum sia per l’indipendenza sia per l’autonomia dei Veneti e che alla prova dei fatti vuole solo accentrare il potere a Roma. Forse converrebbe dire alla deputata che ha sbagliato partito o forse con un po’ di cattiveria che è la voce interna al partito per tenere calmi gli animi degli iscritti e simpatizzanti animati da simpatie indipendentiste.

 

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Il deputato Filippo Busin della Lega Nord condivide dalla sua cultura liberale l’idea di dare la possibilità ai popoli di decidere di quale governo dotarsi ed è quindi favorevole all’autodeterminazione del popolo Veneto. Da capire in questo caso come si muova il suo partito, con un segretario nazionale, Salvini, che desidera diventare il futuro presidente del Consiglio italiano, che va a dire a destra e a manca che qui l’Italia si salva tutta o non si salva nessuno. A dire il vero in più occasioni Salvini si è dichiarato favorevole al referendum per l’indipendenza del Veneto: chissà che da Presidente del Consiglio romano ce lo conceda, ma i dubbi sono legittimi. Aggiungiamo che in una recente intervista il nuovo segretario della Liga Veneta, Da Re, auspica un importante incarico nel governo romano di Luca Zaia: ma la questione Veneta dov’è andata a finire?


Antonio Guadagnini neo consigliere regionale e molto vicino all’associazione YesPodemo evidenzia che in fondo le parole autodeterminazione, indipendenza e autonomia sono dei sinonimi, è solo lo stato italiano che con le autonomie regionali concesse ad alcune regioni su varie questioni ha travisato il concetto iniziale. Ha fatto presente la dubbia attendibilità della frase inserita nella carta costituzionale “Italia una e indivisibile” ricordando come questo “dogma” sia già stato disatteso nella questione di Trieste. Sta di fatto che qui cominciano a sorgere dei dubbi, in verità parlare di autonomia e di indipendenza non è la stessa cosa. Guadagnini è stato eletto in una lista dal nome “Indipendenza noi Veneto” e non certo “Autonomia Noi Veneto” che suona in modo diverso: che sia la premessa per suonare un’altra musica?

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Bell’intervento del dr. Alessandro Mocellin, giovane ma con una forte passione per ridare dignità al popolo Veneto che da troppo tempo è considerato per gli aspetti negativi. Fa una carrellata dell’eccelsa storia della Serenissima Repubblica, terra di libertà e giustizia in un mondo comandato dalle monarchie. Richiama alcune eccellenze Venete a tutti i livelli in particolare culturale con la prima donna al mondo laureata, Elena Lucrezia Cornaro: era il 1678. Fa presente che il suo studio sulla grammatica della lingua Veneta, nonostante varie richieste alle università e a vari enti, sarà pubblicata a cura di un’università tedesca, per dire della sensibilità istituzionale alla lingua veneta.

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Infine con molto interesse e trepidazione è stato accolto l’intervento del prof. Carlo Lottieri, insigne docente universitario, scrittore, giornalista, fine pensatore che da sempre ha sposato la causa libertaria. Per Lottieri i Veneti hanno tutto il diritto di esprimersi con un referendum e di decidere il proprio futuro. Il libertarismo è ormai uno degli orientamenti fondamentali della filosofia politica contemporanea. Quanti si collocano entro questo filone di pensiero auspicano la creazione di un ordine politico libero da ogni coercizione.
La tesi libertaria è infatti che lo Stato è intrinsecamente illegittimo, dal momento che aggredisce i diritti dell’individuo imponendo tasse e norme di vita. Tassazione tra l’altro che vede i Veneti costretti a donare 20 miliardi l’anno a fini solidaristici ma di fatto incremento al parassitismo.
L’analisi di Carlo Lottieri evidenzia l’assurdità di uno stato che di fatto vieta la possibilità di referendum su questioni economiche ed internazionali. I cittadini dovrebbero avere molte più possibilità di esprimersi in varie occasioni e su tutti i temi, in pratica ora il potere non è nelle mani del popolo ma della casta. L’auspicio è quindi quello di continuare a lottare e questa associazione Yespodemo nasce con ottimi auspici perché va verso una richiesta di maggiore libertà.



Articolo  ITALIA UNA E INDIVISIBILE: UNA BARBARIE.  

Di Nicola Busin (del 05/03/2016 @ 22:56:58, in Indipendenza, linkato 620 volte)

ITALIA UNA E INDIVISIBILE: UNA BARBARIE.

di Nicola Busin

Nel settembre 2013 Edoardo Rubini pubblicava su Vivere Veneto un interessante e approfondito articolo: Italia, repubblica divisibile: i veneti decidano, in occasione della discussione in Consiglio Regionale della proposta per il referendum dell’indipendenza. Sappiamo bene che i consiglieri regionali Lega in testa, con il rifiuto ideologico dei piddini, poi approvarono questo referendum consultivo in ogni caso dirompente a livello nazionale. In pratica con un legge regionale si consentiva al “Popolo Veneto” di esprimersi sulla volontà o meno di restare uniti a questo stato italiano.