"Chiunque in Europa abbia occhi e orecchie aperte puo' spesso immaginare di essere in un folle manicomio socialista."

Erik von Kuehnelt-Leddihn

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Che basi ha il referendum autonomista lombardo?
Prosegue l'analisi di Alex Storti dei fondamenti e delle conseguenze del referendum autonomista lombardo
Il referendum lombardo è impugnabile?
Primo di una serie di quattro approfondimenti sul referendum autonomista lombardo
Il PD e il referendum autonomista lombardo
L'agenda della politica lombarda si riflette nel referendum autonomista
I falsi miti dell'indipendentismo etnonazionalista (seconda parte)
Prosegue l'analisi dei falsi miti dell'indipendentismo lombardo di matrice etnonazionalista
I falsi miti dell'indipendentismo etnonazionalista (prima parte)
Sulla natura e sulle prospettive dell'indipendentismo lombardo
Nel nome della Rosa, ancora!
Perchè è cosa buona e giusta che la Rosa Camuna diventi la bandiera ufficiale della Lombardia
La sfida "Intraprendente" di Marco Bassani
Anche Diritto di Voto rilancia il "concorso intraprendente"
Il Liechtenstein e lo stato come impresa: un nuovo paradigma dell'ordine?
Il particolarissimo caso della monarchia di Hans Adam II, fondata sul diritto di autodeterminazione e di secessione
Reati di opinione: perché si può criticare lo Stato italiano
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Libertà di sana e robusta secessione.
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Il misero referendum della Lombardia che spaventa Roma
Editoriale di Carlo Lottieri sugli scricchiolii del sentimento unitario peninsulare
Il plebiscito digitale veneto e noi
Perchè Diritto di Voto sostiene il referendum telematico del 16-21 marzo 2014
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Intervista a Fabrizio Cecchetti sul referendum d'autonomia lombardo
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Luca Schenato, un Veneto in Svizzera
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Conversazione con il Presidente di Indipendenza Veneta sugli sviluppi del percorso referendario veneto
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Dialogo su indipendenza, federalismo, Europa, Gianfranco Miglio, Veneto, Trieste
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Intervista al portavoce del Tea Party Italia Giacomo Zucco, a cura di Alex Storti
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In esclusiva per "Diritto di Voto": Intervista a Eva Klotz
Eva Klotz a tutto campo sulle questioni cruciali riguardanti il diritto di decidere
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2014: la prova del fuoco per la democrazia europea di fronte alle secessioni continentali
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Analisi di Alex Storti e rilancio di Vicent Partal in merito alla preadesione del Kosovo all'UE
2014, via da Roma o morte
2014, via da Roma o morte

Articolo  Riportiamo il governo a casa! 

Di Stefano Crippa (del 17/04/2015 @ 09:48:36, in Lombardia, linkato 184 volte)

Prima ancora che la campana della libertà risuonasse sui tetti di Filadelfia e nei cieli della Costa Atlantica, il 4 luglio del 1776, quando i rappresentanti delle tredici colonie inglesi nell’America del Nord, si sarebbero riuniti a congresso per esporre le ragioni che li obbligavano a sciogliere ogni vincolo con la madre patria, ilpensiero politico americano subì un’evoluzione dottrinale sempre più radicale.

Fino a poco prima del 1776, molti rappresentanti di quella che in seguito sarà chiamata la “generazione rivoluzionaria” tentarono, tramite petizioni, di far comprendere al governo inglese che il proprio dominio era garantito dalla figura del Re e che le colonie facevano parte dell’Impero su un piano di parità, in quanto dotate del pieno autogoverno (selfgovernment) sui propri affari.

In un certo senso, se si volesse riportare la storia in termini più moderni, ...

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Articolo  Perchè il referendum lombardo non è incostituzionale 

Di Alex Storti (del 16/04/2015 @ 11:48:06, in Lombardia, linkato 136 volte)

Nei due precedenti articoli qui e qui ] sulla natura giuridica del referendum autonomista lombardo, abbiamo analizzato il quadro normativo complessivo in cui si situa la Deliberazione del Consiglio Regionale 638 del 17 febbraio 2015. E' giunto adesso il momento di rispondere alle due principali questioni sollevate dall'atto approvato dai consiglieri lombardi: il referendum è incostituzionale? perchè è stata scelta la strada referendaria, pur non essendo contemplata dall'art. 116 della Costituzione italiana?

A quest'ultima domanda risponderemo con un ulteriore approfondimento nei prossimi giorni. Oggi ci limitiamo, per così dire, a rispondere al primo quesito: è dunque legittima l'indizione di una consultazione popolare lombarda sull'avvio di una trattativa con lo Stato italiano per ottenere maggiori poteri?
La risposta, a parere di chi scrive, è SÌ. Sì sotto tre distinti profili. Vediamoli.

In primo luogo, la scelta del Consiglio Regionale lombardo di consultare preventivamente la cittadinanza non contrasta con la procedura prevista dall'art.116 della Costituzione italiana. Se quest'ultima, sia nel citato art. 116 sia in altre sue parti, non vieta un referendum consultivo regionale, non si vede per quale motivo l'indizione dello stesso dovrebbe ritenersi incostituzionale. Non sta scritto infatti da nessuna parte, in sede di Costituzione italiana, che la non previsione di un possibile passo procedurale -quale è, ad esempio, un referendum consultivo regionale-, nell'ambito della più ampia procedura di cui all'art. 116, debba corrispondere ad un implicito divieto.

In secondo luogo, il referendum consultivo lombardo rispetta pienamente le norme statutarie e referendarie regionali, come abbiamo dimostrato nei precedenti articoli, testi di legge alla mano. E poiché sia lo Statuto sia la legge del 1983 sulle consultazioni popolari non sono stati oggetto di impugnativa per incostituzionalità al tempo della loro promulgazione, un referendum che sia conforme ad essi è da considerarsi automaticamente conforme anche alla Costituzione.

Infine, eccoci al terzo e piu importante dei profili di costituzionalità del referendum autonomista lombardo. ...

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Articolo  Che basi ha il referendum autonomista lombardo? 

Di Alex Storti (del 15/04/2015 @ 12:18:09, in Lombardia, linkato 210 volte)

In un precedente articolo abbiamo analizzato la natura della Deliberazione di Consiglio Regionale 638 del 17 febbraio scorso, con cui l'Assemblea del Pirellone ha indetto il referendum consultivo sull'autonomia differenziata per la Lombardia.
La richiesta di maggiori poteri si inserisce nel contesto dell'attuale art. 116 della Costituzione italiana, che prevede la possibilità, da parte di una Regione, di chiedere l'attribuzione di più competenze rispetto a quelle ordinarie già previste.
In questo articolo ci soffermeremo su quali siano le specifiche basi giuridiche lombarde del referendum autonomista;
domani spiegheremo, in un altro approfondimento, per quale motivo, a nostro giudizio, esso non sia incostituzionale.

Ricordiamo che il referendum è stato indetto in forma propedeutica dal Consiglio, in forza dell'art. 25, commi 1 e 2, della legge regionale 34 del 1983, che disciplina l'istituto referendario. In particolare, il primo comma afferma che

"Il Consiglio regionale, prima di procedere all'emanazione di provvedimenti di sua competenza, può deliberare l'indizione di referendum consultivi delle popolazioni interessate ai provvedimenti stessi".

Tale norma va letta in combinato disposto con i dettami dello Statuto Regionale della Lombardia. La legge fondamentale che regola la nostra comunità prevede infatti, all'art. 52, che

"Il Consiglio regionale, a maggioranza dei due terzi dei componenti, può deliberare l'indizione di referendum consultivi su questioni di interesse regionale, o su provvedimenti interessanti popolazioni determinate".

L'insieme delle due norme fa sì che il Consiglio, in relazione alla propria sfera di competenza, possa decidere di far supportare il proprio orientamento legislativo da una scelta popolare. In questo caso, lo strumento referendario non ha natura abrogativa, bensì consultiva e, in quanto tale, rafforzativa della sovranità del Consiglio. È come se ...

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Cosa c’è dietro il caso di Ischia? Cosa c’è dietro una classe dirigente meridionale spesso alle prese con inchieste di carattere penale? Cosa non va in questo mondo ingessato, che non offre ai giovani quelle opportunità che invece essi sanno spesso cogliere con facilità quando si spostano in Germania, in America o anche soltanto al Nord?
Sul “Corriere del Mezzogiorno” Nicola Rossi riespone una tesi difficile da confutare, e cioè che le difficoltà del Sud sono in primo luogo da ricondurre a una spesa pubblica abnorme e alla politicizzazione che ne discende. Cose simili, con Piercamillo Falasca, avevo sostenuto otto anni fa in un volume (Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno, edito da Rubbettino) in cui tra le altre cose si affermava che il Mezzogiorno può cambiare se è costretto a fare da sé e quindi ad allargare gli spazi del privato. Perché oggi la spesa pubblica meridionale è abnorme in quanto è in larga misura finanziata da altri.
Secondo le ricerche di Gian Angelo Bellati dell’Unioncamere veneta vi sono realtà come la Lombardia, l’Emilia e il Veneto che danno molto più di quanto non ricevano in servizi pubblici locali e nazionali. Nel quinquennio 2008-2013 la Lombardia ha perso circa 6.200 euro pro capite ogni anno, mentre emiliani e veneti circa 4,200 e 3,800 a testa. Questo significa che, in media, in un solo lustro una famiglia lombarda di cinque persone avrebbe visto scomparire 155 mila euro. In compenso ogni siciliano ha potuto contare su una spesa aggiuntiva di circa 2.900 euro all’anno, ogni molisano di circa 2.500 e ogni siciliano di circa 2.000.
Questa redistribuzione toglie ricchezza al Nord (regioni autonome a parte), ma soprattutto devasta il Sud, che dipende dalle decisioni di amministratori e burocrati. La spesa diventa a tal punto importante che ogni apparato pubblico si orienta sempre più a servire gli addetti e sempre meno il pubblico. Basti pensare al paradosso di costi per ospedali e servizi medici alle stelle, accompagnati da un massiccio “turismo sanitario” che obbliga tante famiglie del Sud a farsi curare altrove.
La crescita della spesa produce una progressiva centralità degli interessi di dipendenti e fornitori, e una marginalizzazione di utenti e pazienti. Non si spiegherebbero i dati abnormi sui lavoratori pubblici (la Sicilia ha cinque volte gli addetti della Lombardia) e anche quelle disparità degli oneri sopportati dalle amministrazioni. Il fatto che in Sicilia una siringa costi 10 centesimi in più che in Veneto non fa sì che la sanità siciliana sia migliore: è anzi vero il contrario. Il risultato è che  dieci anni fa (ma è difficile che i dati siano molto mutati) un euro di spesa pubblica in Calabria costava alla popolazione locale 0,27 euro e in Lombardia 2,45 euro.
Da tempo si propongono costi standard, ma è una soluzione dirigista, essenzialmente tecnocratica. È invece necessario avviare un processo di responsabilizzazione che obblighi ognuno a fare da sé. Le diverse comunità, specie al Sud, devono vivere dei soldi che i loro cittadini versano, mentre gli amministratori devono rispondere ai propri contribuenti dell’uso che fanno delle risorse tolte. Un Sud drogato dai trasferimenti e da una ricchezza prodotta altrove è un Sud che continuerà a selezionare una pessima classe dirigente, ma una vera autonomia (anche fiscale) di ogni città e regione comporta pure concorrenza tra sistemi e governi locali costretti a operare al meglio.
Capitali e imprese devono poter scegliere: devono sapere che stare la Basilicata può costare meno e magari anche offrire servizi migliori di quelli della Calabria, che Salerno non ha le medesime imposte di Napoli. Solo questa concorrenza tra amministrazioni che vivono del loro, e spendono solo quanto ottengono con tasse locali, può permettere di entrare in un circolo virtuoso.
Le cifre che descrivono il presente sono spietate e banali. La verità è che sono il frutto di un assistenzialismo che non si ha il coraggio di abbandonare. Quando questo avverrà sarà sempre troppo tardi.

Da “Il Foglio”, 9 aprile 2015.



Articolo  Il referendum lombardo è impugnabile? 

Di Alex Storti (del 12/04/2015 @ 18:24:20, in Lombardia, linkato 261 volte)

Il 7 aprile, l’agenzia di stampa regionale Lombardia Notizie riportava una nota del Presidente Maroni, riguardante la non impugnativa, da parte del Consiglio dei Ministri di Roma, della legge lombarda n.3 del 2015. Quest’ultimo è il provvedimento, elaborato dai consiglieri del Movimento 5 Stelle ed approvato dall’Assemblea del Pirellone lo scorso 17 febbraio, che introduce il voto elettronico per il referendum consultivo. “Non impugnativa” significa che il Governo Renzi non solleverà eccezioni di incostituzionalità in merito a tale recentissima legge.
Maroni ha commentato con queste parole la scelta del Governo italiano:

"Finalmente da Roma arriva una buona notizia. Ora subito al lavoro per individuare il sistema più efficiente, più sicuro e meno costoso per portare i Lombardi a votare il referendum sull'autonomia, con l'obiettivo di fare della Lombardia una Regione a Statuto speciale".

Questa dichiarazione è stata da alcuni interpretata come un via libera al referendum autonomista stesso. Altri, più prudentemente, si sono domandati se, per contro, la “legge” con cui il Consiglio Regionale ha approvato l’indizione della consultazione sull’autonomia rimanga, al momento, ancora impugnabile.

I termini per chiedere l'intervento della Corte Costituzionale sono fissati dall'art. 127 della Costituzione: dalla pubblicazione della legge regionale non devono passare più di sessanta giorni. Gli atti approvati dall'Assemblea del Pirellone, nella seduta di martedì 17 febbraio, sono stati pubblicati il successivo martedì 24, sui numeri 47 e 48 del Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia.
Quindi, stando al dettato costituzionale, mancherebbe ancora una decina di giorni abbondante per una possibile impugnazione governativa.

Ma di che atti stiamo parlando esattamente? ...

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Articolo  Mozione di Avanti a sostegno del referendum lombardo 

Di Admin (del 09/04/2015 @ 12:00:33, in Lombardia, linkato 174 volte)

Il 29 marzo scorso, nell'ambito del secondo laboratorio politico, organizzato a Gazzada Schianno (Varese), il Collettivo Avanti ha presentato un nuovo tassello, nella propria campagna di sostegno al referendum autonomista lombardo. Stefano Crippa e Claudio Franco hanno infatti predisposto, per l'occasione, un testo standard di mozione comunale, il cui obiettivo è dare supporto alla Deliberazione del Consiglio Regionale numero 638, adottata lo scorso 17 febbraio dall'aula del Pirellone.

La mozione ha un grande valore, sia in termini giuridici che politici. In relazione al primo aspetto, essa si propone come azione di complemento, da parte degli enti locali e ai sensi dell'attuale articolo 116 della Costituzione italiana, nella richiesta di maggiori poteri per la nostra Regione. Per quanto riguarda invece l'aspetto più prettamente politico, la mozione ha il grande pregio di non pretendere una presa di posizione in merito al quesito referendario, bensì esclusivamente in relazione al diritto di decidere da parte della popolazione. La mozione Crippa-Franco fa leva sui principi del civismo (azione partente dai comuni e non dai partiti), della democrazia diretta (valore del voto referendario) e della partecipazione (obiettivo stimolare dibattito e presa di coscienza popolare). Il tutto, partendo da un'impeccabile contestualizzazione giuridica, che inserisce la DCR 638 e la stessa mozione comunale in un quadro perfettamente compatibile con la costituzione italiana e con lo Statuto della Lombardia.

La mozione è già stata consegnata ai quattro sindaci presenti a Gazzada Schianno, ovvero la padrona di casa Cristina Bertuletti, Samuele Astuti di Malnate, Matteo Bianchi di Morazzone e Giorgio Ginelli di Jerago con Orago. Nei giorni successivi il testo è stato personalmente trasmesso a Gianmarco Corbetta, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, e a Fabrizio Cecchetti, vicepresidente del Consiglio Regionale. Prossimamente la mozione verrà inviata a tutti i sindaci lombardi, con un'accompagnatoria esplicativa.

Con questa iniziativa, il Collettivo Avanti intende affiancare la maggioranza referendaria regionale, delineando un percorso di progressiva autonomizzazione della Lombardia, imprescindibile per porre le basi politiche e giuridiche che potranno condurre all'emersione della nostra comunità quale Regione-Stato. Da quel momento in poi potranno aprirsi prospettive separatiste dichiarate ed effettive, a patto che la popolazione scelga di partecipare e non di delegare: senza ampio supporto della cittadinanza, nessun politico compirà mai passi tanto netti. Il lavoro, dunque, è complesso e di non breve durata, salvo improbabili e repentine implosioni dello stato italiano, le cui conseguenze potrebbero comunque non essere affatto favorevoli e gradevoli: lo spettro della sudamericanizzazione aleggia sempre. Quanto detto non preclude affatto la possibilità di propagandare, da subito, l'indipendenza, quale via di salvezza sicura e urgente. Resta il fatto che qualsiasi risultato intermedio, nel frattempo, va non soltanto acquisito, ma anche ricercato e rivendicato. Esattamente come fanno tutti gli indipendentisti seri in Europa. Quindi, per arrivare ad una sana e robusta secessione, cominciamo a prenderci da subito più autonomia e più Lombardia. Riportiamo il Governo a casa. (Alex Storti)

*   *   *

Mozione Comunale

Oggetto: SOSTEGNO AL REFERENDUM D’AUTONOMIA

Tenuto conto che

Il Consiglio Regionale con 58 voti a favore e 20 contrari (in ossequio alle richieste dell’articolo 52, primo comma, dello Statuto d’Autonomia della Lombardia) ha votato la Deliberazione del Consiglio Regionale 17 febbraio 2015 - n. X/638 avente ad oggetto “l’Indizione di referendum consultivo concernente l’iniziativa per l’attribuzione a Regione Lombardia di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”

Il  D.C.R. 17 febbraio 2015 - n. X/638 delibera

di indire referendum consultivo ai sensi degli articoli 25 e seguenti della legge regionale 34/1983, rivolto alla popolazione iscritta nelle liste elettorali dei comuni della Regione Lombardia per l’espressione del voto sul seguente quesito:

«Volete voi che la Regione Lombardia ...

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Articolo  Il coraggio di chi si batte per l’indipendenza della Savoia 

Di Carlo Lottieri (del 08/04/2015 @ 22:47:43, in Savoia, linkato 184 volte)

Dopo due mesi e mezzo di arresto, finalmente il 7 aprile è uscito di prigione Fabrice Dugerdil, figura di punta del movimento indipendentista della Savoia. Era in prigione dal 28 gennaio scorso per scontare una pena di tre mesi a seguito di denunce connesse a targhe di immatricolazione non conformi alle norme europee e per non avere presentato una carta d’identità. Questo è stato sufficiente per condannare Dugerdil alla reclusione, che egli avrebbe potuto evitare se avesse accettato di pagare 3.600 euro di penale. Ma il combattente per l’indipendenza della Savoia ha scelto la via del carcere: “preferisco andare in prigione piuttosto che dare soldi allo Stato francese. Non voglio diventare schiavo della Francia”.
C’è qualcosa di formidabilmente romantico in questa vicenda, che ha visto l’indipendentista della Savoia condurre anche uno sciopero della fame e della sete. Ma la battaglia è solo ai suoi primi passi, perché l’ex-galeotto ora vuole mostrare al mondo quanto la Francia sia illiberale e quanto sia indifendibile la sua pretesa di controllare la Savoia, che Parigi ottenne dal Regno di Sardegna in cambio del sostegno che diede in occasione delle guerre di conquiste sabaude.
Ora la battaglia continua in forma legale, ma a Parigi ormai sanno che non tutti sono pronti a chinare la testa.
 



Articolo  Bandiera lombarda: il comunicato del Collettivo Avanti 

Di Admin (del 03/04/2015 @ 13:29:13, in Lombardia, linkato 232 volte)

Dopo la presentazione della Proposta di Legge 243, inerente l'adozione di una bandiera ufficiale per la Lombardia, la Commissione Affari Istituzionali del Consiglio Regionale si è riunita, mercoledì 1° aprile, per avviare l'esame del testo. La Commissione ha stabilito l’istituzione di un Gruppo di lavoro. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, il Presidente Roberto Maroni si era espresso sul tema, manifestando la propria preferenza per l'attuale vessillo. Qui di seguito rilanciamo il comunicato emesso dal Collettivo Avanti all'indomani della decisione della Commissione.

*   *   *

Una bandiera per la Lombardia?

La Lombardia ha una bandiera propria? Sì. E’ la Rosa Camuna bianca su campo verde che sventola dalla facciata di ogni Comune della nostra Regione. E’ la stessa Rosa che decora le maglie delle nostre Rappresentative sportive. Quella Rosa che sempre più nostri concittadini espongono in manifestazioni, fotografie, iniziative di ogni sorta.

Perchè, allora, si sta discutendo, in Consiglio Regionale, di una bandiera per la Lombardia? O, addirittura, di una bandiera “nuova”?

Una premessa chiarificatrice: si discute della bandiera perchè, innanzitutto, la Regione Lombardia non ha “formalmente” adottato alcun vessillo. Dal punto di vista burocratico, se vogliamo vederla in questi termini, la bandiera che abbiamo descritto sopra è una bandiera de facto. In tal senso, la sua adozione ufficiale con legge regionale sarebbe una semplice e, nondimeno, benvenuta presa d’atto della realtà.

Ma si discute anche della bandiera perchè, secondo alcune forze sociali e politiche, essa andrebbe cambiata. Molteplici sono state le proposte volte a superare o, comunque, a modificare la Rosa Camuna. Ultima in ordine di tempo, la Proposta di Legge 243, che chiede l’adozione di un vessillo composito, formato per circa un terzo dalla croce rossa in campo bianco milanese e per due terzi dalla stessa Rosa Camuna.

Fatte queste premesse, veniamo al nostro giudizio su tali proposte. ...

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Articolo  Avanti con la costruzione del nuovo indipendentismo lombardo 

Di Admin (del 27/03/2015 @ 11:57:53, in Lombardia, linkato 190 volte)

Rilanciamo per i nostri lettori un altro articolo di Claudio Franco, del Collettivo Avanti, sul nuovo indipendentismo lombardo e sulla sua influenza sull'agenda politica regionale. Buona lettura.

*   *   *

Ho letto l’interessante e puntuale editoriale di Claudio Bollentini [vedi link in calce ad articolo, n.d.r.], condividendone l’impostazione generale. E’ vero: Milano è “una signora esigente”, difficile da conquistare, specie se in mancanza di una visione adeguata. Essa non tollera di essere un ripiego e non merita ricette lepeniste.

Per una delle capitali d’Europa e del Mondo, Salvini dovrà presentare non solo un programma elettorale, ma un’idea di Milano che sia adeguata alle sue esigenze, al suo territorio e alla sua economia. L’editoriale è chiarissimo in merito. Serve una visione del futuro.

Proprio per questo motivo, non posso condividere l’inciso dedicato al mondo autonomista e indipendentista, che elettoralmente mancherebbe di “ciccia” e che si occuperebbe di “orpelli e soprammobili”. Con ciò intendendo tematiche come il referendum d’autonomia o la questione della bandiera. Se sui numeri (innegabilmente scarsi, per ora) siamo tutti d’accordo, almeno sulle tematiche e sulla visione, vorrei dissentire.

Negli ultimi mesi, l’autonomismo e l’indipendentismo lombardi hanno conosciuto un grande rinnovamento, incentrato su un nuovo progetto e su un nuovo modo di porsi. Archiviato il padanismo, andava archiviata (politicamente) una [...la lettura prosegue su La Bissa]



Articolo  Si consolida il fronte referendario in Lombardia 

Di Admin (del 26/03/2015 @ 20:58:43, in Lombardia, linkato 158 volte)

Rilanciamo per i nostri lettori l'articolo che Claudio Franco, del Collettivo Avanti, ha dedicato all'alleanza referendaria autonomista lombarda, emersa dal voto dello scorso 17 febbraio al Pirellone e riconfermata nel dibattito pubblico svoltosi recentemente a Monza. Buona lettura.

*   *   *

Quali effetti avrà, per la Lombardia, il referendum autonomista votato un mese fa dalla Regione? La domanda se la sono posta il presidente Maroni e cinque consiglieri regionali, in un recente incontro pubblico a Monza. Romeo (Lega), Galli (Lista Maroni), Carugo (Ncd) per la maggioranza, Brambilla (Pd) e Corbetta (M5S) per l’opposizione. Quasi fosse un canovaccio già scritto, ognuno ha sostanzialmente confermato le posizioni esposte in Consiglio Regionale, raccogliendo dalla sala boati di approvazione in caso di favore al referendum e assordanti fischi in caso di contrarietà (stiamo parlando in particolare del Pd, rappresentato dal capogruppo Enrico Brambilla).

Non sono però mancate due interessanti novità, non soltanto in vista del voto, ma addirittura per lo stesso quadro politico lombardo e peninsulare. Da un lato [...la lettura prosegue su L'intraprendente]



Articolo  I falsi miti dell'indipendentismo etnonazionalista (terza ed ultima parte) 

Di Alex Storti (del 25/03/2015 @ 11:26:12, in Indipendenza, linkato 198 volte)

[dopo la prima e la seconda parte di questo trittico, prosegue l'analisi, da parte di Alex Storti, dei "falsi miti" che hanno finora relegato l'indipendentismo lombardo in una sorta di ghetto ideologico e comunicativo; falsi miti che però, è bene ricordarlo, il nuovo indipendentismo lombardo non-etnonazionalista si propone di superare]

*   *   *

Il falso mito della Regione quale "semplice ente amministrativo italiano"

È vero che la Regione Lombardia, in quanto ente amministrativo italiano, non può autodeterminarsi? No, è falso.

Il fatto che una Regione sia tale per il diritto costituzionale e amministrativo dello stato di appartenenza, non impedisce che essa cambi la propria natura istituzionale -cioè il proprio status giuridico-, finanche a secedere e a trasformarsi, in tal modo, in una Repubblica indipendente.

Gli etnonazionalisti sostengono che ciò non sarebbe possibile, in quanto i destini della Regione Lombardia dipenderebbero esclusivamente dall'ordinamento "interno" italiano. Se così fosse, anche i destini di ogni singolo cittadino lombardo dipenderebbero, in modo analogo e in via esclusiva, dai voleri di Roma: non a caso, il famigerato articolo 5 della Costituzione -quello sull'"indivisibilità" della Repubblica italiana- non fa distinzioni fra regioni, province, comuni, proprietà individuali. E nemmeno fra "comunità storiche", "nazioni senza stato", "popoli" (inclusi il sardo e il veneto, con buona pace di quegli indipendentisti isolani e marciani che ritengono di appartenere alle sole comunità peninsulari cui si potrebbe applicare il principio di autodeterminazione, essendo stati ratificati dalla legge italiana i rispettivi statuti regionali, al cui interno si parla, per l'appunto, di "popolo" veneto e sardo...)

In altri termini, se la sovranità costituzionale, e quindi anche amministrativa, esercitata dallo stato italiano, vale per le Regioni, essa vale anche per qualsiasi altro insieme di abitanti e per qualsiasi altra porzione di territorio della Repubblica. Per ciò stesso, così come ogni indipendentista ritiene di poter secedere superando, in un modo o in un altro, il limite dell'art. 5, egualmente tale possibilità vale per la nostra Regione. Anche se adesso siamo cittadini di un "ente amministrativo italiano", possiamo benissimo trasformare tale ente in un'istituzione sempre più sganciata dai vincoli giuridici italiani. Fino alla secessione. Da ente italiano ad entità indipendente. Il passaggio è possibile.

Del resto ciò vale per tantissime "Regioni" sparse per il Continente, a cominciare dalla Catalogna, che non ha giurisdizione su tutti i territori storicamente catalani. Ciò non impedisce alla Generalitat, guidata dal presidente Mas, così come alle formazioni politiche e sociali sobiraniste -a cominciare dalla etnonazionalista ERC- di rivendicare il pieno diritto naturale dell'attuale Comunità autonoma spagnola denominata Catalogna di autodeterminarsi.

Qualcuno, commentando polemicamente un mio pezzo di qualche settimana fa, ha scritto che ...

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Articolo  L'intento di Madrid? Soffocare la Catalogna 

Di Paolo Amighetti (del 24/03/2015 @ 21:03:56, in Catalogna, linkato 271 volte)

articolo di Suso de Toro
(Link all'articolo originale: http://m.ara.cat/en/Catalonia-Defeated_0_1325867490.html)

Non prendono in giro nessuno, e in fondo neppure se lo propongono: l'obiettivo di quasi tutte le forze politiche spagnole, parlamentari e non, è la sconfitta della Catalogna; e in questa guerra di nervi, negarlo fa solo parte della strategia. Sfumata ogni speranza di dialogo democratico, la società catalana è posta dinanzi alla concezione della politica come una guerra condotta con altri mezzi. D'altronde il tradizionale clima politico-culturale spagnolo, dominato dal militarismo, ben si adatta a Carl Schmitt.

La Catalogna capitolerà per soffocamento e ciò deve avvenire al massimo entro un anno: "Tra un anno, le acque si saranno calmate" ha dichiarato il presidente del governo spagnolo, riferendosi proprio alla Catalogna, qualche giorno fa. Naturalmente non ha lasciato intendere che ci siano negoziazioni in corso: voleva piuttosto dire che il processo separatista catalano sarà, alla lunga, schiacciato. Ma tale risultato non dipenderà dall'azione di un unico partito politico, o dal solo governo: è chiaro che il Partito popolare è sostenuto dalla complicità e dalla collaborazione di estesi gruppi d'interesse.

L'ultimo biennio, segnato dalle iniziative catalane, dalla crisi economica e dalla successione al trono, ha molto spaventato il Palazzo. Ma la reazione non si è fatta attendere: i padroni del vapore (poteri economici, l'indice della borsa di Madrid IBEX, e i due massimi partiti nazionali, cioè i popolari e i socialisti) si sono affrettati a stipulare ampie intese a difesa degli interessi-chiave dello Stato: stringendo un vero patto d'acciaio contro il catalanismo e contro le richieste di sovranità limpidamente espresse dalla società catalana nel suo insieme. Anche i partiti minori, chi più chi meno, condividono la strategia di Madrid, e nessuno di loro la denuncerà dinanzi all'elettorato.

Senza un tale accordo, come spiegare il silenzio bipartisan di governo ed opposizione sul conflitto politico tra  Spagna e Catalogna? Dopotutto si tratta della questione più scottante sul tavolo. Né si può credere che, dato che siamo alle soglie delle elezioni, questo mutismo sia dettato da ragioni di cautela politica: sarebbe totalmente irresponsabile ignorare un tema di questa importanza per un puro calcolo elettorale. In realtà, le leadership dei maggiori partiti sono d'accordo su un punto: le rivendicazioni catalane non devono trovare riscontro. Meglio che soffochino in Catalogna.

Il tentativo di Zapatero di rinegoziazione dello status della Catalogna nell'ambito dello stato nazionale spagnolo ha dimostrato chiaramente come questo Stato non sia di tutti, e ha smascherato chi vi detiene ed esercita senza vergogna il monopolio esclusivo. La proposta di Zapatero ha incontrato l'opposizione dei popolari, di buona parte dei socialisti, e dei gruppi d'interesse economico, mediatico, politico ben piantati nella capitale. Il ruolo dei media, e nello specifico di quelli madrileni, andrebbe analizzato e denunciato pubblicamente. La Catalogna non si sta battendo contro una "Spagna" astratta, ma con un centro specifico ed estremamente potente, padrone dello Stato: Madrid.

E Madrid ha già usato e userà tutti i mezzi di cui dispone lo Stato, legali ed illegali, per stroncare i suoi nemici. Una polizia politica segreta è incaricata di tener d'occhio e perseguire personalità catalane di spicco: artisti, calciatori, politici. Nulla succede per caso. Prendete Jordi Pujol: le irregolarità, le manovre che coinvolgevano la sua famiglia sono sempre state note ai governi spagnoli fintantoché Madrid ha avuto interesse a tirarle fuori: il governo stesso che le denunciò era corrotto. Mise in luce quel che già c'era, intendiamoci, ma se non ci fosse stato nulla da esibire avrebbe inventato qualcosa, come è successo col sindaco di Barcellona. Non c'è che da aspettare cos'altro faranno saltar fuori nelle prossime settimane.

All'impiego della polizia come strumento strategico nella battaglia politica -il che fa accapponare la pelle, in un'Europa che non fa che vantarsi delle sue istituzioni democratiche- si è accompagnato un uso indiscriminato del Ministero della giustizia. "Abbiamo i voti per espellere il giudice catalano" ha dichiarato un artefice di maggioranze nelle corti di Madrid, riferendosi al giudice Santiago Vidal. Per quanto riguarda la Corte costituzionale, d'altronde, i popolari l'hanno presa d'assalto da parecchio. Questa è la giustizia spagnola, se per caso i catalani non l'avessero già capito. Lo Stato spagnolo marcia contro le istituzioni catalane: l'ideologia di Stato non è mai stata tanto sfacciata.

Ai catalani, e nessuno ne fa mistero, la Spagna dirà sempre: "Non voglio che l'Andalusia sia governata dalla Catalogna, non voglio che governi un partito chiamato Ciutadans, un partito il cui presidente si chiami Albert". A questo si riferiva, forse, il signor Francesc de Carreras, quando negò l'esistenza di un nazionalismo spagnolo: intendeva dire che quella spagnola è autentica xenofobia. Esistono ancora politici fieri di definirsi "nazionalisti". "L'altro giorno un indipendentista catalano mi ha detto: lei è un nazionalista spagnolo! E io: certamente!". L'ha detto il candidato sindaco socialista di Madrid, che ha poi affermato: "In questo momento, loro vogliono distruggere il Paese... Ma prometto che farò tutto il possibile per evitare, giorno per giorno, la dissoluzione. Se per gli anti-spagnoli la nostra nazione è in via di disgregazione, vi assicuro che m'impegnerò per arrestarla". Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la destra né con la sinistra, e neppure con il disinteresse per i due schieramenti, dato che un leader del partito Podemos ha tirato in ballo Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia per giustificare il suo "no" al diritto dei catalani a decidere del proprio futuro. Il punto cruciale è che il nazionalismo spagnolo è vivo: gli "anti-spagnoli" dovrebbero spalleggiarsi l'un l'altro.

Con scetticismo, ma certamente in buona fede, qualcuno (non molti, in verità) ha cercato di verificare se l'attuale costituzione preveda il riconoscimento e la soddisfazione delle richieste delle nazioni senza Stato. Una via costituzionale sembrava la più indolore e lineare; ma gli ultimi cinque-sei anni hanno dimostrato che è del tutto impraticabile. Attualmente non son credibili neppure le opzioni federaliste o di vaga riforma della stessa costituzione: ed è un peccato che si sia giunti a questo punto morto. Non è chiaro, comunque, se la Catalogna abbia la forza di mettere in piedi un suo Stato. Chiunque non voglia illudersi sa benissimo che Madrid intende spezzar la schiena alla Catalogna. Sembra che la capitale intimi a Barcellona la resa senza condizioni. Temo sia un grave errore, ora, chinare il capo al cospetto chi si comporta a tutti gli effetti come un nemico: non c'è stato dialogo fino ad oggi, non ci sarà pietà domani. Guai ai vinti.

I catalani stanno passando un periodo duro; ciascuno lo affronta individualmente, non senza profondo coinvolgimento emotivo. In ballo c'è il destino di una nazione, e quindi quello personale di ognuno. Ma chiunque pensi che un partito spagnolo -uno qualunque!- riconoscerà la Catalogna e i catalani deve spiegare su quali basi lo ritenga possibile, a giustificazione della resa catalana. Eppure, ciò facendo, si troverebbe a dover negare quel che Madrid non fa che affermare molto chiaramente.

Arrendersi -la carta d'identità tra i denti, le mani in alto- non salverà nessuno: indebolirà soltanto la posizione della nazione nel suo complesso. Madrid vuole piegare la Catalogna. Un conflitto politico combattuto coi mezzi della guerra, come quello che si svolge ora sotto i nostri occhi, può aver tre esiti: la vittoria di una parte, la vittoria dell'altra o l'armistizio concordato di entrambi i contendenti. La resa equivale alla disfatta. Tanto per vincere, quanto per arrivare a trattare un cessate il fuoco serve forza. Madrid, la sua la sta impiegando tutta, e non ha bisogno di sostegno ulteriore. La Catalogna può fare affidamento soltanto sui suoi cittadini: perciò servirà l'aiuto di tutti.



Articolo  Domenica 29 Marzo: secondo laboratorio politico di Avanti 

Di Admin (del 21/03/2015 @ 16:50:09, in Lombardia, linkato 186 volte)

Domenica prossima, 29 marzo, presso la sala consiliare di Gazzada Schianno, nel Varesotto, si svolgerà il secondo laboratorio politico organizzato dal Collettivo Avanti (qui il comunicato ufficiale). Al centro dell'incontro i temi del residuo fiscale e dell'autonomia lombarda, con un particolare occhio di riguardo al rapporto fra tassazione comunale e territorio, cittadini, imprese. Si tratta di una questione cruciale per capire e affrontare il disastro compiuto dalla falsa federalizzazione che lo stato italiano ci ha regalato, nell'ultimo quarto di secolo.

A tal proposito riportiamo, come assaggio per i nostri lettori, un brano tratto dal manifesto separatista "Il sogno di una cosa", prodotto dal Collettivo Avanti nell'ormai lontano 2008, all'alba della crisi economica. Sembra passato un secolo, se non fosse che le stesse verità nascoste, illustrate su quelle pagine, sono andate ulteriormente disvelandosi, come dimostra, soltanto per citare l'ultimo esempio in ordine di tempo, il recentissimo rapporto di Assolombarda su tassazione locale e sistema economico nel cuore produttivo della nostra Regione. 

*   *   *

[...] da quasi vent'anni si discute di riformare l'Italia in senso federale, senza che si sia arrivati, però, ad alcun risultato concreto. Anzi, se possibile, la classe politica italiana è riuscita in un capolavoro di cinismo: ha dato vita ad un processo di federalizzazione molto parziale e, purtroppo, falsa, inventando nuove tasse locali aggiuntive rispetto a quelle nazionali, e obbligando le Regioni e gli altri enti territoriali a contribuire al diluvio di novità normative.
Se la parziale federalizzazione sin qui attuata fosse stata sincera e votata al buongoverno, il livello generale della tassazione sarebbe dovuto rimanere sostanzialmente invariato. Infatti, attribuendo nuove funzioni agli enti locali e, pertanto, nuove tasse, appunto locali, per svolgere quelle funzioni, lo Stato centrale, di converso, avrebbe dovuto ridurre in proporzione i propri tributi. E invece no. Invece lo Stato italiano è riuscito nel capolavoro malvagio di ...

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Articolo  Fabrizio Cecchetti sul PD e il referendum lombardo 

Di Admin (del 21/03/2015 @ 12:55:03, in Lombardia, linkato 182 volte)

Negli scorsi giorni Alex Storti e Carlo Lottieri  sono intervenuti sulle prese di posizione del PD rispetto al referendum autonomista lombardo, approvato dal Consiglio Regionale nella seduta del 17 febbraio. Proponiamo oggi ai nostri lettori i due comunicati che Fabrizio Cecchetti, Vicepresidente del Consiglio Regionale della Lombardia, ha rilasciato in merito alla questione.

*   *   *

AUTONOMIA, VICEPRESIDENTE CECCHETTI: “IL PD TEME IL VOTO DEI LOMBARDI”
(OMNIMILANO) Milano, 13 MAR - “La proposta di aprire subito una trattativa tra Stato e Regione sull’autonomia senza passare dal referendum è solo un tranello del Pd per evitare di dare la parola al popolo e mantenere lo status quo.”

E’ quanto dichiara il Vicepresidente del Consiglio regionale Fabrizio Cecchetti in merito alla richiesta del Pd, accolta dal Governo, di aprire subito una trattativa tra Governo e Regione Lombardia sul Federalismo differenziato.

“Come possiamo fidarci del Pd di Renzi – aggiunge Cecchetti - che taglia quasi un miliardo di euro di trasferimenti alla Lombardia, impugna le nostre leggi regionali, deride i nostri simboli e non paga i debiti di oltre 100 milioni per le prestazioni sanitarie erogate dai nostri ospedali ai clandestini? Non ci faremo fregare. Vogliamo trattare con Roma mettendo sul tavolo il peso del voto di milioni di lombardi, così il Governo dovrà prendersi le sue responsabilità prima di negare l’Autonomia alla nostra Regione.”
“E’ triste - conclude Cecchetti - vedere esponenti del Pd lombardo battersi con tanto ardore contro il referendum. Hanno paura di dare la parola al popolo e sembrano i nuovi fascisti. Ma i cittadini lombardi sapranno scegliere tra chi ha a cuore il bene di questa terra e chi invece agisce solo per conto del Governo centrale”


REFERENDUM AUTONOMIA, FABRIZIO CECCHETTI: “PRIMA DI DIALOGARE RENZI RESTITUISCA I SOLDI SOTTRATTI AI LOMBARDI”
Milano, 18 marzo – “Sull’autonomia della Lombardia noi continuiamo a ritenere che sia fondamentale dar voce al popolo, soprattutto in un Paese che sta dimenticando il valore del consenso reale. Comunque se il Governo è disponibile a dialogare per via interistituzionale per nuove e ulteriori forme di devolution, noi siamo pronti.
Renzi, però, si presenti al tavolo con un assegno per ripagare i lombardi del miliardo di euro che ci ha appena tagliato in sanità e trasporti e dei 100 milioni che la Lombardia ha anticipato per le cure dei clandestini. Altrimenti si tratta dell’ennesimo bluff e a questo incontro al buio il governatore Maroni e il presidente del Consiglio Cattaneo farebbero bene a non partecipare”.

Così il Vicepresidente del Consiglio Fabrizio Cecchetti (Lega Nord) sulla comunicazione del sottosegretario a Palazzo Chigi, Gianclaudio Bressa, in merito alla disponibilità del Governo a incontrare regione Lombardia per avviare un percorso di autonomia in base all’articolo 116 III Comma della Costituzione.

“Ricordo – conclude Cecchetti – che nel 2015 Renzi ha scippato 948 milioni alla Lombardia, 107 milioni ai Comuni e 200 alle Province: se queste sono le premesse per concedere più autonomia, forse è meglio tirare dritti sulla strada del referendum”.



Articolo  Ma Zaia crede davvero nel diritto all’autodeterminazione? 

Di Carlo Lottieri (del 18/03/2015 @ 18:29:33, in Veneto, linkato 425 volte)

Esistono buone probabilità che alla fine Luca Zaia sia in grado di vincere la battaglia per il controllo della regione Veneto. Non sarà facile, e non lo è mai, dal momento che ogni campagna elettorale fa a sé e il distacco dalla politica, anche in Veneto, è ormai significativo. Per giunta, l’area moderata e di centro – un tempo solidamente presidiata da Forza Italia – sente ora molto forte il richiamo di Matteo Renzi e ancor di più è spinta verso l’astensione.
La vera domanda, però, è quale presidente sarà Zaia una volta insediatosi di nuovo alla guida dell’istituzione regionale. È questo, infatti, che molti in Veneto si domandano, dinanzi a una crisi che è sempre più forte e che vede un’economia già molto florida che ormai è segnata da ampie sacche di disagio e da una crescente disoccupazione.
Se Zaia si presenterà semplicemente per confermare il precedente quinquennio, molto difficilmente saprà suscitare entusiasmo in campagna elettorale e offrire una speranza di rinascita quando i voti saranno stati espressi e le poltrone riassegnate. L’istituzione regionale veneta, se resta all’interno dello Stato italiano, non è in grado di offrire una riduzione delle imposte accompagnata da un taglio delle spese, e di conseguenza non è in condizione di creare le premesse per un futuro diverso dei veneti. Non c’è una soluzione possibile del dramma del Veneto senza un Veneto indipendente e fuori dall'Italia.
Altra cosa è se Zaia vorrà puntare davvero (o sarà costretto a farlo…) sulla questione del diritto di ogni comunità ad autodeterminarsi. Il precedente consiglio regionale ha votato una legge che convoca la popolazione veneta in un referendum consultivo sul tema dell’indipendenza. Questa legge sarà probabilmente giudicata incostituzionale (per ragioni politiche) a Roma, nelle prossime settimane, ma se Zaia sposerà il diritto fondamentale di ogni popolo a gestire liberamente il proprio futuro e se rivendicherà il “diritto di voto” dei veneti – aprendo di fatto un contenzioso con le istituzioni italiane – otterrà due grandi risultati.
In primo luogo, egemonizzerà il dibattito politico e metterà in difficoltà gli avversari. I candidati del Pd o del M5S possono anche essere favorevoli all’Italia unita, ma non sono in grado di negare ai veneti il diritto di votare. Un tempo si poteva immaginare una società totalmente diretta dall’alto, ma oggi è difficile che proprio quanti si legittimano con il voto possano impedire alla popolazione di esprimersi e decidere.
In secondo luogo, parlare di indipendenza significa porre sul piatto la questione cruciale. Non soltanto in ragione dei venti miliardi di residuo fiscale (la differenza tra quanto i veneti pagano e l’insieme dei beni e servizi, locali e nazionali, che ricevono dallo Stato italiano), ma anche perché un Veneto che vedesse dinanzi a sé la prospettiva di un pieno autogoverno sarebbe un Veneto in grado di definire una propria strategia di crescita: sotto ogni profilo.
Un dato ormai è chiaro: le piccole comunità politiche, se integrate in una vasta economia aperta, sono assai meglio in grado di gestirsi, dando servizi migliori e a prezzi inferiori.  E comunità piccole sono anche costrette a competere, farsi attrattive, eliminare sprechi e disfunzioni.
Il modo in cui Zaia ha giocato fino a ora quale presidente della regione Veneto ha profondamente scontentato quanti ritengono che ogni comunità abbia il diritto di prendere in mano il proprio destino. A questo punto, l’augurio è che ora vi sia chi lo “costringe” a cambiare marcia e mutare direzione. In altre parole, solo se nell'assemblea regionale vi sarà – in maggioranza e/o all’opposizione – un folto numero di persone che crede nel “diritto di voto”, solo in questo caso è legittimo nutrire speranze e impegnarsi perché si traducano in realtà. Diversamente, tra Zaia e qualunque altro non vi sarà una grande differenza.
 



Articolo  Perché Tosi, nei fatti, sta aiutando l'indipendentismo veneto 

Di Carlo Lottieri (del 16/03/2015 @ 12:42:19, in Veneto, linkato 834 volte)

L’affaire Tosi ha suscitato molti commenti, ma mi pare che pochi abbiano colto tre elementi, che pure sono di fondamentali importanza.
Innanzi tutto, l’uscita dalla Lega Nord salviniana del sindaco veronese realizza il paradosso di rendere la Liga Veneta un po’ meno salviniana di prima. Intendo dire che da sempre attorno a Tosi, in Veneto, si era coagulata soprattutto quella parte della Lega che più era interessata a inseguire logiche nazionali e meno motivata – in particolare – a sostenere la battaglia del “diritto di voto”.
Oggi Salvini ha un progetto di egemonia in Italia e, di conseguenza, non è molto sensibile alle rivendicazioni indipendentiste. Eppure è entrato in confitto con Tosi, per ragioni lontane da ogni dibattito ideologico e da ogni strategia politica, e in sostanza l’ha messo fuori. Ma il risultato è che una Liga senza Tosi e senza i suoi può essere ben più disposta a dare battaglia quando, con grande probabilità, la Consulta boccerà la legge regionale veneta che ha indetto il referendum consultivo sull’indipendenza.
Oltre a ciò, la Lega adesso appare più debole, anche in Veneto. In altre parole, se prima Luca Zaia poteva considerare quanto mai probabile la sua riconferma alla guida della regione e poteva snobbare Indipendenza Veneta e gli altri gruppi che si battono per l’autodeterminazione, ora lo scenario è cambiato. Il presidente uscente adesso ha bisogno di tutto e di tutti, e quindi dovrà anche darsi un programma di governo che parli un po’ meno di strade e scuole e ponga al centro la richiesta dei veneti di decidere sul loro futuro.
Non bastasse ciò, Tosi e i suoi post-leghisti abbandonano Salvini e immaginano ormai alleanze con Corrado Passera e Angelino Alfano nell’imminenza di elezioni, il 31 maggio, che saranno precedute da due dati pesanti.
Il 25 aprile in piazza San Marco vi sarà – è facile prevederlo – una grande adunata di gonfaloni per la festa del patrono di Venezia. Un po’ alla volta, questa ricorrenza sta diventando quello che in Catalogna è stata ed è la Diada: una mobilitazione popolare e dal basso, senza simboli di partito, di tutti quanti vogliono che si possa votare, scegliendo tra status quo e indipendenza.
Per giunta, solo tre giorni dopo la Consulta inizierà a esaminare la legge regionale veneta che indice il referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto.
Se questo è lo scenario, non è da escludere l'eventualità che i temi meramente amministrativi finora utilizzati dai candidati alla guida della Regione Veneto lascino presto il campo a questioni ben più pesanti. Si annuncia una campagna elettorale nella quale il tema dell’indipendenza sarà cruciale: anche contro la volontà di chi, nei fatti,  ambisce soltanto a diventare governatore di una regione italiana.
 



Articolo  Il misero referendum della Lombardia che spaventa Roma 

Di Carlo Lottieri (del 10/03/2015 @ 23:44:48, in Lombardia, linkato 369 volte)

Sebbene la montagna abbia partorito un topolino, tutti sappiamo che le valanghe di maggiori dimensioni possono anche nascere da piccole slavine e da sommovimenti anche minimi. E così una Lega (già detta) Lombarda che ormai è tutta proiettata verso Roma e logiche di tipo nazionale nelle scorse settimane è comunque riuscita a fare approvare al Pirellone un referendum di carattere quanto mai generico che certo non parla di indipendenza nemmeno in termini consultivi (come nel caso della legge veneta che il prossimo 28 aprile sarà esaminata dalla Consulta), che non immagina una Lombardia a statuto speciale e che quindi si limita a domandare un poco più di autonomia.

E nonostante ciò anche questo microscopico topolino spaventa i padroni del vapore, se si considera che l’on. Daniela Gasperini (del Partito detto Democratico) si è rivolta al governo con un’interpellanza parlamentare che chiede al governo di agire – soddisfacendo le misere richieste di Maroni e dei suoi – in modo da bloccare il processo referendario. Come ha spiegato assai bene Alex Storti proprio qui su "Diritto di Voto", anche questa interpellanza ci dice quanto la questione territoriale sia decisiva: a “dimostrazione che l'agenda della politica lombarda può – naturalmente io direi ‘deve’ – ruotare attorno al tema dell'autogoverno e della riduzione del peso di Roma nei nostri affari”. L’Italia scricchiola, insomma.

Ormai insomma è chiaro che il voto popolare fa paura. Anche se si tratta di un voto meramente consultivo, e anche se si tratta di domandare soltanto limitate competenze.
Il sistema unitario italiano è dunque fragilissimo. Chi non è del tutto cieco queste cose le vede e si rende pure conto che in varie parti del Paese abbiamo una maggioranza favorevole a uscire dall’Italia (anche se è del tutto pessimista, sfiduciata, scettica). Non è una maggioranza mobilitata e mobilitabile: come in Catalogna. È una maggioranza silenziosa e rassegnata, ma pronta a votare contro Roma, contro le marche da bollo, contro i Sale&Tabacchi e contro il libro “Cuore”… se solo ne avrà l’occasione.
Perfino la Lombardia – che non è certo il Veneto - può impensierire quanti campano di Italia. Stay tuned.

 

(Questo articolo è stato anche pubblicato nel mio blog su www.ilgiornale.it)



Articolo  Il PD e il referendum autonomista lombardo 

Di Alex Storti (del 10/03/2015 @ 08:58:18, in Lombardia, linkato 400 volte)

Daniela Gasparini, deputata lombarda del PD, ha proposto negli scorsi giorni un'interpellanza parlamentare, già condivisa dai colleghi di partito, per bypassare il referendum autonomista, approvato lo scorso 17 febbraio dai due terzi dei Consiglieri regionali della Lombardia.

L'interpellanza in questione è rivolta al Presidente del Consiglio e al Ministro dell'Interno. Dopo l'esposizione delle premesse, la deputata piddina e i compagni di partito chiedono due cose a Renzi e ad Alfano: la prima, "se si intenda prendere in considerazione l'urgenza di avviare un confronto con la regione Lombardia per individuare particolari forme di autonomia, in coerenza con l'articolo 116 della Costituzione"; la seconda, "se non ritenga[no] che non spetti all'autonomia delle regioni a statuto ordinario la possibilità di avviare un referendum consultivo senza che prima [...] sia stato definito il possibile contenuto di una intesa con il Governo [...], e quali iniziative di competenza intenda adottare al riguardo".

In sostanza, con il primo quesito, i deputati del PD chiedono che il Governo Renzi preceda la Giunta Maroni, facendosi direttamente parte attiva nell'avviare il tavolo di confronto Stato-Regione, per definire il passaggio di competenze da Roma al Pirellone. Con il secondo quesito, invece, i piddini minacciano, nemmeno troppo velatamente, uno stop costituzionale al percorso referendario lombardo.

In questa iniziativa ci sono due elementi di sicuro interesse. ...

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Articolo  Lo statalismo non aiuterà il Ticino, la libertà sì 

Di Carlo Lottieri (del 03/03/2015 @ 23:39:45, in Dalla Svizzera..., linkato 242 volte)

Quella parte di Lombardia che si trova in territorio elvetico sta conoscendo (e certo conoscerà anche nel prossimo futuro) una fase non semplice. In primo luogo, si deve fare i conti con il franco forte o, meglio, con le conseguenze della decisione di mantenere per anni un cambio artificioso tra euro e franco: non inferiore al rapporto 1,20. Nel momento in cui la banca centrale ha dovuto arrendersi ai mercati e alla realtà, alcune imprese si sono trovate a fare i conti con una situazione nuova, dal momento che avevano orientato le proprie attività sulla base di un’informazione distorta. Ora ci vorrà tempo perché lavoro e capitali si dirigono dove sono più produttivi.
Per giunta, altre nubi sono all’orizzonte a seguito della sciagura decisione di abbandonare il segreto bancario.
Il rischio è che questo comprometta alcuni pilastri dell’ordinamento giuridico e dell’economia del Ticino. In particolare, è facile prevedere che cresca il consenso a politiche di chiusura. È sempre più forte ad esempio il sostegno alla tesi che per affrontare il problema dei 10 mila disoccupati basterebbe sbarrare la strada a una parte dei 60 mila frontalieri e il problema sarebbe risolto. Ovviamente non è così, ma demagoghi che sostengono tutto questo trovano oggi un terreno più fertile.
Sta anche prendendo strada l’idea che le nuove imprese che arrivano in Ticino debbano essere obbligate ad assumere almeno una quota di lavoratori locali: una regola che, se adottata, scoraggerà talune imprese a non spostarsi nel cantone. E poi si parla di salari minimi, contratti collettivi e altre soluzioni dirigistiche, che non favoriscono certo la crescita.
La Svizzera è diventata un modello perché, grazie alla competizione istituzionale tra cantoni e anche tra comuni, ha tenuto un livello relativamente basso di pressione fiscale e interventismo statale. In un recente studio condotto da ImpresaLavoro su dieci Paesi europei, la Svizzera si è collocata al primo posto, come il Paese meno illiberale, e il suo successo dipende da questo. Se ora inizierà a intralciare la libera contrattazione tra imprese e lavoro, se minerà il diritto di proprietà (che è anche il diritto di un’azienda ad assumere chi vuole), se sposerà soluzioni autoritarie e populiste… non ne verrà nulla di buono.
In questa congiuntura non facile, conseguenza di alcune scelte antiliberali compiute a Berna, sarebbe importante che i ticinesi si mostrassero saggi e prudenti. Sotto vari punti di vista la Svizzera resta un’isola felice, ma se sceglierà logiche nazionaliste e stataliste potrà trovarsi presto a fare i conti con difficoltà crescenti.


(Questo post è stato pubblicato anche nel blog di Carlo Lottieri de "Il Giornale", www.ilgiornale.it)



Articolo  La vera Indipendenza della Veneta Nazione di Franco Rocchetta 

Di Nicola Busin (del 03/03/2015 @ 22:34:14, in Veneto, linkato 286 volte)

Seguendo i tanti dibattiti nel web sui vari social network capita talvolta di cogliere tra quanto scritto dagli amici qualche raro momento lirico che fa comprendere il vero sentimento dell'indipendenza. Franco ha scritto con passione questo saggio, composto da vari brani che seguono un filo logico unico. Ho avuto la fortuna e la determinazione di salvare i vari commenti scritti sul tema dell'indipendenza e di unirli in questo saggio tutta espressione di Franco che mi raccomanda evidenziare essere stati scritti di getto, con il cuore, senza ripensamenti e quindi ricchi di quella immediatezza che il lettore sicuramente riconoscerà.

Nicola Busin

lveneto

 

Quel che risulta ben chiaro dallo studio e dall’osservazione della storia, delle dinamiche sociolinguistiche ed istituzionali, e delle cronache, è che se i Catalani ed i Québécois (che come i Veneti hanno subito per generazioni incessanti martellanti tentativi istituzionali di proibizione e soffocamento, di disarticolazione e sradicamento della propria lingua, di appiattimento, di ridicolizzazione e di messa al bando dei suoi tratti più salienti attraverso la disseminazione sistematica di dati falsi e fuorvianti, di censure alienanti, di notizie ingannevoli, di pregiudizi elaborati ad arte), se i Québécois ed i Catalani, dunque, ...

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troppo ottimismo secondo me......
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Magari....
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Di radetzky


 


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