"E' inutile parlare di libertà ad uno schiavo che pensa di essere un uomo libero."

Gianni Rodari

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Articolo  IL CROLLO DELLE GRANDI IDEOLOGIE, LA RINASCITA DEI POPOLI. 

Di Nicola Busin (del 12/01/2017 @ 14:02:32, in Indipendenza, linkato 203 volte)

IL CROLLO DELLE GRANDI IDEOLOGIE, LA RINASCITA DEI POPOLI.

Di Nicola Busin

La Prima Internazionale fu fondata nel 1864. Le teorie socialiste si svilupparono velocemente e contestualmente nacquero grandi organizzazioni in difesa dei lavoratori non più limitate agli ambiti nazionali. Il 28 settembre 1864 a Londra fu fondata l'Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIL) meglio nota come Prima Internazionale. In essa confluirono molteplici tendenze: dai mazziniani italiani, ai discepoli di Blanqui e Proudhon, agli anarchici, ai sindacalisti inglesi. Karl Marx fu l’ideologo della nuova associazione: i lavoratori dovevano liberarsi da soli dalla sottomissione padronale, impadronirsi dei mezzi di produzione e dar vita a una collaborazione internazionale contro la guerra. Da quel momento nulla sarebbe stato come prima e il socialismo con il comunismo poi avrebbero per 130 anni creato una rivoluzione culturale, politica ed economica che condizionò in modo universale la storia dell’umanità.

Contestualmente a questa rivoluzione culturale la penisola italica era scossa dai moti risorgimentali unitari che in realtà si rivelarono solo come la frenesia di grandezza e potere di casa Savoia. Difatti il pur piccolo regno di Sardegna con l’aiuto di Inglesi, Francesi e della massoneria internazionale che aveva in Garibaldi uno dei capi più importanti, riuscì con la forza e l’inganno ad ampliarsi in tutta la penisola. Significativo ricordare che il primo re d’Italia fu Vittorio Emanuele “secondo”, tanto per far valere la casata e non il territorio. In questo contesto le masse erano disattente ai temi identitari del popolo di appartenenza in quanto predominavano le questioni legate all’assetto sociale, alla lotta del proletariato contro il padronato. Unito a ciò il comunismo osteggiava la fede religiosa, come ricorda Marx in una delle sue critiche: “La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l'oppio del popolo.” La società mondiale divisa quindi sostanzialmente tra atei comunisti che desideravano la dittatura del proletariato, la grande borghesia che desiderava imporre il dominio del capitale e del profitto e il blocco dei cattolici che pur osteggiando il comunismo e il capitalismo accettavano alcuni aspetti di entrambi i blocchi. I cattolici ad ogni modo già a partire dal 1868 ebbero indicazione del “non expedit”, in pratica di evitare di partecipare alla vita politica per varie ragioni. Solo nel 1919 le indicazioni cambiarono e nacque il Partito Popolare che ebbe vita breve in quanto fu forzatamente sciolto nel 1926 in epoca fascista. Da una parte la rivoluzione russa, dall’altra la nascita dei totalitarismi in Europa crearono due blocchi contrapposti.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale i blocchi diventarono ancor più antagonisti, da una parte il capitalismo dall’altra il comunismo, innescando la cosiddetta guerra fredda. In Italia dopo il fascismo nacque la repubblica che però nella sua carta costituzionale ragionò ancora in termini risorgimentali con retaggi legati al fascismo ed il mito della grande Italia una e indivisibile. Non c’era però tempo per ricerche identitarie, o si sceglieva la strada del comunismo o quella del capitalismo moderato in salsa cattolica. E la Democrazia Cristiana divenne per 45 anni il partito di riferimento e di governo, sempre in forte contrapposizione con il partito comunista. In estrema sintesi fino al 1990 le scelte erano quasi imposte: o democristiani o comunisti; da evidenziare che il PCI era il più grande partito comunista europeo occidentale. Pertanto fino al crollo del muro di Berlino nel 1989 le popolazioni non erano libere ma in continua contrapposizione su temi ideologici, sul significato stesso della libertà; non esistevano tanto francesi, tedeschi, catalani o veneti ma il blocco comunista ed il blocco neo capitalista cristiano.

Come tutte le rivoluzioni culturali il periodo di passaggio da un sistema ad un altro richiede una sedimentazione degli eventi che permetta a tutti gli strati della popolazione la presa di coscienza di questi cambiamenti. Di conseguenza il crollo delle grandi ideologie che nel bene e nel male hanno plasmato la società porta a rivedere con occhi nuovi il significato di popolo inteso come insieme di genti che hanno in comune una storia, una lingua, una cultura, dei territori, delle usanze. Popoli quindi liberi di scegliere il proprio futuro che non può essere imposto da altri soggetti se non espressione dei popoli stessi. I Catalani, i Veneti, gli Scozzesi e tanti altri sempre più coscienti della loro identità, fieri di essere gli eredi di grandi popoli. In particolare i Veneti sempre più consapevoli delle proprie peculiarità, di aver creato una organizzazione sociale, economica e produttiva d’avanguardia, abituati come un tempo a confrontarsi proficuamente con il mondo intero. Questa Popolazione sente sempre più illegittima la forzata appartenenza allo stato italiano, un atto di prepotenza del governo romano solo capace di un rapace prelievo fiscale del tutto assurdo. Tutta questa enorme ricchezza sottratta è destinata ad incrementare un parassitismo in Italia che non ha pari nel resto del mondo e provoca ampio dissesto nel mondo economico produttivo perchè toglie spazi competitivi. In questa situazione la rilettura storica dell’entrata delle Venezie nel regno sabaudo, avvenuta nel 1866 con un plebiscito truffa, crea ancor più sconcerto a quanti consapevolmente rifiutano questa Italia imposta con la forza contro gli stessi popoli che ancora la abitano.

Unica soluzione plausibile e sensata anche per evitare future derive violente è una riscrittura della carta costituzionale che trasformi questa repubblica forzatamente unita in una repubblica confederata in cui i vari popoli e territori abbiano ampia capacità di autogoverno, limitando a poche le competenze nazionali e riducendo significativamente il trasferimento solidale di ricchezza da un’area all’altra. In ogni caso il buon fine di questa solidarietà dovrà essere verificata da chi dona tali risorse. Stiamo vivendo un’epoca bellissima finalmente libera dalle grandi ideologie che hanno condizionato pesantemente la vita dei popoli. L’unico futuro di libertà delle popolazioni sarà quello di poter decidere consapevolmente il proprio domani, conoscendo le risorse disponibili, nel rispetto dei diritti civili per ogni individuo, fieri del proprio passato ma proiettati in un avvenire senza catene che limitino pesantemente lo spirito intraprendente. Siamo convinti che è solo dalla sana competizione tra i vari territori, tra i vari popoli che potrà svilupparsi ulteriore benessere. Perché come è sempre stato e come sarà le genti si spostano dove maggiore è la richiesta di lavoro, dove maggiore è lo spirito imprenditoriale. Mantenere in modo parassitario le persone a casa loro alla lunga crea il dissesto totale di quel territorio non più competitivo e destinato ineluttabilmente al declino, alla desolazione. Il panorama politico italiano è desolante, con governi succubi delle teorie mondialiste e della globalizzazione ad ogni costo che pur queste ormai sono diventate le nuove ideologie. Da tener presente che l’anima della strategia mondialista è a Wall Street e presso le holding, le broker house, i grandi Fondi Comuni di Investimento, i Pension Found, le grandi banche internazionali etc. In particolare sarebbe presso la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), organismi a scala mondiale in grado di controllare i flussi finanziari internazionali che riguardano le più importanti decisioni economiche del pianeta.

Lo studioso liberista Hans-Hermann Hoppe, in un suo recente saggio scrive: “L'integrazione politica comporta maggior potere per uno Stato di imporre tasse e regolare la proprietà mentre l'integrazione economica rappresenta un'estensione della divisione interpersonale e interregionale della partecipazione al lavoro. Come può dunque la liberalizzazione degli scambi comportare un aumento della centralizzazione, considerando che in linea di principio tutti i governi riducono la partecipazione al mercato e la formazione della ricchezza economica? … nel confronto tra integrazione forzata e separazione volontaria, ci sono ragioni a favore della seconda … . I piccoli paesi sono naturalmente portati a scegliere il libero mercato anziché un’economia statalizzata ed inoltre la compresenza di tanti diversi stati sul territorio di un vecchio stato-nazione li pone in naturale concorrenza poiché i loro governi, per evitare di perdere la parte più produttiva della popolazione, sono spinti ad adottare politiche interne più liberali. Finalmente, poiché adottando un regime di libero scambio illimitato, persino il più piccolo dei territori può pienamente essere integrato nel mercato mondiale e usufruire di tutti i vantaggi della divisione del lavoro, la liberalizzazione degli scambi risulta inseparabile dall’autonomia”. Ecco alle teorie della globalizzazione forzata di tutti i territori nate dalle ricche élite intellettuali può contrapporsi non un’altra ideologia, semplicemente può raffrontarsi il desiderio di libertà dei popoli capaci di decidere da soli, capaci di autogoverno e di mantenere un ambiente sociale e culturale plasmato in tanti secoli che ha garantito pace e benessere per tutta la popolazione.



Articolo  I COSTITUZIONALISTI DELLA PLAY STATION 

Di Nicola Busin (del 08/05/2016 @ 21:56:20, in Indipendenza, linkato 728 volte)

I COSTITUZIONALISTI DELLA PLAY STATION.

Di Nicola Busin

L’attuale governo italiano, al di fuori dei proclami più o meno gridati del suo presidente, si dimostra ogni giorno di più del tutto inefficiente e incapace di affrontare la gravissima crisi che da alcuni anni ha colpito in particolare l’Italia. Qualcuno con una buona dose di ironia ha definito gran parte del gruppo di governo esperti della “play station” data la loro inesperienza dovuta anche alla giovane età.

Adesso questi governanti, nella foga di rottamare tutto e tutti hanno deciso di rottamare anche la costituzione. La costituzione entrata in vigore il primo gennaio 1948, pensata in quell’epoca con l’idea di unire i popoli italici anche nella loro diversità con il noto articolo cinque che pur prevedendo la repubblica “una e indivisibile” indica: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento”. L’idea costituzionale, al di fuori dell'assurdità "una e indivisibile", era quindi quella di incentivare le autonomie locali ed il decentramento amministrativo e di governo. In realtà i vari governi succedutisi dal dopoguerra sono solo riusciti a creare un mostro che devasta economicamente alcune aree, sempre le solite, per mantenere un folle parassitismo prodotto dai politici locali in altre aree. L’Italia quindi adesso ha raggiunto livelli di sperequazione non ulteriormente sopportabili, con il risultato di far morire le aree produttive per eccesso di prelievo fiscale. Questa folle tendenza non ha trovato ostacoli nonostante i proclami dei vari esponenti eletti proprio nelle zone produttive, titolari negli anni di determinanti incarichi di governo centrale.

Ad ottobre 2016 saremo quindi chiamati a votare con un referendum questa nuova costituzione, scritta in tutta fretta da giovani volonterosi, amici di famiglia, parenti ed affini. Questa è certamente una forzatura liberticida in quanto una simile proposta doveva come minimo essere discussa in tutti i consigli comunali d’Italia, valutata con le osservazioni giunte e aggiornata di conseguenza. Magari una seconda proposta rivista poteva anche essere approvata o meno sempre dai consigli comunali per poi essere sottoposta ad un referendum ma sicuramente senza questa spasmodica fretta che rivela scarsissimo desiderio di informazione e condivisione.

Quello che traspare dalle prime indicazione di questa nuova costituzione è l’idea di accentrare ulteriormente i poteri al governo romano e questo va sicuramente contro il buon senso e contro ogni desiderio di salvare quanto resta di questa repubblica. L’unica proposta sensata di nuova costituzione è quella che preveda una Italia federale, con vari governi che coincidano con i vari popoli presenti nella nazione. Una Italia federale del tipo svizzero, con un più ampio e costante coinvolgimento dei cittadini alla vita politico-amministrativa, con continui referendum attuati online con la rete internet. La necessità di responsabilizzare le varie aree della penisola nella gestione economica e territoriale appare l’unica soluzione proponibile per chi possieda un minimo di buon senso e creda nel futuro dei propri figli. Al di fuori di questo si prospetta solo la barbarie.

Appare sempre più evidente che in particolare il popolo Veneto, ogni giorno più consapevole della propria ineguagliabile storia, cultura, capacità produttiva, commerciale e turistica, cosciente di essere entrato a far parte del regno sabaudo con l’inganno, desideri staccarsi da questo stato italiano che appare sempre di più come un mostro famelico che ha organizzato una rete di controllo e di prelievo (indebito) di ricchezze senza pari al mondo. Chi vive ed opera a vari livelli nella realtà produttiva Veneta è esasperato e, nonostante l’enorme buona volontà, non riesce a sopportare ulteriormente questo sistema, pena la chiusura dell’attività. A questa si innescano le tristi vicende di primari istituti di credito Veneti, dilaniati dal sistema Italia, pur se sono presenti chiare responsabilità personali.

I vari gruppi indipendentisti, le varie organizzazioni culturali e sociali con ragione proclamano il diritto dei Veneti alla loro determinazione. Rimane però una certa ignavia del popolo che non si rende conto che per alzare la voce e farsi ascoltare non solo a Roma ma a livello internazionale rimane la possibilità di andare a votare durante le elezioni per un movimento o partito di sicura fede indipendentista. In realtà questi voti che rappresentano la maggioranza, sono raccolti da un grande partito ormai diventato nazionalista ma con caratteristiche indipendentiste. A dire il vero questo partito ha una propria peculiarità legata al territorio Veneto ed al suo popolo: difatti la Lega Nord è composta sostanzialmente da Lega lombarda e Liga Veneta. Si tratta di capire se l’attuale classe dirigente Veneta di questo partito sia consapevole delle responsabilità attribuite dal voto, responsabilità che prevedono di salvare il tessuto economico-produttivo e di conseguenza di liberare i Veneti dal mostro fiscale italico e ridare la dignità perduta ad un grande popolo.

Crediamo possa esistere un partito con mire nazionalistiche ma, per quanto riguarda il popolo Veneto, gli obiettivi prioritari sono assolutamente quelli di sopravvivenza e l’unico modo di sopravvivere è l’indipendenza da Roma; questo i politici Veneti devono capirlo e devono agire di conseguenza. Altrimenti avranno fallito il loro compito e saranno responsabili dell’impoverimento tangibile della popolazione. Il referendum per l’autonomia concesso obtorto collo dal potere romano non va ad ogni modo ostacolato dalle varie realtà indipendentiste ma va visto come una occasione di ampia discussione e presa di coscienza della posta in gioco per tutte le genti Venete. Una politica dai piccoli passi ma che piccoli non saranno in caso di grande maggioranza favorevole all’autonomia, una prima presa di coscienza del desiderio o meno dei Veneti di governarsi da soli senza i diktat romani, una premessa ad una legittima richiesta di indipendenza. Pragmaticamente cogliamo l’occasione data e non lasciamocela scappare, già alcuni partiti nazional-socialisti, contro gli interessi dei loro stessi elettori, desiderano che questa opportunità sia annullata, speriamo che i loro elettori se ne rendano conto.



Articolo  “Secessione. Una prospettiva liberale” (recensione di Luca Bertoletti) 

Di Carlo Lottieri (del 10/04/2016 @ 19:03:59, in Secessione, linkato 546 volte)

È molto diffuso il dibattito riguardo all’indipendenza e alla secessione. Prima la Catalogna e poi la Scozia hanno tentato, senza successo, l’indipendenza. Ma il movimento indipendentista non s’è fermato a questi insuccessi, e ha continuato a espandersi, toccando anche aree che finora si pensavano saldamente parte di Stati-nazione, come il Veneto. Ma c’è una spiegazione filosofico-politica sul diritto di secessione? E ancora: sono solo i «libertari» (ossia quei pensatori, filosofi e studiosi politici che si rifanno al liberalismo classico) a legittimare il diritto di secessione, o ci sono anche altre dottrine politiche che lo legittimano? A queste domande e a tante altre tentano di rispondere il filosofo Carlo Lottieri e lo scienziato politico Nicola Iannello in Secessione. Una prospettiva liberale (Brescia, La Scuola). Oltre ai due saggi di Iannello e Lottieri, il volume propone una serie di testi che spaziano dalla dichiarazione d’indipendenza di Thomas Jefferson al saggio di Hans-Hermann Hoppe «Centralizzazione e secessione».

La cosa più sorprendente, analizza Lottieri, è che il diritto di secessione si trova anche in filosofie politiche egalitarie come quella liberal americana e quella comunitaria. È con Allen Buchanan, spiega Lottieri, che nella prospettiva liberal si accetta la legittimazione del diritto di secessione, «quando il processo separatista è indispensabile a preservare la libertà dei membri di un certo gruppo, quand’è l’unica maniera per tutelare gruppi dominati e discriminati, quando vi sono culture e identità che possono preservarsi solo in tal modo. La preoccupazione di fondo resta quella che ispira tale filosofia politica: la tutela delle libertà fondamentali […] e la garanzia di una serie di diritti sociali, che implicano meccanismi ridistributivi caratteristici del welfare state». Lottieri analizza anche il pensiero “comunitarista”, di cui vale la pena di menzionareMurray Bookchin, uno dei più noti esponenti dell’anarchismo del secondo Novecento, che «ha sempre puntato a sganciare le città dallo Stato nella prospettiva di un autogoverno assembleare».

Infine, Lottieri analizza il concetto d’indipendenza nel pensiero dei filosofi libertari da Ludwig von Mises a Murray Rothbard. Con diversi accenti e prospettive, tutti questi autori concordano sul fatto che il riconoscimento illimitato del diritto di secessione assicurerebbe la nascita d’ordinamenti politici realmente fondati sul consenso degli abitanti, e sancirebbe la fine degli attuali Stati gerarchici, autoritari e illiberali.

Il grande successo economico delle città-Stato (come Singapore o Montecarlo), delle piccole realtà regionali (come i cantoni della Svizzera, il Lussemburgo o l’Estonia) e dei piccoli principati (come il Liechtenstein) dimostra che gli Stati nazionali di grandi dimensioni hanno fatto il loro tempo. Partendo dell’evoluzione in atto, conclude il filosofo bresciano, è sempre più chiaro che le istituzioni statali ereditate dall’età moderna sono costruzioni artificiali che negano le libertà fondamentali, e intralci quasi insuperabili per quanti vogliano offrire una prospettiva ai propri figli e nipoti.

Il ragionamento viene continuato nel saggio di Iannello, che anzitutto si sofferma sul concetto di nazione. Un’idea, questa, che i governanti degli Stati moderni hanno usato in modo perverso, col fine d’aumentare il dominio e l’appropriazione di risorse. «È la nazione che crea lo Stato — si chiede lo scienziato politico — oppure è lo Stato che crea la nazione?» «Ammettiamo — ipotizza Iannello — che l’Italia sia una nazione secondo alcuni criteri: discende da questo fatto la necessità dell’unità della forma-Stato? La nazione italiana una dev’essere Stato italiano uno?»

Il caso italiano, fa notare l’autore, è l’esempio perfetto di come una nazione che non esisteva ha creato uno Stato il cui compito è stato quello di creare una nazione. «Con la Grande Guerra, la prima prova di fuoco sostenuta dal giovane Stato italiano, l’Italia ebbe 630.000 morti, “liberò”/acquistò 650.000 italiani non parte del Regno e 700.000 non-italiani sulla cui volontà d’appartenere all’Italia nessuno disse mai una parola.» «Una proporzione 1 a 1 a 1, un morto per ogn’italiano “liberato” e per ogni straniero inglobato.» Ne valeva davvero la pena?

Il problema non è la nazione, bensì lo Stato, che fa nascere il nazionalismo: «Meno Stato significa togliere importanza alle rivendicazioni a carattere nazionalistico d’ogni tipo, dalle rivendicazioni territoriali a quelle di potenza; e porre il consenso degli individui alla base della nazione significa disinnescare ogni carica di nazionalismo».

 

Questo articolo è uscito su The Fielder (www.thefielder.net) nel maggio 2015.



Articolo  YESPODEMO: autodeterminazione del popolo Veneto 

Di Nicola Busin (del 13/03/2016 @ 23:44:39, in Veneto, linkato 800 volte)

Yes PODEMO: una associazione per l’autodeterminazione dei Veneti

di Nicola Busin

 

Nel suo saluto iniziale del Sindaco di Schio Valter Orsi ha evidenziato le sempre maggiori difficoltà a gestire il bilancio comunale dato che lo stato centrale prende tutto e lascia ben poco, addirittura incassa sempre più tasse locali creando seri problemi alle amministrazioni comunali per gestire le semplici incombenze e di fatto non consente investimenti strutturali. In pratica ci si alza ogni mattina con l’incubo che i burocrati romani del ministero delle finanze e dell’economia abbiano escogitato qualche nuovo espediente per raggranellare dalle amministrazioni locali altri soldi per lo stato.

All’intervento del sindaco di Schio è seguita la presentazione del convegno da parte di Ruggero Zigliotto, che è presidente di questa associazione Yespodemo, associazione di tipo culturale apartitica che ha appunto l’obiettivo di sensibilizzare non solo i politici ma tutti i Veneti di questa opportunità che poi diviene necessità legata all’autodeterminazione dei popoli, nel nostro caso del popolo Veneto. Nota Zigliotto la caratteristica particolare di questa associazione che sta proprio nel nome in cui è presente il classico YES inglese con un’idea internazionale, coniugato con il classico PODEMO in lingua Veneta, il SI POSSIAMO decidere il nostro futuro di Veneti. Evidenzia che la scelta della città di Schio per questo primo evento è legata alla presenza di una amministrazione comunale retta da una Lista Civica.

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Il primo relatore il prof. Andrea FAVARO, che ha fatto parte della commissione regionale istituita nel 2014 per predisporre la legge regionale n. 16/2014 per indire il referendum per l’indipendenza del popolo veneto, ha evidenziato il distinguo tra lo strumento del diritto e il fine della politica. Lo strumento fornisce i mezzi che la politica può scegliere di utilizzare. Ha sottolineato che nel diritto interno è ammessa almeno dal 2006 la più ampia libertà di espressione ai cittadini in ordine al loro parere circa l’opportunità, coerenza, giustificazione, di uno stato nazionale e anche circa la possibilità di esprimersi optando per un ordinamento diverso (e pure contrario) da quello oggi vigente. In secondo luogo, il diritto internazionale ha riconosciuto anche tramite pareri recenti della Corte Internazionale di Giustizia che l’autodeterminazione di un popolo non può essere negata dal diritto internazionale stesso e anzi deve da questo essere ritenuta garantita ed ha citato in particolare il recente caso del Kosovo. In pratica per Favaro Il referendum è sicuramente un istituto del diritto atto a far emergere una eventuale volontà espressa da una comunità. La Corte Costituzionale italiana che ha vietato il referendum per l’indipendenza del popolo Veneto ha fatto una scelta politica non tanto giuridica.

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Successivamente è intervenuto Luca Polo che è il rappresentante per il Veneto di ICEC, organizzazione europea, acronimo di “L’International Commission of European Citizens”, che è il coordinamento internazionale dei popoli senza stato d’Europa, con forma giuridica definitiva di ONG con sede a Bruxelles. L’intervento di Polo ha catturato in modo particolare l’interesse della platea. Polo ha evidenziato che il simbolo della ‘recente’ virata separatista intrapresa dalla Catalogna si concretizzò nel 2009, quando il piccolo comune di Arenys de Munt, nella provincia del capoluogo catalano, istituì un referendum non vincolante sulla propria autodeterminazione. Nonostante la consultazione non avesse alcuna valenza giuridica, ne nacque una forte polemica che però diventò virale e l’esempio della cittadina venne seguito, nei due anni successivi, da altre 554 realtà tra villaggi e grandi centri urbani, tra cui anche Barcellona.

Il presidente di API industria Flavio Lorenzin ha fatto il triste punto sulla situazione economica Veneta evidenziando in particolare la chiusura di circa 22.000 ditte dal 2009 ad oggi. Il sistema bancario e finanziario ha preferito salvare le aziende medie e grandi facendo in pratica ricadere sulle piccole tutto il carico della crisi. Gli iscritti di API industria non hanno certo paura dei cambiamenti perché ogni cambiamento offre nuove opportunità e l’idea dell’indipendenza per il Veneto può dare nuove opportunità al tessuto produttivo regionale.

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Il Presidente del Consiglio Regionale Roberto Ciambetti ricordando l’iter che ha portato all’approvazione della legge regionale per l’indipendenza del Veneto poi bocciata dalla Corte Costituzionale ha fatto presente che il rapporto tra il Consiglio Regionale e lo stato centrale è di base conflittuale in quanto anche recentemente il Parlamento italiano ha approvato leggi e norme a favore di un insensato accentramento del potere. A Parere di Ciambetti i funzionari ministeriali romani vedono la richiesta di indipendenza solo sotto un profilo economico in quanto Roma non potrebbe contare sui 20 miliardi offerti dai Veneti. Fa presente che la Regione sta valutando di ricorrere contro la sentenza della Corte Costituzionale: certo è, diciamo noi, che non appare una priorità dato che la sentenza porta la data del 28 aprile 2015.

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Il Consigliere regionale del M5S Simone Scarabel inizia il suo intervento precisando di parlare a titolo personale. Fa presente data la sua giovane età di 33 anni che sempre più giovani dovrebbero avvicinarsi alla politica considerato che il futuro non è dei settantenni. In questo caso dimentica che Renzi è diventato presidente del Consiglio a 39 anni, che la Boschi ha poco più di 30 anni e che certo la giovane età non è un requisito per fare buona politica. Si dichiara veneto, italiano e uomo internazionale perché è così che vanno i tempi moderni. Certo in Scarabel ha vinto l’idea di Massimo D’Azeglio “fatta l’Italia ora facciamo gli italiani” dimenticando che questa folle idea prevedeva l’annientamento degli splendidi popoli che vivevano nella penisola. Fortunatamente i popoli sono ancora vivi in particolare il popolo Veneto che sempre più si rende conto della barbarie perpetrata nei sui confronti. Scarabel forse dimentica che il veneziano Marco Polo non era italiano ma nonostante questo risulta ancor oggi uno degli uomini più internazionali che siano esistiti, internazionalità che è proprio nel DNA dei Veneti. L’italianità è del tutto inutile ed è di fatto una barbarie per i concetti prima espressi. Scarabel auspica come tutti nel suo partito la possibilità del voto elettronico cosi la popolazione potrebbe velocemente esprimersi su tante scelte.

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Tocca poi alla deputata del PD Simonetta Rubinato, incredibile eccezione all’interno del suo nazional partito. La Rubinato condivide la necessità di dare maggiore autonomia alle varie aree geografiche italiane, evidenzia che la sua scelta sul tipo di stato nato nell’800 sarebbe ricaduta sull’idea di Cattaneo con previsione di una federazione di stati anziché uno stato unitario “unico e indivisibile”. Purtroppo la Rubinato dimentica di dire che il suo nazional partito anche a livello regionale ha bocciato ogni richiesta di referendum sia per l’indipendenza sia per l’autonomia dei Veneti e che alla prova dei fatti vuole solo accentrare il potere a Roma. Forse converrebbe dire alla deputata che ha sbagliato partito o forse con un po’ di cattiveria che è la voce interna al partito per tenere calmi gli animi degli iscritti e simpatizzanti animati da simpatie indipendentiste.

 

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Il deputato Filippo Busin della Lega Nord condivide dalla sua cultura liberale l’idea di dare la possibilità ai popoli di decidere di quale governo dotarsi ed è quindi favorevole all’autodeterminazione del popolo Veneto. Da capire in questo caso come si muova il suo partito, con un segretario nazionale, Salvini, che desidera diventare il futuro presidente del Consiglio italiano, che va a dire a destra e a manca che qui l’Italia si salva tutta o non si salva nessuno. A dire il vero in più occasioni Salvini si è dichiarato favorevole al referendum per l’indipendenza del Veneto: chissà che da Presidente del Consiglio romano ce lo conceda, ma i dubbi sono legittimi. Aggiungiamo che in una recente intervista il nuovo segretario della Liga Veneta, Da Re, auspica un importante incarico nel governo romano di Luca Zaia: ma la questione Veneta dov’è andata a finire?


Antonio Guadagnini neo consigliere regionale e molto vicino all’associazione YesPodemo evidenzia che in fondo le parole autodeterminazione, indipendenza e autonomia sono dei sinonimi, è solo lo stato italiano che con le autonomie regionali concesse ad alcune regioni su varie questioni ha travisato il concetto iniziale. Ha fatto presente la dubbia attendibilità della frase inserita nella carta costituzionale “Italia una e indivisibile” ricordando come questo “dogma” sia già stato disatteso nella questione di Trieste. Sta di fatto che qui cominciano a sorgere dei dubbi, in verità parlare di autonomia e di indipendenza non è la stessa cosa. Guadagnini è stato eletto in una lista dal nome “Indipendenza noi Veneto” e non certo “Autonomia Noi Veneto” che suona in modo diverso: che sia la premessa per suonare un’altra musica?

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Bell’intervento del dr. Alessandro Mocellin, giovane ma con una forte passione per ridare dignità al popolo Veneto che da troppo tempo è considerato per gli aspetti negativi. Fa una carrellata dell’eccelsa storia della Serenissima Repubblica, terra di libertà e giustizia in un mondo comandato dalle monarchie. Richiama alcune eccellenze Venete a tutti i livelli in particolare culturale con la prima donna al mondo laureata, Elena Lucrezia Cornaro: era il 1678. Fa presente che il suo studio sulla grammatica della lingua Veneta, nonostante varie richieste alle università e a vari enti, sarà pubblicata a cura di un’università tedesca, per dire della sensibilità istituzionale alla lingua veneta.

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Infine con molto interesse e trepidazione è stato accolto l’intervento del prof. Carlo Lottieri, insigne docente universitario, scrittore, giornalista, fine pensatore che da sempre ha sposato la causa libertaria. Per Lottieri i Veneti hanno tutto il diritto di esprimersi con un referendum e di decidere il proprio futuro. Il libertarismo è ormai uno degli orientamenti fondamentali della filosofia politica contemporanea. Quanti si collocano entro questo filone di pensiero auspicano la creazione di un ordine politico libero da ogni coercizione.
La tesi libertaria è infatti che lo Stato è intrinsecamente illegittimo, dal momento che aggredisce i diritti dell’individuo imponendo tasse e norme di vita. Tassazione tra l’altro che vede i Veneti costretti a donare 20 miliardi l’anno a fini solidaristici ma di fatto incremento al parassitismo.
L’analisi di Carlo Lottieri evidenzia l’assurdità di uno stato che di fatto vieta la possibilità di referendum su questioni economiche ed internazionali. I cittadini dovrebbero avere molte più possibilità di esprimersi in varie occasioni e su tutti i temi, in pratica ora il potere non è nelle mani del popolo ma della casta. L’auspicio è quindi quello di continuare a lottare e questa associazione Yespodemo nasce con ottimi auspici perché va verso una richiesta di maggiore libertà.



Articolo  GLI IGNAVI DEL POPOLO VENETO 

Di Nicola Busin (del 28/02/2016 @ 21:48:34, in Indipendenza, linkato 855 volte)

Gli ignavi del popolo Veneto.