"La differenza fra dittatura e democrazia è nel numero di individui che si impongono su altri individui"

(Anonimo)

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Articolo  Nuove domande e risposte sulla Consulta del 9 Novembre 

Di Alex Storti (del 22/10/2014 @ 13:58:45, in Catalogna, linkato 150 volte)

In un precedente articolo ho illustrato, in 14 domande e 14 risposte, la natura della Consulta volontaria indetta, per il prossimo 9 Novembre, dal Governo della Catalogna, presieduto da Artur Mas. In particolare ho spiegato che il voto in questione non è certamente derubricabile a “super-sondaggio”, come frettolosamente e superficialmente svariati osservatori hanno affermato. Si tratta, al contrario, di un referendum de facto, tremendamente serio. In questo secondo approfondimento, proporrò ai nostri lettori una nuova serie di domande e fornirò le relative risposte, per permettere di conoscere molti aspetti pratici della consultazione e comprendere, in tal modo, quanto essa sia politicamente cruciale, nella prospettiva del raggiungimento dell’indipendenza catalana. Un'indipendenza che potrebbe, a questo punto, concretizzarsi nel volgere di pochi mesi.

Nota redazionale: dal momento che le seguenti domande e risposte rappresentano una ideale continuazione di quelle fornite nell’articolo del 15 ottobre scorso, la numerazione dei nuovi quesiti comincerà dal numero 15

*   *   *

[domande da 1 a 14

[vedasi articolo precedente ]

15) Da chi è stata indetta la “nuova” Consulta volontaria del 9 Novembre?

Dal Presidente della Generalitat de Catalunya, Artur Mas; a differenza della precedente “Consulta non referendaria”, però, la nuova “Consulta volontaria” non risulta essere stata indetta mediante atti formali. Al  momento non risulta esistere uno specifico decreto governativo o presidenziale di indizione. 

16) Su quali basi giuridiche è stata indetta tale nuova Consulta?

Il quadro normativo generale al cui interno si situa la nuova Consulta è rappresentato dal combinato disposto di due norme: l’articolo 122 dello Statuto d’Autonomia della Catalogna, che attribuisce competenza esclusiva e specifica alla Regione in materia di convocazione di consultazioni popolari; l’art. 43 della legge 10/2014, approvata lo scorso 19 settembre, e solo parzialmente sospesa: l’articolo in questione, tuttora pienamente in vigore, attribuisce all’amministrazione della Generalitat l’iniziativa istituzionale per i “processi di partecipazione cittadina”.

17) Ma allora la nuova Consulta del 9 Novembre è “ufficiale” o no?

...

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Articolo  Delegazione Lombarda a Barcellona il 9 Novembre 

Di Admin (del 18/10/2014 @ 21:34:58, in Catalogna, linkato 205 volte)

Il prossimo 9 Novembre, l’intera Catalogna sarà in fermento: 6 mila seggi ospiteranno infatti il voto per la Consulta volontaria sul futuro politico della Regione. In questi giorni, migliaia di cittadini si stanno iscrivendo nel registro degli scrutatori, aperto ufficialmente dal Governo della Generalitat. Il presidente catalano, Artur Mas, è il principale artefice di questo “piano” elettorale, studiato accuratamente per consentire il voto, senza subire possibili ricorsi legali da parte dello stato spagnolo. Staremo a vedere come andranno avanti i preparativi nei prossimi giorni, che si annunciano sempre più “caldi” e interessanti.

Mai come oggi la democrazia nella propria essenza più pura, ossia il diritto di decidere di se stessi, si incarna nella lotta pacifica dei cittadini catalani per l’esercizio del voto, osteggiato in ogni modo da Madrid.
Proprio per questo motivo, il Collettivo Avanti ha deciso di promuovere e coordinare la presenza di una Delegazione Lombarda a Barcellona, in un giorno che si preannuncia storico e decisivo.

Il 9 Novembre, a partire dalle prime ore della sera, i ragazzi del Collettivo e i tanti amici che hanno già dato la propria adesione si ritroveranno in Plaza de Catalunya, con l’intenzione di rendere ...

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Articolo  La consulta volontaria catalana del 9N: domande e risposte 

Di Alex Storti (del 15/10/2014 @ 07:22:28, in Catalogna, linkato 632 volte)

1) Il referendum del 9 Novembre è stato annullato dal Governo della Catalogna?

In senso strettamente tecnico-giuridico, non è mai esistito un "referendum" del 9 Novembre; secondo la costituzione spagnola, il Parlamento e il Governo catalani non hanno il diritto di convocare un tipo di consultazione popolare così denominata; al di là delle previsioni legali spagnole, le istituzioni catalane non hanno finora voluto prendersi un tale diritto. Quindi per il 9 Novembre il presidente Mas non aveva indetto un "referendum".

2) Ma allora cos'era la consultazione indetta da Mas nelle scorse settimane?

Si trattava di una "Consulta non referendaria", indetta ai sensi della relativa legge istitutiva, votata alcuni giorni prima dal Parlamento della Catalogna e a sua volta discendente dalle norme statutarie catalane. Di fatto, si trattava comunque di un referendum, chiamato però in modo diverso e approvato secondo uno schema legale differente. Questo "bypass" tecnico-giuridico non è stato in ogni caso approvato da Madrid, poiché al governo spagnolo interessa solo la sostanza: non permettere che i cittadini della Catalogna si esprimano, tutti insieme e "ufficialmente", sullo status istituzionale della propria Regione. Ecco perchè la Spagna, anche se i catalani avevano indetto una "Consulta non referendaria" e non, formalmente, un referendum, hanno impugnato egualmente tutti gli atti sin qui promulgati dalle istituzioni catalane per lo svolgimento del voto.

3) Al di là di queste differenze, Mas ha comunque annullato la consultazione del 9 Novembre?

No. Il Presidente catalano ha manifestato l'intenzione di ...

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Articolo  Bandiere catalane sui nostri balconi! 

Di Alex Storti (del 13/10/2014 @ 18:57:55, in Catalogna, linkato 221 volte)

Ho letto con interesse la proposta che Gianfrancesco Ruggeri, dalle colonne del MiglioVerde, ha lanciato ieri. Si tratta dell'iniziativa "Una bandiera per la Catalogna": in vista della Consulta del 9 Novembre, Ruggeri e tanti altri indipendentisti, che ne seguono i passi, esporranno  bandiere catalane (estelade o senyere che siano) fuori dai propri balconi -anche dalle finestre naturalmente, per chi i balconi non li ha-. L'invito a fare altrettanto è rivolto a chiunque si riconosca nel percorso di autodeterminazione catalano.

Il ragionamento di Ruggeri è tanto semplice quanto lineare: i massmedia per lo più oscurano la lotta pacifica dei cittadini di Catalogna per il proprio diritto di voto? il governo franchista di Madrid minaccia repressioni degne di un regime sudamericano?
Ebbene, noi, distanti nello spazio ma vicini col cuore ai catalani, possiamo dimostrare loro affetto, amicizia e solidarietà, esponendo in tanti -tantissimi, si spera- la loro bandiera.
In tal modo, peraltro, si genererà un effetto curiosità che porterà certamente parecchio fieno nella cascina di chi si batte per il diritto all'autodeterminazione.
Ci saranno infatti vicini di casa, conoscenti, amici e parenti -e anche giornalisti, magari- che chiederanno lumi sul vessillo esposto. Ne nascerà così lo spunto per parlare di quanto accaduto in Scozia, di quanto accadrà in Catalogna e, ovviamente, di quanto potrebbe accadere in Veneto e in Lombardia.

Sono d'accordo con la proposta di Ruggeri, che mi trova entusiasta. Per questo motivo, aderisco pubblicamente all'iniziativa "Una bandiera per la Catalogna" e invito i nostri lettori e gli amici indipendentisti in generale a fare altrettanto. Io ho già cominciato. Ara és l'hora!



Articolo  REFERENDUM VENETO: LA BORSA E LA VITA 

Di Nicola Busin (del 10/10/2014 @ 17:34:12, in Indipendenza, linkato 453 volte)

Referendum Veneto: la borsa e la vita.

Adesso non è d’uso ma non molto tempo fa, nelle tenebrose vie cittadine, poteva accadere di vedersi comparire innanzi qualche energumeno che mostrando una affilata lama esprimeva il tragico quesito: “o la borsa o la vita”. Normalmente era “comodo” lasciare la borsa e tenersi la vita ma non sempre accadeva.

Ora con l'opportunità nata con la legge regionale che ha approvato il referendum consultivo per l'indipendenza del Veneto la borsa e la vita non sono più alternative ma un tutt'uno. Ci è data la possibilità di esprimere il nostro desiderio o meno di autogoverno, di ricreare una nuova Repubblica Veneta ma tutto è legato alla nostra capacità di pagare i costi per attuare questa consultazione. La Regione ha previsto una cifra consistente, 14 milioni di euro, qualcuno potrà dire troppi, in realtà è una cifra che si può raccogliere facilmente con un minimo di buona volontà (sono circa 2,80 euro per ogni Veneto). E' prevista un importo minimo del bonifico, 20 euro, che non necessariamente devono essere versati da una sola persona: più persone possono affidare ad un amico di fiducia piccole cifre per raggiungere il minimo previsto, basta mettersi d'accordo. Adesso quello che serve è innanzitutto la capacità di creare una rete di informazione e il web con i vari social network è un luogo ideale. Però nei vari blog prima dediti a utili e simpatiche conversazioni adesso spuntano come funghi copiosi “troll”  quelle figure, non si sa se corrispondenti a persone reali, che seminano zizzania con il risultato di confondere le persone normali non abituate ai continui dibattiti. Appare sempre più evidente la necessità di scegliere la platea, cogliendo i segnali dei disturbatori professionali, forse anche pagati da qualche apparato di partito se non addirittura da settori dello stato centralista. L'apparato burocratico statale vive sicuramente questo referendum come un grave fatto destabilizzante di tutta la propria organizzazione perché mette a repentaglio il potere e più in generale le rendite di posizione e i diritti acquisiti in modo spesso poco trasparente.  Questo referendum rischia di scardinare alla base tutte le rendite parassitarie che si sono annidate come un cancro dentro lo stato. Il risultato è che se nulla cambia tutto è garantito a spese di chi è costretto a vivere sempre più in difficoltà nella società reale, esposto alle leggi della concorrenza, esposto alle continue tiranniche e assurde tasse che hanno il solo scopo ormai di mantenere queste rendite parassitarie. L'Italia è fallita prima di tutto perché nonostante 150 anni di imposizioni culturali e vessazioni centralistiche i vari popoli italici non hanno mai formato uno stato-nazione.

Verosimilmente Massimo d’Azeglio, uno degli uomini politici piemontesi protagonisti del processo di unificazione dell’Italia, non aveva previsto che la famosa frase “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani” con cui commentava la nascita del Regno d’Italia sarebbe diventata così famosa e sempre attuale. Da allora è stato un continuo susseguirsi di violenze per lo più educative, ma non solo, nell’intento di creare una nuova cultura, una nuova nazione italiana su quali basi e con quali risultati è ormai evidente a tutti il totale fallimento.

 Massimo D’Azelio scrisse all’epoca nel suo Epistolario: “In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”.  Questo può far capire cosa pensassero i “patrioti” piemontesi degli altri Italiani.

Però con una guerra espansionistica il pur piccolo Regno di Sardegna diventò il Regno d’Italia mentre al Sud la gente ancora piangeva per le stragi ordite dal generale sabaudo Cialdini sull’inerme popolazione civile di Capua, di Pontelandolfo e Casalduni, per non parlare dei massacri attuati in Sicilia con l’approvazione e l’elogio del Primo Ministro di casa Savoia, Camillo Benso di Cavour.

 

Molto meglio il fratello di Massimo, il  filosofo Gesuita Prospero Taparelli D’Azeglio. Formulò un principio chiaro e convincente in un suo saggio titolato Della nazionalità. Scrisse: Esistono le nazioni. Si tratta di popoli dalle caratteristiche culturali comuni e che abitano in un territorio omogeneo. Non esiste però nessuna necessità storica secondo la quale la nazione debba costituirsi in uno Stato. L’edificazione di uno Stato-nazione può essere auspicata, favorita, promossa purché sussistano alcune condizioni, quali il rispetto della giustizia, la volontà maggioritaria del popolo, il miglioramento delle condizioni di vita.

Per questo motivo, Taparelli d’Azeglio, dalle pagine della Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista dei Gesuiti, pronunciò la sua disapprovazione per lo sviluppo che ebbe il Risorgimento italiano.  L’esercito dei Savoia  invase i piccoli e i grandi Stati della penisola, alcuni, come il Regno delle due Sicilie, all’avanguardia all’epoca in campo economico e culturale.

Accadde in pratica come se in tempi recenti, per fare l’Europa unita, l’Olanda o la Spagna avesse invaso gli altri stati dichiarando: “ora siamo uniti”.

Fu una scarna minoranza di “patrioti” borghesi legati ai Savoia che riuscì a prevalere, con l’appoggio internazionale ricevuto dalla Francia e della Gran Bretagna, che per i propri interessi economico-politici aiutarono diplomaticamente e militarmente l’espansione del Regno di Sardegna. Per il filosofo Augusto Del Noce la tragedia della nazione Italia sta proprio nel fatto che tutta la filosofia risorgimentale, avendo conservato, nel migliore dei casi, il principio di trascendenza soltanto in maniera formale, come un guscio vuoto, è destinata inevitabilmente al nichilismo, come già aveva dimostrato il fascismo e avrebbe dimostrato il comunismo sovietico.

Stando al ragionamento del Taparelli d’Azeglio, la costituzione della “nazione italiana” in Stato fu un colpo di mano antidemocratico: i numeri parlano chiaro, il primo Parlamento dell’Italia fu eletto da 239.853 votanti. “I liberali di Cavour – osservava lo storico marxista Antonio Gramsci – concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia”. Questa gente “fa l’Italia” ma gli Italiani continuano a rimanere estranei a questo Stato-nazione”.

Lo stato-nazione che aveva il compito di migliorare le condizioni di vita ottenne proprio il risultato contrario.  Un fiscalismo esoso fu imposto per tentare di pareggiare il bilancio disastroso: il Regno di Sardegna, unificata l’Italia, aveva portato in “dote” il suo spaventoso debito pubblico accumulato con le “guerre d’Indipendenza”. La gente cercò di reagire: al Sud, alcuni tentarono la resistenza armata, furono chiamati “briganti” e sterminati da un esercito di 120.000 uomini che fece molte più  vittime delle  tre guerre d’Indipendenza. La maggior parte se ne andò: milioni e milioni di Italiani emigrarono, in particolare i veneti, se ne andarono più di un milione e mezzo. Nel nuovo Stato-nazione avevano fame ed erano ammalati. Sfogliando gli atti parlamentari alla data del 12 Marzo 1873, sulle condizioni sanitarie del paese: “la tisi, la scrofola, la rachitide, tengono il campo più di prima; la pellagra va estendendo i suoi confini(la pellagra compare in Veneto proprio nel 1866, anno di annessione al Regno sabaudo, n.d.r.); il vaiuolo rialza il capo; la difterite si allarga ogni giorno di più”.

Molti furono già nell’800 i filosofi, i pensatori, gli scrittori, i cattolici a non aver mai accettato un’Italia fatta non solo senza, ma anche contro gli Italiani. Chiedevano un altro Risorgimento che si realizzasse nel rispetto dei più basilari principi della giustizia sociale e del diritto internazionale, nel rispetto dei vari popoli italici. La loro lezione rimane attuale.

Ora il popolo Veneto, per primo nel fittizio stato-nazione italiano, ha la possibilità di esprimersi liberamente con un referendum per ripristinare la legalità, per confermare che il risorgimento è stato un fallimento come di conseguenza lo stato Italia. Resta ora da capire se, nonostante la delegittimazione di questo evento epocale da parte dell’apparato di stato e dei media che controlla, il popolo Veneto riuscirà ad alzare la testa, non solo per se stesso, anche per gli altri splendidi popoli italici.



Articolo  Nel nome della Rosa 

Di Alex Storti (del 09/10/2014 @ 12:04:35, in Lombardia, linkato 323 volte)

La mattina di dopodomani, sabato 11 ottobre, si svolgerà a Brescia, di fronte al termovalorizzatore dell’A2A, una manifestazione organizzata dal Collettivo Avanti. L’iniziativa è stata indetta per protestare contro il Decreto 133 del Governo italiano: questa norma impone alla Regione Lombardia di smaltire i rifiuti prodotti nel Lazio e nel Mezzogiorno, bruciandoli nei propri termovalorizzatori –in particolare proprio in quello di Brescia-.

Non è mia intenzione, in questa sede, soffermarmi sul decreto criminale partorito dalle menti perverse del P(artito) D(ellaNazione), guidato dal Cavalier Renzi –a proposito, le mafie certamente ringraziano-. Ho già scritto in proposito le mie osservazioni. Preferisco, in questa occasione di ormai quasi vigilia, dedicare un po’ di spazio ad un aspetto simbolico della manifestazione bresciana. Un aspetto cui tengo particolarmente. Voglio spiegarvi perchè è importante che, sabato mattina, davanti all’impianto di smaltimento dell’A2A, sventolino tante Rose Camune. Tante bandiere della Regione Lombardia, insomma.

A Brescia dobbiamo dimostrare che in Lombardia sta crescendo una presa di coscienza collettiva sempre più concreta e radicale. Dobbiamo dimostrare che siamo lì come cittadini di questa Regione e che intendiamo difenderne le prerogative e i diritti. Dobbiamo, in altri termini, alimentare il conflitto giuridico, politico e anche simbolico fra la nostra Regione, in quanto comunità istituzionalmente organizzata, e lo Stato italiano, che ci sfrutta e ci opprime con tasse, leggi e burocrazia, riducendo il nostro autogoverno a ben poca cosa.

La Rosa Camuna non deve essere per forza amata. Non facciamone una questione araldica. Facciamone una questione politica. Trasformiamo questa bandiera in ...

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Articolo  MANIFESTO IN DIFESA DELLA CONSULTA DEL 9 NOVEMBRE 

Di Stefano Crippa (del 08/10/2014 @ 10:45:09, in Catalogna, linkato 177 volte)
Oggi proponiamo  per Diritto di Voto la traduzione del " MANIFEST EN DEFENSA DE LA CONSULTA DEL DIA 9 DE NOVEMBRE", manifesto redatto dall'Assemblea Nazionale Catalana in difesa del referendum del 9 novembre e delle istituzioni democratiche della Catalunya 

Oggi abbiamo assistito ad  un nuovo attacco alle istituzioni democratiche del nostro paese. 

Un nuovo rifiuto dello Stato alla volontà di questo paese di esprimersi tramite le urne. Una nuova porta sbattuta davanti alla democrazia.

Davanti a questo episodio, noi, donne e uomini democratici di questo paese, esprimiamo il nostro supporto alle istituzioni catalane che hanno convocato la consulta per il giorno 9 novembre. Di fronte a questo tentativo di farci tacere, la società catalana dice alto e forte: più democrazia.

Il giorno 11 settembre quasi due milioni di persone sono scese in strada per dire ...

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Articolo  Il passo avanti 

Di Alex Storti (del 07/10/2014 @ 10:03:12, in Lombardia, linkato 239 volte)

Il Governo della Generalitat de Catalunya ha comunicato ieri, per voce di Francesc Homs, braccio destro del Presidente Mas, che esiste un termine temporale oltre il quale i preparativi della consulta del 9 Novembre non potranno concludersi. Questa dead line è stata individuata nel giorno 15 ottobre.
Se, entro quella data, il processo referendario –ad oggi parzialmente sospeso- non sarà stato rimesso in moto, la consulta dovrà essere rinviata a tempo indeterminato. Senza voler essere catastrofisti, nel malaugurato caso in cui tale rinvio si concretizzasse, si tratterebbe di un colpo durissimo da sopportare, per tutta la società catalana.

Questi, dunque, i fatti. Mercoledì prossimo e non un giorno di più. Fino ad allora tutto è possibile.
Nella settimana lunga che ci separa da quella data, assisteremo ad uno scontro giuridico e politico senza precedenti, fra il governo di uno stato membro dell’Unione Europea, la Spagna, e tutta una comunità regionale attualmente soggetta alla giurisdizione dello stesso, quella catalana, che cerca in ogni modo di realizzare il proprio desiderio di emancipazione e di liberazione collettiva.

Come dimostrano gli attenti reportage della prestigiosa stampa online catalana, ogni voce che, in questi momenti, si alzi in difesa del diritto di decidere della Catalogna, in Europa e nel Mondo, è importante. Per questo è importante esserci, in questo coro crescente di voci che già si levano, specialmente in ambito anglosassone e nordeuropeo.

E’ importante, ora come non mai, far sentire ai cittadini della Catalogna che non sono soli. E’ importante far capire alla Spagna che l’autodeterminazione non è (più) e non sarà (mai più) un fatto interno. E’ importante far capire all’Europa e alle sue istituzioni ponziopilatesche che il mondo ammuffito delle diplomazie fondate sull’uso della forza è tramontato, almeno qui, nel Vecchio Continente. Se lo vogliamo meno Vecchio e più Nuovo, questo continente, più giovane, più fresco e presentabile, è importante che ci mobilitiamo, ognuno nel proprio ambito.

Ecco perchè è importante, soprattutto, che il Presidente della Regione Lombardia, già gemellata alla Catalogna nel progetto dei Quattro Motori d’Europa, faccia il proprio passo avanti.
Sì, di questo esattamente si tratta.
Adesso siamo in uno di quei momenti in cui il protagonista del film chiede a gran voce chi ci sia, nella folla, disposto a levarsi in sua difesa, disposto a lottare al suo fianco o anche, soltanto, ad alzare la mano per dire “non sei il solo a dissentire”. Disposto a fare un passo avanti.

Signor Presidente, dia un segno alla Catalogna. Dimostri che la Lombardia, in questo momento storico straordinario, non è disposta ad accettare il fatto che il percorso, pacifico e democratico, di un intero popolo verso l’autodeterminazione, venga derubricato a “fatto interno” allo stato spagnolo, con tutto ciò che ne potrebbe conseguire in termini di repressione. Nè pacifica nè civile. Siamo nel 2014, non nel 1914. La Regione Lombardia può avere una voce importante, in Europa, per favorire il dialogo e il riconoscimento del diritto di decidere, sul modello del preziosissimo precedente anglo-scozzese. Faccia risuonare in Europa la Campana della Libertà, e nelle cancellerie paludate del continente sarà come riecheggiasse il tocco di un’antica Martinella. Otto secoli e mezzo dopo, una nuova Europa è possibile.

Signor Presidente, annunci l'intenzione di convocare un summit europeo fra le Regioni referendarie, a garanzia dell'esercizio pacifico dell'autodeterminazione.

Facciamo questo passo avanti, Signor Presidente. Non lasciamo soli i catalani.
Ara és l’hora: se non ora, quando?



Articolo  Lettera aperta di Franco Rocchetta 

Di Redazione (del 04/10/2014 @ 08:00:41, in Veneto, linkato 544 volte)

In occasione della manifestazione organizzata a Giazza, riceviamo, e volentieri pubblichiamo, la lettera aperta che Franco Rocchetta leggerà ai 22 presunti profughi.

Buona lettura.

* * * * * * *

Prime ore di Sabato 4 Ottobre 2014, San Francesco

Lettera aperta ai 22 Bengalesi che, a spese dei Veneti, lo Stato Italiano ha portato a Ljetzan/Xgiàthe/Giazza.

Cari Ventidue,
già negli anni ’50 del XX Secolo, quando gran parte dei Vostri genitori non era ancora nata, chi Vi scrive seguiva con simpatia appassionata il risveglio del Vostro popolo in difesa della Vostra madrelingua, il Bangla, il Bengalese.
Perché la propria lingua è per ogni popolo fonte di benessere materiale e morale tanto importante quanto la salute pubblica, quanto l’equilibrio dell’ambiente, quanto la giustizia sociale.

Nella Vostra resistenza all’imposizione dell’Urdu a danno della lingua bengalese vedevo la stessa resistenza del popolo veneto all’imposizione dell’Italiano a danno della lingua veneta, la stessa resistenza del popolo sudtirolese e dei Cimbri all’imposizione dell’Italiano a danno della lingua tedesca.

Ho poi seguito, con trepidazione, le vicende tragiche, politiche e militari, che hanno portato, quarantaquattro anni fa, alla nascita del Vostro Stato indipendente, la Repubblica Popolare Bengalese, il Bangla Desh. Ed ho sofferto ad ogni limitazione delle libertà, dell’identità, di singoli e di minoranze, della dignità, nel Bangla Desh, e ad ogni nuova alluvione, cercando anche, più volte, di contribuire a collette a Vostro favore.

Quando poi qualche Vostra comunità ha iniziato a formarsi civilmente tra noi, in osmosi con la plurimillenaria ospitalità veneta, la ho salutata con un sorriso, imparando io nuove parole bengalesi, e contribuendo ad insegnare a bengalesi un po’ di veneto. Ma il Veneto oggi non è la nazione libera e ben governata dove nei secoli scorsi fiorivano in armonia comunità tedesche e turche, ebraiche e persiane ed altre ancora.

Oggi il Veneto è una colonia dello Stato Italiano, che la saccheggia e la corrompe sempre di più, giorno dopo giorno.

Così a Venezia (capitale della veneta nazione che oggi Vi ospita), grazie alla attuale indotta carenza di governanti seri ed onesti, alcuni clan di bengalesi hanno abbandonato la dolcezza che spesso Vi contraddistingue, diventando arroganti ed aggressivi, intimorendo e danneggiando la nostra popolazione, e turisti, e Gastarbeiter di varie nazionalità, ed altri Bengalesi.

Voi Ventidue Bengalesi siete stati portati a Ljetzan/Xgiàthe/Giazza dalle autorità coloniali italiane, dicendoVi che qui siete in Italia, ...

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Articolo  Meno Stato anche in un mondo di Stati 

Di Stefano Crippa (del 29/09/2014 @ 12:12:59, in Link, linkato 130 volte)

Rilanciamo volentieri l'articolo di Riccardo de Caria apparso sullo Spiffero (http://www.lospiffero.com) il 19 settembre 2014


Questa rubrica non si è mai occupata di politica estera. Non è un caso: quello che si cerca di fare qui è difendere le ragioni e la praticabilità di un mondo dove si superi lo Stato come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, e le aggregazioni tra le persone divengano quanto più possibilespontanee, condensandosi in comunità volontarie dove chi vuole entrare debba essere ammesso da chi è già dentro, e chi vuole uscire possa farlo liberamente.

La politica estera è forse il luogo dove tali aspirazioni vengono maggiormente frustrate. È quindi difficile ragionare di un mondo senza Stato in quello che è uno dei luoghi d’elezione degli Stati sovrani, dove per definizione le relazioni sono tra Stati o comunque tra soggetti che si definiscono contro o in relazione a uno Stato.

Se uno parta da premesse di individualismo metodologico, quindi, in politica estera, così come del resto accade anche in altri campi (si pensi ad esempio alla macroeconomia o al diritto pubblico) rimane spiazzato. Da dire ce n’è, ma occorrerebbe sempre fare una premessa lunga così sul fatto che andrebbero discussi a monte i fondamenti e la legittimità stessa della disciplina in questione. Se uno contesta la legittimità morale dello Stato, si pone infatti in una dimensione dove la politica estera come rapporto tra Stati sovrani (o la macroeconomia o il diritto pubblico) vanno ridiscusse dalla radice, per non dire che non esistono proprio.

Ciononostante, qualcosa è possibile dirlo lo stesso, se non altro mettendo in luce i molteplici danni che la logica statuale crea anche in questo ambito. Quando i governi europei e russo si scontrano sulla vicenda ucraina, e si scambiano sanzioni incrociate, a farne le spese sono persone che non hanno nulla di nulla a che fare con quel tipo di decisioni. Si spezza in altri termini completamente quel legame, fondamentale per la sopravvivenza di una società sana, per cui iresponsabili di un’azione ne devono pagare le conseguenze.

Qui invece abbiamo un’esternalità che il singolo che la subisce non può addebitare a nessuno: con chi se la prendono le coppie separate da procedure di visto rese ancora più complesse? con chi se la prendono le aziende che si vedono negare la possibilità di intrattenere rapporti commerciali con altre, solo perché hanno la sventura che chi comanda nei rispettivi campi ha “la divisa di un altro colore”? Ma che colpa hanno le vittime in questione per il fatto di dover patire simili, gravi conseguenze?

Per fare un altro esempio che ci segna tutti profondamente di questi tempi, quando i terroristi dell’ISIS.......

Continua su http://www.lospiffero.com/cose-einaudite/meno-stato-anche-in-un-mondo-di-stati-18144.html



Articolo  Indipendenza (Veneta): non sprecate il lavoro fatto 

Di Claudio Franco (del 27/09/2014 @ 14:19:53, in Veneto, linkato 313 volte)

Dopo il referendum del 18 settembre in Scozia e la legge convocatoria della Consulta in Catalogna, firmata oggi dal Presidente Mas, il mondo indipendentista attende le mosse della terza Regione referendaria d’Europa. Sembrerà strano ai non addetti ai lavori, ma in effetti il Veneto è il terzo territorio più avanzato del Vecchio Continente in tema di secessione. Il fatto che buona parte della popolazione lo ignori è indicativo degli sforzi ancora da compiere.

Come rileva costantemente Indipendenza Veneta, il movimento che per primo e con maggiore coerenza ha fatto suo e portato avanti il progetto del referendum consultivo indetto ufficialmente dalla Regione, la legge 16/2014 è stata già approvata (in giugno) dal Consiglio Regionale del Veneto ed è quindi attualmente in vigore. Il fatto che su di essa penda il ricorso del Governo davanti alla Corte Costituzionale, che ancora non si è pronunciata in merito, non cambia le carte sul tavolo. Alla legge si può dare seguito entro la cornice giuridica italiana.

Ciononostante, dal giorno dell’entrata in vigore, sono passati oltre 3 mesi, e si è fatto davvero pochissimo. Mancano molti decreti della Giunta, manca la fissazione della data da parte del Consiglio, manca l’apertura del conto corrente in cui dovranno confluire le donazioni e liberalità dei privati, per coprire i costi del referendum, stimati in 14 milioni di euro.

Dal momento che la classe dirigente veneta sembra essersi sopita dopo l’approvazione della legge (come se questa non fosse il primo passo di un lungo cammino, ma il punto d’arrivo), appare sempre più chiara la necessità per le forze indipendentiste di esercitare nuova pressione su Zaia, sulla Giunta e sui Consiglieri.

Secondo voci di corridoio, il movimento di Alessio Morosin starebbe pensando, per il 5 ottobre, di mettere in piedi blocchi stradali su vie statali molto trafficate, per permettere volantinaggi sul luogo nei confronti degli automobilisti incolonnati.

Ora, non ci sarebbe bisogno di elencare i meriti di Indipendenza Veneta. Con i moltissimi gazebi, le pubblicazioni, le feste e le raccolte di firme (con numeri simili a quelli di un vero e proprio Stato) sono riusciti a imporre, fin dal 2012, il tema indipendentista nel dibattito politico. E tutto questo senza avere nemmeno un Consigliere Regionale a spalleggiarli. Le presenze in televisione, sia a livello locale, sia a livello nazionale e internazionale, hanno fatto da contraltare ai numerosissimi incontri pubblici, per spiegare alla popolazione le tematiche, i diritti e i vantaggi in ballo.

Tutto questo formidabile lavoro verrebbe messo in discussione da una boutade controproducente. Come sappiamo, ogni qualvolta un’azione di protesta (che sia uno sciopero, una manifestazione o un sit-in) causa un disagio alla popolazione, è più facile che quest’ultima scarichi la rabbia, non tanto sull’obiettivo della protesta, quanto sui manifestanti. E così, in questo caso, l’indipendentismo verrebbe ad esserne il bersaglio. Non ne vale la pena.

Ci sono molti modi di spronare i politici a muoversi. Manifestazioni di piazza, marce, azioni dimostrative (pacifiche, chiaramente) di grande impatto mediatico. Uno in particolare potrebbe avere conseguenze devastanti per gli amanti dello status quo. Necessita però di tolleranza, pazienza e astuzia.

Tra pochi mesi, nel 2015, il Consiglio Regionale del Veneto andrà a rinnovo mediante nuove elezioni. E’ un’occasione formidabile per porre nuovamente e con una forza e una concretezza mai viste finora il tema del diritto di votare per essere indipendenti.

Indipendenza Veneta scalpita perché la Regione indica il referendum al massimo il 1 marzo, il giorno del Capodanno Veneto. Un giorno dai risvolti simbolici importanti, è fuor di dubbio. Tuttavia deve essere chiaro che il Veneto, per quanto simile, non è la Catalogna. Il Veneto non si può permettere una Consulta il 9 di novembre, per celebrare la caduta del Muro di Berlino e del Muro dell’articolo 2 della Costituzione spagnola. Il Veneto deve giocare la sua partita, con arguzia.

E allora ecco la soluzione: celebrare il referendum sull’indipendenza del Veneto lo stesso giorno delle elezioni regionali. Insomma, un’election-day.

I vantaggi di un’operazione simile si sprecano: innanzitutto i risparmi per i privati (i 14 milioni di euro si ridimensionerebbero di molto – ad esempio alle spese per urne e schede elettorali), con questo togliendo agli avversari un argomento che, in tempi di crisi, potrebbe creare una frattura tra i promotori e la popolazione; in secondo luogo, la possibilità di spostare l’attenzione della popolazione dal semplice rinnovo delle istituzioni regionali alla possibilità di dare un segnale fortissimo, a Venezia e a Roma, sulla propria volontà. Si può trasformare l’elezione regionale in una “Consulta” sull’indipendenza; infine, l’incentrare la consultazione sull’indipendenza non potrebbe che dare una grande spinta proprio a quei movimenti che, coerentemente, hanno perseguito questo ideale, fin dalla nascita. E’ insomma un’operazione, per dirla come Alessandro Storti, “win-win-win”. E molti altri “win” si possono tranquillamente rilevare, pensando semplicemente all’occasione a cui un’abile mossa come questa può portare (Nei prossimi giorni seguirà un articolo del direttore in merito alla questione dell’election-day, con una proposta. La questione è troppo importante per lasciarla correre).

Nessuno sta chiedendo a Indipendenza Veneta di candidarsi alle Regionali piuttosto che costituire un cartello elettorale indipendentista con gli altri movimenti. Ognuno è libero di scegliersi il proprio percorso. Però si stia molto attenti a prendere decisioni avventate, come il blocco stradale o la precoce convocazione del referendum. Da azioni non adeguatamente ragionate e prese d’impulso possono derivare grossi danni, rispedendo l’indipendentismo indietro di decenni. E non solo in Veneto.

Anche la Lombardia guarda con molta attenzione al processo veneto. Come ripete il Professor Marco Bassani il Veneto è “tana libera tutti”.

Seguite dunque un consiglio interessato: non sprecate tutto il lavoro fatto, non sprecate l’opportunità in arrivo.



Articolo  "Comunque vada, sarà un successo" 

Di Claudio Franco (del 19/09/2014 @ 12:29:58, in Scozia, linkato 316 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione da parte di ANFeL (Autodeterminazione delle Nazioni Friulane e Litorale)

* * * 

E' il concetto attorno al quale si può riassumere il referendum indipendentista scozzese, appena conclusosi con una vittoria di misura del "NO".

L'indipendentismo ha perso questa battaglia, ma questo non deve distrarre dal vero significato dell' avvenimento. 

Questo referendum è già di per se una vittoria, una vittoria della democrazia e della libertà di un popolo di decidere il proprio futuro.

Gli Scozzesi hanno votato, hanno deciso, hanno scelto. Liberamente.

E questo Londra lo ha permesso, dimostrando di essere un governo di gran lunga più civile e democratico rispetto a paesi come Spagna ed Italia, in cui il solo chiedere la possibilità di esprimersi democraticamente è considerato un crimine di lesa maestà nei confronti di uno Stato innalzato al ruolo di un dio intoccabile ed incontestabile.

Gli Scozzesi hanno comunque ottenuto un risultato importante.

E' importante non solo perché ben il 46% degli elettori ha votato per l'indipendenza, ma è ancor più importante perché hanno votato oltre il 90% degli aventi diritto in un paese in cui, tradizionalmente, le elezioni politiche registrano una affluenza alle urne attorno al 30%.

Questo è ciò che rende veramente pesante quel 46% di "SI", il fatto che corrisponde realmente al 46% dell'elettorato scozzese.

Non come in Italia, dove ci si vanta di governare con il consenso della maggioranza, mentre in realtà aver ottenuto il 40% sul 50% dei votanti significa avere il voto di solo il 20% degli elettori.

E la vera forza dell'indipendentismo scozzese è anche nel fatto che a votare sono stati chiamati tutti i residenti in Scozia; non un indipendentismo etno-nazionalista e xenofobo, ma aperto a tutti quelli che da stranieri hanno scelto la Scozia come proprio paese, che non sono stati lasciati in disparte ma, anzi, sono stati invece coinvolti attivamente perché il futuro della Scozia passa anche per le loro mani.

Nulla sarà più come prima.

Perché ora Westminster non potrà ignorare lo scontento di quasi la metà degli abitanti della Scozia, per cui sarà costretta comunque a trattare con Edimburgo una nuova forma di devolution che garantisca alla Scozia libertà economiche e legislative molto maggiori di quelle attuali.

E' insomma sostanzialmente inconcepibile, in un paese democratico, che la vittoria del "NO" significhi l'autorizzazione al Governo centrale ad ignorare gli indipendentisti sconfitti ed a spadroneggiare in Scozia come se nulla fosse.

Perché in un paese civile, "democrazia" non significa "dittatura della maggioranza".

Questo referendum è di per se' un simbolo, l'esempio di un percorso pacifico e democratico, fatto di collaborazione, riflessione, dibattito sereno ed apertura mentale; l'esempio di come un popolo possa avere la possibilità di scegliere liberamente il proprio futuro senza odio, faziosità ideologica e demagogia.

Per la prima volta nell'era della globalizzazione, un voto democratico, seguito in tutto il mondo attraverso tv ed internet, ha spazzato via il tabù Otto-Novecentesco dei "confini sacri ed inviolabili della Patria", dimostrando che gli Stati non sono altro che un insieme di persone intenzionate a vivere assieme, e che quando questo interesse a stare assieme viene meno, gli Stati possono venire cambiati dando alla parte scontenta della popolazione la possibilità di decidere se restare o andare per conto proprio. Questa è la vera rivoluzione del voto scozzese!

E questo è l'esempio che possiamo e dobbiamo prendere noi.

Sappiamo che il referendum per l'indipendenza è possibile, è giusto, ed è un nostro diritto, perché è nostro diritto scegliere il nostro futuro e far sentire la nostra voce quando siamo scontenti di come vanno le cose.

Senza odio, senza scontri ideologici. Solo libertà di essere persone e non schiavi dello Stato.



Articolo  Il Collettivo Avanti in Regione Lombardia 

Di Alex Storti (del 17/09/2014 @ 23:22:59, in Europa, linkato 310 volte)

Lunedì 15 settembre ho avuto il piacere di essere ricevuto al grattacielo Pirelli, insieme ad una delegazione del Collettivo Avanti, presso gli uffici del Vicepresidente del Consiglio Regionale della Lombardia, Fabrizio Cecchetti. L’incontro si è svolto a margine del dibattito sul referendum scozzese, in calendario la sera stessa presso il Belvedere di Palazzo Lombardia.

L’occasione è stata scelta per presentare al Vicepresidente il “Manifesto per l’Autodeterminazione in Europa” [qui il link al testo integrale], redatto dal Collettivo Avanti e lanciato per la prima volta in occasione della Diada milanese, lo scorso 11 settembre.

Cos’è questo manifesto?
E’ un documento che incorpora due parti:
nella prima si espongono le ragioni storiche e politiche che propendono per un riconoscimento ampio, in ambito eurocomunitario, del diritto di autodeterminazione. Tale diritto dev’essere garantito a qualsiasi comunità politica istituzionalmente organizzata -in primis, quindi, le attuali Regioni facenti parte degli stati membri-. Il Manifesto si richiama simbolicamente al centenario della Prima Guerra Mondiale: “2014 non 1914”, questo il titolo del documento, a voler rimarcare il fatto che le controversie territoriali in Europa sono state spesso, e in particolare un secolo fa, sinonimo di guerre e che, proprio per questo motivo, è tempo di voltare pagina: il conflitto in corso fra Ucraina e Nuovarussia dovrebbe in tal senso costituire un monito.

La seconda parte del Manifesto consiste invece in un vero e proprio appello personale e diretto, indirizzato al ...

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Articolo  Go Scotland, Avanti Scozia! 

Di Stefano Crippa (del 16/09/2014 @ 17:57:45, in Scozia, linkato 382 volte)

Non agitatevi (mi rivolgo ai politici di Roma) il 19 mattina non cambierà niente, perché tutto è già cambiato il 15 ottobre del 2012 con la firma del trattato anglo-scozzese, che apriva la strada al referendum che si svolgerà giovedì.

Molti di noi, me compreso, non avevano capito la portata di quel trattato, ma ora possiamo benissimo affermare che la rivoluzione indipendentista e la caduta degli stati-nazione, con tutto il loro monopolio legale della violenza, garantito dalle relative costituzioni, sono iniziati con la firma del trattato sopra citato.

Quel giorno, per la prima volta dal 1789, uno Stato dell’Europa occidentale ha riconosciuto ai cittadini di una parte del territorio soggetto alla propria giurisdizione il diritto di decidere sulla permanenza all’interno della struttura statale: il diritto di secessione, per lungo tempo negato in occidente, entra con prepotenza nel dibattito europeo.

Con quel trattato, come dicevo, coscientemente o no, si è provocata la “fine” della Gran Bretagna per come noi la conoscevamo fino a 2 anni fa, Londra con quella firma ha rinunciato alla propria sovranità assoluta non solo in Scozia, ma anche su tutto il resto del “proprio” territorio, contee inglesi comprese.

In Gran Bretagna oramai ogni territorio, inteso come gruppo di individui organizzato istituzionalmente, è di fatto indipendente e in qualsiasi momento può convocare un referendum per confermare o no la propria permanenza all’interno del “Paese”. ...

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Articolo  La Scozia è abbastanza grande per andare da sola? 

Di Redazione (del 15/09/2014 @ 12:55:00, in Scozia, linkato 469 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una traduzione essenziale di questo articolo del Ludwig Von Mises Institute [link], curata da Enrico Andrian.
Buona lettura.

* * *
Un punto fondamentale del dibattito è se la Scozia sia troppo piccola e troppo insignificante sul piano internazionale per esistere da sola come Stato indipendente.

Durante il referendum in Québec ci fu un dibattito pressoché identico, con i secessionisti sostenitori del fatto che il Québec avesse una popolazione maggiore della Svizzera ed una estensione territoriale maggiore della Francia, mentre i federalisti preferirono confrontare il Québec con gli Stati Uniti o il resto del Canada.

Per una curiosa coincidenza, la Scozia nel 2014 ed il Québec nel 1994 hanno quasi la stessa popolazione: circa 5-6 milioni di abitanti.
All'incirca la stessa popolazione di Danimarca o Norvegia, e mezzo milione in più dell'Irlanda.

Anche sul piano dell'estensione la Scozia non sfigura: ha le stesse dimensioni di Olanda o Irlanda, ed è tre volte più grande della Giamaica.
Il fatto che nessuno abbia da obiettare sulla "sostenibilità" dell'esistenza di Irlanda, Norvegia e Giamaica in qualità di Stati indipendenti è un argomento importante a favore dei separatisti.

Stati così piccoli sono possibili. Ma è una buona idea?

La risposta, forse sorprendente, è clamorosamente "Sì!" 
Statisticamente parlando, almeno.
Perché? ...

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Articolo  In Scozia i Lombardi votano YES 

Di Redazione (del 13/09/2014 @ 08:02:03, in Scozia, linkato 473 volte)

Riceviamo da Marco Belloni, indipendentista bresciano emigrato in Scozia, questa vivida testimonianza di quanto sta accadendo in quelle terre, così lontane eppure a noi così vicine, almeno in questi giorni di entusiastica attesa.
Buona lettura


13 settembre 2014, mancano 5 giorni al referendum per l’indipendenza della Scozia.
Una scheda referendaria molto semplice, riportante la seguente domanda: “Do you agree that Scotland should be an indipendent country?” (trad. Sei d’accordo che la Scozia dovrebbe essere un paese indipendente?).
Sotto ci sono due opzioni “YES” or “NO”. Una croce, una scelta, un’opportunità, un futuro in entrambi i casi.

Mi chiamo Marco, un lombardo emigrato in Scozia un anno fa. Ho scelto di portare la mia famiglia in un paese diverso dall’Italia, per concedere loro più opportunità e uno stile di vita sereno e civile.
Ho vissuto quindi la campagna referendaria di questo ultimo anno sulla mia pelle. 
Queste ultime settimane hanno visto, e stanno vedendo tutt’ora, una intensificazione, ovvero un “bombardamento” ad ogni livello della propaganda per il “Yes”.
Alle finestre delle case ci sono bandiere della Scozia e bandierine “Yes”, sulle automobili adesivi “Yes”, per le strade adesivi “Yes” e persone di ogni età che fermano chiunque proponendo svariati volantini, nelle cassette postali quasi ogni giorno arrivano volantini “Yes”, quotidiani dibattiti pubblici per le strade, in TV e in radio, e ovviamente un sito web dedicato, decine di blog e migliaia di pagine sui social più conosciuti.

A qualcuno questo “bombardamento” sembra “aggressivo”, ed effettivamente considerate le proporzioni della sua diffusione potrebbe apparire come tale, tuttavia, per quanto mi riguarda, non ho mai visto né sentito di atti di violenza o di intolleranza di nessun genere tra i sostenitori delle due correnti.

Credo sia semplicemente l’esplosione finale, prima del voto, della voglia di indipendenza degli Scozzesi.

Per molti Scozzesi questo referendum non è solo una questione di scelta politica, o di opportunismo, è qualcosa di più radicato, è qualcosa che nasce dall’angolo più profondo del loro cuore, è qualcosa che hanno marcato a fuoco nel loro DNA. Le persone che sono per il “Yes” sono incredibilmente un “corpo unico”, possono avere 70 anni oppure 16, non importa … a prescindere dai ricordi e dalle conoscenze personali di ognuno di loro, il pensiero è comune, unanime e profondo: INDEPENDENCE…!!!

Credo che chi non è Scozzese dalla nascita non può capire cosa significa realmente questo referendum per uno Scozzese doc. Facendo un salto indietro nella storia vedremmo antiche popolazioni che hanno difeso strenuamente il loro territorio dall’invasione dell’Impero Romano, che peraltro non è mai riuscito a conquistare quei territori, anzi ha dovuto costruire il famoso “Vallo di Adriano” per difendersi dalle continue incursioni degli antenati Scozzesi.

È dalla fine XIII secolo che la Scozia è assoggettata all’Inghilterra, sono otto secoli che gli Scozzesi sognano questo momento. Ci sono state innumerevoli battaglie, eroici combattenti, decine di migliaia di morti, poeti e scrittori che hanno narrato di eroi, di sconfitte e di vittorie con le loro pagine. Insomma, sono ottocento anni che le famiglie raccolte attorno al focolare raccontano ai propri figli la voglia di indipendenza. 

Chi non è Scozzese, me compreso, difficilmente può comprendere il vero significato di questo referendum…!!!

Tutti gli immigrati, come il sottoscritto, che hanno acquisito il diritto di voto, prima di votare dovrebbero fare una profonda riflessione su questo fatto e concedere qualche punto di vantaggio al “Yes” riconoscendo il giusto rispetto e onore alla storia e cultura Scozzese. 

Questo è un grande Paese, possiede importanti risorse economiche, finanziarie, culturali, petrolifere, energie rinnovabili (la prima nazione in Europa per impianti di produzione di energia alternativa dallo sfruttamento delle maree e la terza per la produzione di energia da impianti eolici), ricerca, allevamento e turismo, un Paese composto da una popolazione fiera e orgogliosa....

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Articolo  Il 14 di settembre, a Trieste 

Di Alex Storti (del 06/09/2014 @ 19:50:16, in Trieste, linkato 393 volte)

Domenica prossima, 14 settembre 2014, il movimento indipendentista triestino Territorio Libero-Svobodno Ozemlje, ha indetto una manifestazione che si preannuncia tanto affollata quanto attesa.

E’ trascorso un anno da quando, il 15 settembre del 2013, le vie del centro di Trieste vennero letteralmente invase da una marea umana. Circa ottomila cittadini della capitale emporiale mitteleuropea e del suo territorio si ritrovarono, quasi a sorpresa, per reclamare il rispetto del Trattato di Pace di Parigi del 1947: con questo storico atto conclusivo della Seconda Guerra Mondiale, le Potenze Alleate avevano fatto di Trieste e di una discreta fetta del Litorale adriatico un piccolo, ma potenzialmente ricchissimo, stato indipendente.

Non è questa la sede per ripercorrere nuovamente le vicende che portarono la città a perdere tale status particolarissimo. Basti dire che, dopo 60 anni esatti di riannessione allo stato italiano (1954-2014), Trieste è una città in piena crisi imprenditoriale, occupazionale, demografica. Una città ripiegata su se stessa, nonostante possegga doti straordinarie in ogni ambito: territorio multiforme, cultura cosmopolita, spirito mercantile che freme sottopelle, posizione strategica quale porta orientale d’Europa. E tante altre cose ancora, di cui magari un giorno vi parlerò.

Ma torniamo al settembre dello scorso anno. Cosa chiedevano concretamente i manifestanti di allora? Chiedevano che il Territorio Libero di Trieste -questo il nome dell’originario stato indipendente- venisse ripristinato. Secondo i neo-indipendentisti triestini, infatti, le fonti giuridiche succedutesi dall’istituzione del TLT, nel ’47, alla sua apparentemente definitiva cancellazione, nel ’75, con il Trattato italo-jugoslavo di Osimo, non avrebbero rispettato gli Allegati del suddetto Trattato di Pace di Parigi, con cui il TLT veniva creato e definito.

Lungo tale tortuoso sentiero giudiziario l’indipendentismo triestino si è mosso con caparbietà e coraggio, per molti mesi già prima del settembre 2013 e per molti altri ancora dopo quella manifestazione, tentando pressoché ogni strada possibile per disconoscere la pretesa sovranità italiana sulla città e sul suo territorio. Con molta onestà, bisogna riconoscere che si è trattato di ...

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Articolo  Avanti, Ara és l'Hora 

Di Admin (del 05/09/2014 @ 11:45:39, in Lombardia, linkato 229 volte)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato di presentazione della manifestazione convocata a Milano per il prossimo 11 settembre da Avanti - Collettivo Indipendentista Lombardo

*   *   *

 

L’11 settembre 2014 sarà la data d’inizio del 21esimo secolo.

Per il terzo anno consecutivo, la popolazione catalana si riverserà nelle strade di Barcellona, questa volta per riempire i due enormi viali che formano la “Diagonal” e dar vita così ad una colossale “V”, con i colori della bandiera catalana. La lettera “V” sta per “Votare”, “Volontà”, “Via”, “Vittoria” e vuole essere l’immagine forte della Diada, la festa nazionale di quest’anno, un’immagine con cui ribadire alla Spagna, all’Europa e al Mondo il concetto chiave della campagna referendaria indipendentista: poter scegliere liberamente il proprio status istituzionale -e, con esso, una parte del proprio avvenire- è un diritto di ogni comunità; tale diritto non può essere messo in discussione, e tantomeno vietato, sulla base di vincoli arcaici e antidemocratici come quelli sulla pretesa “indivisibilità” degli stati attuali.

Prima ancora che la deliberi in via ufficiale il Parlamento della Generalitat de Catalunya, saranno quindi i cittadini catalani stessi, l’11 settembre 2014, a convocare la consulta referendaria sulla propria indipendenza. E, come ci hanno ricordato con le gigantografie rivolte ai principali leaders mondiali -un’altra geniale idea dell’ANC (Assemblea Nazionale Catalana)-, i Catalani non rinunceranno all’obiettivo che si sono dati di votare il 9 novembre. Voteranno per la libertà. Voteranno perchè sono uomini liberi, non schiavi.

Sostenere i Catalani, soprattutto l’11 settembre 2014, non è quindi una questione di tifo, di folklore o di appartenenza partitica. Sostenerli significherà difendere la democrazia sostanziale, quella della partecipazione e del voto, dei diritti e del buonsenso, contro la democrazia formale, quella di chi governa “a prescindere” e non vuole che la popolazione si mobiliti, quella di chi vuole ingabbiare la forza vitale delle persone con lacci artificiali e legami inventati o imposti con la forza. Significherà difendere davanti al mondo il diritto di qualsiasi comunità politica istituzionalmente organizzata di assumersi le proprie responsabilità e determinare una parte importante del proprio futuro.

Per difendere queste idee, e possibilmente vederle applicate anche nella nostra Lombardia, è nato il Collettivo Avanti, un’organizzazione politica fondata sulla collaborazione spontanea di cittadini lombardi di ogni provenienza. E sempre per difendere queste idee il Collettivo Avanti organizza, in contemporanea con la Diada di Barcellona dell’11 settembre, una manifestazione di sostegno alla Catalogna, alle sue istituzioni e ai suoi cittadini.

Ci ritroveremo GIOVEDI’ 11 SETTEMBRE alle 18 in Piazza Cavour, alle porte del centro storico di Milano. Lanceremo il nostro manifesto per l’autodeterminazione in Europa, un appello a credere nella democrazia, nella pace, nella libertà. A cento anni da quel 1914 che tanto male ha portato all’Europa, siamo convinti di poter dare anche noi il nostro piccolo ma significativo contributo perchè abbia inizio una nuova epoca di pace, di prosperità, di partecipazione, di libertà in Europa.

L’11 settembre 2014, a Barcellona, i catalani diranno: “Ara és l’hora”. L’11 settembre 2014, a Milano, noi diremo, con loro: “Adesso è il momento”. Non mancate, partecipare è importante.

 

(maggiori informazioni sul sito di Avanti - Collettivo Indipendentista Lombardo ( www.collettivoavanti.org ) e sulla pagina Facebook dell'evento
 



Articolo  La forza del voto 

Di Paolo Amighetti (del 04/09/2014 @ 10:26:08, in Catalogna, linkato 267 volte)

di Carme Forcadell (presidentessa dell'Assemblea Nacional Catalana)

Ricorre l'11 settembre di quest'anno il trecentesimo anniversario della capitolazione di Barcellona: fu allora che perdemmo, assieme alle nostre istituzioni, le nostre libertà nazionali. Ma questo non sarà un 11 settembre come gli altri, e non soltanto perché stavolta si tratta del terzo centenario della nostra rovina e della perdita della nostra sovranità. No. Quest'anno quella sovranità siamo sul punto di riconquistarla, ed è perciò che voteremo il 9 novembre. Decideremo come organizzarci politicamente: questo solo fatto, al di là dell'esito della consultazione, basterà a dimostrare che siamo tornati un popolo sovrano del proprio destino.

Il 2014 è diventato un autentico simbolo, e di fatto uno degli anni più importanti della nostra storia. Non possiamo più permettere che altri decidano delle nostre vite, del nostro futuro; non perderemo una volta ancora la nostra sovranità, che ci è costata tante fatiche e che il nostro Parlamento ha solennemente proclamato il 23 gennaio 2013.

Noi, e non altri, dobbiamo decidere quale ordinamento darci, che forma di Stato adottare: perché siamo cittadini, non sudditi. In democrazia, i cittadini prendono parte alla vita politica, decidono sui vari aspetti della vita pubblica, e se ne assumono per intera la responsabilità. Il conflitto che ci impegna è politico: nei Paesi democratici, gli scontri politici si risolvono politicamente, e non giuridicamente. Perciò nessun tribunale risolverà mai il nostro caso, e meno che mai lo potrà fare una Corte quale quella costituzionale, che è un tribunale politico, e pertanto gravemente compromesso. Di più: esso, nato per difendere sempre e comunque la Costituzione spagnola, ci considera cittadini di serie B perché non menziona né il nostro Paese, né la nostra lingua.
 
Non possiamo dimenticare la sentenza contro lo Statuto della Catalogna votato dal popolo catalano, una sentenza che dimostra ...

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Articolo  INDIPENDENZA DEL VENETO, LA RICERCA DELLA LIBERTÀ DEI POPOLI. 

Di Nicola Busin (del 03/09/2014 @ 23:53:11, in Indipendenza, linkato 299 volte)

INDIPENDENZA DEL VENETO, LA RICERCA DELLA LIBERTÀ DEI POPOLI.

Stiamo affrontando un periodo molto intenso sotto il profilo politico, sociale, istituzionale.

Da una parte il popolo Veneto che sta sempre più velocemente rendendosi conto della propria specificità, dell'esistenza di una vasta comunità che travalica i confini della penisola italica e arriva fino alle Americhe e non solo. La specificità di un popolo che nonostante 148 anni di continui interventi culturali finalizzati ad omologare, standardizzare, unificare le popolazioni italiche ha resistito ed ha mantenuto la propria identità sociale, la propria lingua, l'attaccamento al proprio Santo protettore come nessun altro al mondo.

Dall'altra le forze repressive, che si materializzano nel governo centrale romano, che noncuranti del grido di un popolo, desiderano solo mettere a tacere ogni anelito di sopravvivenza, ogni desiderio di autogoverno, ogni ricerca di libertà. Perché è proprio questo il tema di fondo: la libertà di un popolo. Un governo che si sta dimostrando assolutamente liberticida, oppressivo, un governo “canaglia” come sono definiti adesso i governi che non rispettano la democrazia.

Probabilmente chi ora dirige la politica da Roma ha una conoscenza limitata, lontana, insufficiente degli eventi storici avvenuti dopo la caduta dell'impero romano d'occidente. Il primo Doge eletto fu Paolo Lucio Anafesto nel 697 e fino al 1797 per ben 1.100 anni la prima Repubblica al mondo resistette ad ogni attacco e sviluppò nelle proprie terre benessere e ricchezza ineguagliabili. Si dirà la terraferma arrivò più tardi: ci si dimentica che nonostante la scarsa ingerenza della Serenissima le terre delle Venezie erano indubitabilmente legate alla città lagunare, le genti parlavano la stessa lingua e condividevano le stesse usanze, la stessa cultura. Venezia preferiva lasciar libere le città venete che solo nel '400 si unirono politicamente a Venezia per loro libera scelta (la dedizione).

Venezia porto di libertà, di giustizia, di ricchezza, di arte e di cultura immense, culla di una civiltà che ...

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Di Gianfrancesco

A me basta riferirmi a Venetia...
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Di Andrea Gualtiero

mi spiace per lei signora cate...
16/10/2014 @ 15:40:48
Di Gianfrancesco

mi spiace Signor Gianfrancesco...
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Di caterina

Non ci sarà neppure quello cat...
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Di Andrea Gualtiero

Sto perdendo il filo. Ed il go...
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Di Alessandro

una segnalazione:http://www.ri...
14/10/2014 @ 23:16:05
Di Gianni Sartori


 


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